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La mia fuga dall’Afghanistan

Fereshta Kazemi è un'attrice e attivista per i diritti delle donne afghano-americana. Questa è la storia di come è riuscita a scappare da Kabul mentre i Talebani conquistavano l'Afghanistan

MASSOUD HOSSAINI/AFP via Getty Images

La mattina del 13 agosto scorso, l’attrice e regista afghano-americana Fereshta Kazemi era a Kabul nel suo ufficio, dove stava lavorando al trailer del suo prossimo film, quando aveva visto che “Kandahar” era diventato trending topic su Twitter. Aveva così appreso che i Talebani avevano appena conquistato la seconda città dell’Afghanistan. Ne avrebbero conquistate altre due nel corso di quella stessa giornata. Improvvisamente il futuro che Kazemi immaginava fino a pochi momenti prima – organizzare una proiezione, decidere chi invitare – aveva cominciato a dissolversi, per essere rimpiazzato dalla paura e dall’incertezza.

La notizia dell’avanzata dei Talebani è stata un colpo durissimo per milioni di afghani. Ma Kazemi aveva dei motivi particolari per essere preoccupata. È infatti una femminista e un’attivista per i diritti delle donne in un Paese dove storicamente le donne sono state più oppresse. Dal 1996 al 2001, quando i Talebani controllavano la maggior parte dell’Afghanistan, le esecuzioni di massa erano la norma e le donne erano escluse dalla vita pubblica, con il divieto di studiare e di lavorare. Anche più di recente, nel 2018, un sondaggio di Reuters che ha coinvolto 550 esperti di diritti delle donne ha definito l’Afghanistan il secondo Paese peggiore al mondo in cui essere donna.

Kazemi, che di recente ha diretto il suo primo film, non ha paura di esprimersi su questo tema, sia in modo esplicito sia in modo implicito, con i film che ha prodotto e i ruoli in cui ha recitato. “La maggior parte del mio lavoro ha a che fare con i diritti umani”, racconta a Rolling Stone. “È stata una direzione naturale avendo sentito molte storie di diritti umani e diritti delle donne violati in Afghanistan. È un tema importante di cui credo che l’arte il cinema possano occuparsi”.

Kazemi ha mostrato i suoi capelli e le sue spalle nude davanti a una cinepresa, ed è stata la prima attrice afghana a mettere in scena un bacio. InThe Icy Sun, un film del 2013 su uno stupro, ha posto domande importanti su una cultura in cui le vittime di stupro vengono arrestate o costrette a sposare il loro violentatore. Per il suo lavoro ha ricevuto minacce di morte, ma è anche stata considerata una pioniera. Tutto questo era già rischioso quando l’Afghanistan era almeno apparentemente una democrazia; sotto il governo dei Talebani poteva diventare mortale. Mentre il suo Paese crollava nel giro di 72 ore, Kazemi ha pianificato la sua fuga. Questa è la sua storia.

***

Ho sentito che Kandahar era caduta, ed è stato uno shock perché era una provincia importante. Avevamo già sentito che diversi distretti stavano cadendo rapidamente, ma è stato quando è caduta Kandahar che ci siamo davvero preoccupati. E poi è caduta Herat. E poi una terza città, nello stesso giorno.

Le persone erano sotto shock, ma la vita continuava. Sono andata fuori a pranzo in un ristorante in cui andavo sempre. C’erano genitori con i bambini che correvano in giro, gente che chiacchierava, “cosa farai? rimani?”. La vita andava avanti.

