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La lunga storia del rapporto tra le Olimpiadi e la politica

Il caso del judoka algerino Fethi Nourine, che si è ritirato dalle Olimpiadi perché il sorteggio l'ha messo contro un atleta israeliano, ci ricorda che da sempre la manifestazione non è solo sport – è anche politica

Damon Coulter/SOPA Images/LightRocket via Getty Images

Sebbene sia lo sport come show a prevalere, tra Olimpiadi e politica c’è da sempre un rapporto molto stretto. Se in campo vediamo gesti sportivi, il dietro le quinte è fatto di altri giochi, quelli di potere, che spesso gli spettatori non conoscono. 

Tanto per cominciare, la stessa scelta della città che le ospiterà è politica e non esente da polemiche. Nel 2002 si parlò di tangenti date a membri del Comitato Olimpico per far vincere Salt Lake City. Quest’anno la decisione di far disputare lo stesso i Giochi nonostante il Covid – per rientrare delle forti spese di organizzazione – ha portato a grandi proteste in Giappone. E anche lo stesso funzionamento della manifestazione olimpica è spesso oggetto di discussioni: uno studio dell’università di Oxford ha rilevato che dal 1960 tutte le edizioni hanno sforato il budget i media del 172%, causando inoltre effetti sociali negativi sul territorio che le ha ospitate.

È il motivo per cui si protesta e il motivo per cui, nel caso di questa edizione, alcuni sponsor hanno dato forfait in per fare bella figura con il pubblico local: Toyota non trasmette più i suoi spot durante le Olimpiadi e il suo presidente non ha partecipato alla cerimonia di apertura, mentre Panasonic e la Japan Business Federation hanno annunciato che diserteranno l’edizione. 

Ma le Olimpiadi non sono solo un business – hanno anche legami con la politica internazionale. Legami evidenti almeno dalle Olimpiadi del 1935, quando i Giochi furono strumento della propaganda nazista e la Spagna non partecipò per organizzare invece delle contro-Olimpiadi popolari (che poi non si svolsero per lo scoppio della guerra civile). All’edizione del 1968, in Messico, gli atleti afroamericani Tommie Smith e John Carlos, primo e secondo nei 200 metri, fecero il saluto delle Pantere Nere mentre suonava l’inno statunitense per denunciare il razzismo contro gli afroamericani negli Stati Uniti. Nel 1972 ci fu invece il famoso attentato terroristico del gruppo palestinese Settembre nero che prese