Il giorno dopo sono cadute sette province. È stato letteralmente un effetto domino. Il giorno prima, quando era caduta Kandahar, mi era stato detto di andare in un hotel sicuro, vicino all’aeroporto, e avevo risposto “no, andrà tutto bene. Non voglio andarmene, non posso”. Ma poi ho deciso di prenotare un biglietto aereo. Sono stata sveglia tutta la notte per farlo. Non si riusciva. Ogni volta che provavi, erano finiti. Alla fine sono riuscita a prendere un biglietto per il 18. E poi la notte del 15, mentre facevo i bagagli, ho ricevuto un messaggio da un amico che mi ha detto che era caduta Paghman. Paghman è a un’ora da Kabul. “Finisci di fare i bagagli”, mi diceva. Quindi sono stata tutta la notte a fare i bagagli: scarpe, vestiti, la mia attrezzatura da regista. I miei amici, tramite i loro contatti nell’esercito, hanno chiamato l’hotel sicuro vicino all’aeroporto e prenotato una stanza per me per tre notti sotto falso nome. Mi hanno detto che era per proteggermi. È così che sono potuta entrare nel compound dell’aeroporto. Non è un posto in cui può entrare chiunque voglia.

Avevo anche sentito da un mio contatto nell’agenzia stampa AFP che per le strade di Kabul si prevedeva ci sarebbe stato caos e anarchia. Avevo già sentito storie di gente che era stata rapinata. Così a mezzogiorno ho deciso di fare un salto fuori per prelevare. Ed è stata un’esperienza assurda. Le strade erano vuote. Non c’erano auto in quello che era uno dei quartieri più trafficati di Kabul. Non sono riuscita nemmeno a trovare un taxi che mi portasse al bancomat. Alla fine un buon samaritano mi ha dato un passaggio fino al bancomat dentro il supermercato dove andavo sempre, ma era chiuso, con gli inservienti che guardavano attraverso le serrande abbassate, spaventatissimi, e dicevano “siamo chiusi”. Mi hanno detto che era inutile: nel bancomat non c’erano più soldi. Tutti i bancomat erano vuoti. La gente stava scappando. Tutti i negozianti stavano chiudendo. Era terribile vedere come tutti fossero terrorizzati, come bambini di fronte a un film horror. Solo che erano adulti, ed era la realtà.

Così sono dovuta tornare indietro a piedi, e una donna mi ha detto, “Sorella, vieni qui. Copriti i capelli”. Avevo già addosso il velo, ma per la cultura conservatrice afghana non era abbastanza. Sono tornata a casa e mentre entravo il portinaio mi ha detto, “stai chiusa in casa. I Talebani stanno arrivando a Kabul”. Stavo aspettando che un’auto blindata dall’hotel venisse a prendermi, quando mi hanno detto che l’autista aveva troppa paura e non sarebbe venuto. Sono andata nel panico e ho chiamato mio cugino chiedendogli di portarmi lui all’hotel. Ma mio cugino era bloccato nel traffico: tutti i vigili erano scappati per paura dei Talebani e adesso c’erano ingorghi ovunque. E l’aeroporto era già nel caos.

Ho chiamato tutti. Ho chiamato l’amministratore del condominio, per dirgli che dovevo dargli i soldi dell’affitto del mese prima ma che non riuscivo a prelevare. Intanto io e mio cugino cercavamo di coordinarci ma lui era sempre bloccato nel traffico. Dicevo ai miei amici, “magari dovrei provare domani?” Ma i miei amici militari mi dicevano, “no, devi andare all’hotel oggi, assolutamente”. E alla fine ho deciso che dovevo provarci da sola, se mio cugino o chi per lui non sarebbe riuscito ad aiutarmi. E in quel momento mio cugino è arrivato.

Alle 5 di pomeriggio siamo scesi con i miei bagagli. Indossavo un abaya nero, l’abito tradizionale delle donne musulmane, che non copre il volto. Ma avevo una mascherina chirurgica e una sciarpa nera per coprire i capelli. E letteralmente nel momento in cui siamo scesi sono arrivati i Talebani. Erano di fronte al palazzo armati. Avevano preso il controllo della sicurezza dell’edificio, perché i proprietari stavano cercando di negoziare con loro.

Avevo paura. Mio cugino era terrorizzato. Era cresciuto sotto il governo dei Talebani, aveva visto i cadaveri delle donne per strada. Era molto arrabbiato e mi aveva detto di stare tranquilla, “seguimi”. Siamo arrivati alla macchina e siamo partiti. E appena siamo partiti abbiamo visto che i Talebani erano ovunque. Stavano arrivando da fuori. Mentre io cercavo di uscire dalla città, loro ci stavano entrando. Mentre guidavamo attraverso la città li vedevamo prendere il controllo delle strade.

L’hotel dove stavamo andando era in uno dei compound fortificati dove vivevano i cittadini stranieri, quelli che lavorano per i progetti delle organizzazioni umanitarie o del governo americano. Erano compound con un sacco di sicurezza, e chi ci viveva si spostava per la città a bordo di auto blindate. Nel corso degli anni, col migliorare della situazione di sicurezza in Afghanistan, molti stranieri (me inclusa) avevano potuto smettere di vivere nei compound e di spostarsi a bordo di auto blindate, ma molti ci vivevano ancora.

Quando sono arrivata, ero esausta. Non avevo dormito, mi ero ritrovata i Talebani sulla porta di casa. Ero sotto shock. Ho messo giù i bagagli e volevo solo dormire. Ma prima ho scritto un messaggio a mia sorella minore, con cui mi stavo sentendo da tutta la settimana: “vado a dormire”. Lei mi ha chiamato e mi ha detto, “c’è un problema all’aeroporto. La gente si sta attaccando alle ali degli aerei. Ci sono scontri”. Io ho risposto, “Probabilmente è perché qualcuno ha venduto dei falsi biglietti, vedrai che la situazione si calmerà”. Così sono andata a dormire, e la mattina dopo mi hanno chiamato sia mia mamma che mia sorella. “C’è un grosso problema all’aeroporto”. Mentre dormivo, la mia famiglia aveva assistito al collasso totale dell’aeroporto, e sapeva che adesso il mio biglietto aereo non aveva più alcun valore.

Quando sono scesa alla reception, ho scoperto che la città era bloccata dai checkpoint dei Talebani. Nel giro di una notte, Kabul era caduta. Ce l’avevo fatta per un pelo. Ho chiesto se potevo prendere un’auto blindata per andare all’aeroporto per prendere il mio aereo, ma mi hanno detto di no. “No, perché i Talebani sono qui fuori. Hanno preso l’auto blindata dopo aver costretto l’autista e i passeggeri a scendere. Fuori dal compound adesso ci sono migliaia di persone”.

Donne con il burqa guardano Fereshta Kazemi a Kabul. Carolyn Cole/Los Angeles Times via Getty Images

L’aeroporto di Kabul ha due lati. C’è il lato commerciale, quello che avete visto nei telegiornali. E poi c’è il lato militare, quello dove si svolgevano le evacuazioni. Io mi trovavo vicino al lato militare, e fuori c’erano migliaia di persone. All’inizio erano 2000, poi sono diventate 20mila. Gli inglesi, che stavano gestendo le evacuazioni da dentro il compound, mi hanno detto, “non sappiamo se possiamo farti uscire”. E poi il mio volo è stato cancellato. Tutto stava crollando. Si sentivano degli spari, e mi hanno detto che stavano sparando in aria per far arretrare la folla di gente accalcata fuori.

Mia sorella minore, che è nata in California, mi stava intanto aiutando con i vari passaggi dell’evacuazione, e io ero in contatto con amici americani che avevano lavorato in Afghanistan che stavano organizzando voli charter per aiutare le persone a Kabul. Volevo piangere. Questi americani si sentivano in colpa per la decisione di Biden e si erano presi l’onere di aiutare la gente, di provare a risolvere i problemi che la leadership americana non è riuscita a risolvere. Stavano cercando di far scappare le persone con cui avevano lavorato, perché sapevano che sarebbero state uccise. Sono stati loro a dirmi, “ti abbiamo trovato un posto, perché se resti qui ti uccidono”.

Era difficile da immaginare, ma il collasso totale del Paese è successo così in fretta. Non potevo semplicemente nascondermi e tenere un basso profilo. Improvvisamente non c’era più sicurezza. Improvvisamente ero la ragazza che aveva fatto quel certo film, che vestiva all’occidentale e che voleva libertà. Ed era da agosto 2020 che i Talebani assassinavano la gente. Da un anno che c’erano sempre più omicidi di attivisti per i diritti umani, attivisti politici, di chiunque osasse alzare la voce. E io ero sicuramente nella loro lista.

Ho cominciato a espormi pubblicamente anni fa, e c’è stato un momento preciso che mi ha spinta a farlo. Nel 2015, un attentato suicida dei Talebani ha ucciso 36 giovani soldati afghani. Avevo sentito l’esplosione mentre ero bloccata nel traffico. Quando ci sono attentati di quel genere, rimani bloccato nel traffico poi, molte ore dopo, passi sul luogo dell’esplosione. I cadaveri erano stati tutti raccolti, ma l’intera strada era piena di sangue. E non era solo il sangue, era che c’era qualcuno che lo stava lavando via. È stata quell’immagine che mi ha cambiato. Non era solo il sangue. Era il fatto che stesse venendo lavato via così in fretta. Come se la vita fosse insignificante. E ricordo che ho pensato, perché nessuno fa niente per questa cosa?Nel Paese tutti sono poveri e vulnerabili. Mi è sembrato un atto di bullismo. Chi sono tutte queste persone innocenti che vengono uccise, queste persone povere che stanno solo cercando di sopravvivere?

Ho lasciato l’Afghanistan quando avevo 4 anni, ma ho ricordi di quando giocavo per le strade, andavo a pescare, aspettavo che mia mamma che faceva la maestra tornasse a casa, la vedevo arrivare dalla finestra e le correvo incontro felice. E mi ricordo che andavo in giro per la città con mia mamma, che parlavamo ocn la gente. Mi ha detto che erano una bambina socievole, che chiedevo a tutti “cosa fai?”. In quegli anni, durante la mia infanzia, al potere c’erano i comunisti. Anche loro assassinavano la gente. Avevano liste di persone che consideravano pericolose. E in una di quelle liste c’era mio padre.

Mio nonno materno, Abdul Wahed Barekzai, era un generale e la famiglia di mia mamma era molto coinvolta nei giochi politici di Kabul. Invece il mio nonno paterno era viceministro delle Miniere. Quindi era parte del governo. E mio papà e mia mamma e la loro generazione facevano tutti parte della società civile e intellettuale del tempo, e avevano un’opinione su come andasse governato il Paese. È per questo che mio padre era finito nella lista delle persone pericolose. Mi ricordo che i soldati afghani e sovietici erano entrati in casa nostra, io li avevo visti e mi ero messa a urlare. E avevano arrestato tutti gli adulti che avevano trovato.

Mio padre non c’era, era all’estero per il suo master. Se l’avessero trovato l’avrebbero ucciso. Mia mamma era riuscita a farci uscire dal Paese tramite i suoi contatti politici. Quando andavo a scuola negli Stati Uniti, un sacco di bambini afghani che incontravo mi dicevano che il loro papà era stato ucciso. E mi ricordo che pensavo a quanto eravamo stati fortunati, a cosa sarebbe successo a me e alla mia famiglia se non avessimo più avuto mio papà.

Sono tornata a Kabul per la prima volta alla fine del 2012 per girare un documentario. Quando sono arrivata, è stata una delle esperienze più importanti della mia vita. Mio cugino è venuto a prendermi all’aeroporto, e io indossavo leggins e una maglietta. Lui mi ha detto, “per favore mettiti qualcosa addosso”. Non capivo perché dovessi farlo, perché all’epoca ero praticamente un’americana. Ma quando sono salita in auto e abbiamo attraversato la città, ho cominciato a sentire parlare in Dari. Il tassista, il vigile, tutti parlavano quella lingua e alle mie orecchie è stata un’esperienza nuova perché ero abituata all’inglese. Improvvisamente ero in un posto in cui ovunque si parlava la mia lingua madre. Era incredibile. E per le cose che ho visto, mi sono commossa. La povertà, la polvere mi sembravano espressioni di coraggio, bellissime, fonte di ispirazione, magiche. Non avevo paura. Perché i volti e le espressioni della gente mi ricordavano la mia famiglia.

Mi sono sentita sempre come se mi mancasse qualcosa. Sembro americana, mi comporto come un’americana, perché è inevitabile diventare americana quando cresci fin da bambina in America. E poi cresci e ci sono queste parti esistenzialiste, metafisiche di te che non capisci. E poi vai in un altro Paese e pensi, “aspetta, ma qui sono tutti come me”. Tutti mi offrivano da mangiare e mi chiedevano come stavo. C’è un modo speciale tutto afghano di trattare gli ospiti: non dico che gli americani non sappiano voler bene, ma è diverso. Quando sono tornata a vivere in Afghanistan nel 2015, per continuare a fare film sugli omicidi, le autobombe, gli attentati, ho sentito una responsabilità morale. Kabul è diventata casa mia.

Gli omicidi, quella strada piena di sangue e di pezzi di esseri umani. Gli afghani che assistevano a queste cose facevano foto, e noi le diffondevamo su Twitter. Abbiamo fondato quello che oggi è chiamato il “Twitter afghano”. Che è diventato sempre più grande. Siamo diventate le voci della società civile che chiedevano agli Stati Uniti di imporre sanzioni al Pakistan per il suo supporto ai Talebani. E perchè non l’hanno mai fatto? Perché il Pakistan ha la bomba atomica, una lobby potente a Washington ed è più importante per gli Stati Uniti dell’Afghanistan.

Penso che le dichiarazioni dei Talebani sul loro essere in grado di controllare le azioni dei loro combattenti sinao illusorie. Adesso si sentono forti perché hanno vinto. Si sentono forti e in grado di commettere violenze. È così che governano. È così che implementano le loro politiche. Hanno a disposizione questi giovani uomini rabbiosi che capiscono solo la violenza. Fin da piccoli li radicalizzano, non gli danno una vera educazione, non gli danno motivi di speranza.

E penso che Joe Biden si sia illuso pensando di poter negoziare con i Talebani in buona fede. Sono autoritari, gestiscono il potere con la violenza e il caos, ed è per questo che non sono stati in grado di impedire ai loro miliziani all’aeroporto di sparare alle persone. Anche agli americani che oggi sono rimasti intrappolati in Afghanistan. Ci sono gli afghano-americani, ci sono gli interpreti, i giornalisti, gli attivisti, le donne afghane. Ora sono tutti in pericolo.

Fereshta Kazemi sul set della serie tv “Kocha-e-Ma”, in cui recita nei panni di una donna afghana occidentalizzata che torna in Afghanistan. Carolyn Cole/Los Angeles Times via Getty Images)

Nessuno in Afghanistan voleva che gli americani rimanessero lì per sempre. Tutti volevano essere indipendenti. Ma non capisco perché Biden se n’è andato in questo modo. Non ha senso. Perché ha interrotto il supporto logistico che permetteva all’esercito afghano di combattere? Togliere i contractor americani che fornivano manutenzione, logistica, risorse vitali all’esercito afghano, sapendo che questo non era pronto a fare da solo: perché nessuno nel tema di Biden ci ha pensato? Perchè hanno evacuato l’ambasciata americana? Chi si occuperà di scoprire dove sono finiti i cittadini americani che mancano all’appello? Se dobbiamo assistere a queste tragedie, il minimo che possiamo fare è chiedere conto ai responsabili delle loro azioni. Lo staff dell’albergo dove mi trovavo parlava di tutto ciò che stava succedendo. “I Talebani stanno andando nelle nostre case e chiedendo di noi ai nostri vicini. Non vogliamo andare a casa”. Dormivano sul posto di lavoro per la paura. Un tizio è venuto da me e mi ha chiesto, “posso avere il tuo numero? Puoi farmi scappare? Puoi contattare qualcuno per me? Posso contattarti io?” E io ovviamente gli ho detto, “dammi il tuo numero, lo darò a qualcuno che ti può aiutare”.

Ho passato tre notti in quell’albergo. Non potevo più guardare le notizie, ero in modalità sopravvivenza. La terza notte ero andata a dormire e all’una ho sentito battere forte contro la porta della mia stanza. Era un soldato americano che urlava “sei americana? Sei americana?”. Mi sono svegliata e mi sono sentita dire, “Dobbiamo andarcene ora!”. E ho detto solo “ok”. Mi sono alzata, ho preso i miei bagagli. “Non possiamo prendere tutti i tuoi bagagli”. E io ho detto, “sto aspettando un volo charter”. La sua risposta: “Non capisci. L’aeroporto è stato attaccato ieri notte. Non sappiamo come sarà la situazione. Non puoi portare tutta questa roba”. Ho preso solo la mia attrezzatura e sono partita con i vestiti che avevo addosso.

Sono salita su un’auto blindata. All’aeroporto ci hanno messi su un grosso aereo militare. Eravamo solo in 25. Ho scritto a mia sorella che ero su un aereo, ma non riuscivo a realizzare tutto quello che mi stava succedendo. Prima di scappare dalla mia casa avevo lasciato ben in vista le foto di tutti i membri della produzione sul set. È stato un po’ l’equivalente di scrivere su un muro “sono stato qui”. Le ho lasciate per mostrare a chiunque entri che siamo stati lì, che abbiamo fatto questa cosa. Quando l’aereo è decollato pensavo a questo.

Ci hanno detto che eravamo diretti a Doha, ma invece siamo andati in Arabia Saudita perché la base militare americana di Doha era troppo affollata. Siamo atterrati in una base militare e c’erano un sacco di americani ad attenderci. E devo dire complimenti all’esercito americano per aver trattato così bene gli afghani evacuati. Ci hanno dato cibo, acqua, dentifricio e tutto quello che poteva servirci. E continuavo a dirgli, “grazie, grazie”. Chiedevano alla gente dei visti, se ce l’avevano o no. E mi chiedevano di tradurre. E mentre li aiutavo, i soldati mi hanno detto “digli di non aver paura. Non glielo stiamo chiedendo perché c’è qualcosa che non va. Vogliamo fare solo una lista”. Avevano persino costruito una stanza per la preghieraAlla fine, prima di ripartire, i sauditi hanno mandato dei grandi piatti di cibo e c’è stata una cena comune nella base americana.

Siamo stati in Arabia Saudita 12 ore, e poi siamo andati a Doha. Ci hanno separati dagli altri afghani che dovevano aspettare di ottenere lo status di rifugiato. A quanto pare molti Paesi si sono offerti di aiutare questi afghani a trovare una casa altrove. Poi ci hanno portati in Kuwait, ed è stata la prima volta che il volo era affollato. Era un grosso aereo militare. Il pavimento era pieno di gente, e faceva caldissimo. La gente litigava per lo spazio dove stendere le gambe. Erano tutti nel panico. Era una situazione in cui una piccola incomprensione avrebbe potuto provocare il caos. Io respiravo dal naso, cercando di rilassarmi. Una donna è svenuta, ed è dovuto arrivare un medico.

Dopo quel volo, finalmente sono salita su un aereo normale per Washington, e poi da lì alla costa ovest. Ero sconvolta. Non riuscivo a mettere insieme due frasi per raccontare tutto ciò che era successo. Improvvisamente tutto ha cominciato a scorrere velocemente e non riuscivo a stare al passo. Ho incontrato un uomo afghano-americano che era rimasto davanti alla porta dell’aeroporto di Kabul per tre giorni, portandosi dietro soltanto uno zaino. Alla fine aveva chiamato un amico che aveva chiamato le forze speciali afghane per farlo entrare. Una donna afghano-americana era stata di fronte all’aeroporto quattro giorni. Aveva cicatrici sulla mano. Il suo autista era stato preso dai Talebani, che gli avevano rotto un braccio. Mi ha fatto vedere dei video in cui la gente spingeva e cercava di superare le porte dell’aeroporto.

Un amico mi ha detto che a Khair Khana, un quartiere di Kabul, una ragazza indossava un vestito da cui uscivano le braccia. I Talebani le hanno sparato nel braccio, l’hanno fatta salire a bordo di un auto blindata e l’hanno portata via. Mi ha detto che due giornaliste sono state inseguite: una è stata presa, una è riuscita a scappare. Che i giornalisti hanno cominciato ad autocensurarsi, che i presentatori tv sono stati sostituiti da Talebani.

Nei negoziati di Doha tra Stati Uniti e Talebani, l’anno scorso, si è trovato l’accordo sull’educazione femminile: le donne potranno studiare fino alle superiori ma non potranno andare all’università. Anche questa è una tragedia. Un’intera generazione è cresciuta con ristoranti e bar, giovani che si esprimono liberamente, ragazze che hanno relazioni, che vanno a vivere da sole, che lavorano e hanno carriere e vivono vite indipendenti come le donne di qualsiasi altro Paese del mondo. Oggi invece le donne stanno venendo allontanate dal lavoro, dall’università. Non possono più avere relazioni o scegliere chi vogliono come partner. I Talebani rapiscono giovani donne e le obbligano a sposare i loro miliziani. Siamo in una situazione in cui la violenza fisica e sessuale nei confronti delle donne è destinata ad aumentare vertiginosamente, e non ci sarà modo di ottenere giustizia. Ma anche i diritti degli uomini stanno venendo violati. Ci sono molti uomini che magari non vogliono sposare la prima donna con cui escono. Molti uomini che vogliono vestirsi come gli pare, occuparsi di arti, fare cose diverse. Anche loro sono in pericolo.

Mia mamma e io siamo cercando di far scappare la nostra famiglia. Mia cugina mi ha detto che il suo figlio più grande, che ha 8 anni, si è messo a piangere. Diceva “vorrei essere più grande per proteggere le mie sorelle”. Le sue sorelle hanno 10, 12 e 13 anni. I miei amici di Kabul mi dicono che nessuno esce più. Hanno tutti paura. Mi dicono che quando escono i Talebani li intimidiscono. Li guardano in un modo che li spaventa. Hanno paura di essere uccisi se fanno una mossa sbagliata. Mi hanno detto che c’è questo strano silenzio, che tutti si muovono lentamente e in silenzio. E tutti gli uomini si stanno cambiando d’abito, cominciano a vestire gli abiti tradizionali afghani.

Crescendo, ho sentito dire che negli anni Novanta i Talebani uccidevano la gente e lasciavano i cadaveri per strada senza consentire ai parenti di seppellirli, li lasciavano ai cani. Ho sentito dire che una cosa del genere è successa di recente a Kandahar, che c’erano decine di corpi per strada e che nessuno aveva il permesso di raccoglierli. Ho sentito dire che hanno lapidato una donna. “Cosa? Non avevano smesso con le lapidazioni?”, ho pensato, perché sono ancora americana dentro.

Piango ogni volta che leggo le notizie. Non posso vedere certe cose. Per fortuna la mia famiglia si sta occupando di me. Sto cercando di creare uno spazio speciale dentro me stessa per capire che la creazione e la distruzione fanno parte della vita, che la morte fa parte della vita, per riuscire a superare tutto questo e non oscillare tra il panico e l’apatia. Parlare e chiedere ai responsabili di subire le conseguenze delle loro azioni, come sto cercando di fare, è un modo di riuscirci. Sono felice di essere qui e di avere il tempo di riprendermi. Sonno grata ai militari che ho visto trattare bene i profughi afghani. Sono grata di essere cittadina americana. Ma sono anche mortificata e sconvolta di essere qui e non essere a Kabul. Vorrei essere a Kabul.

Questo articolo è apparso originariamente su Rolling Stone US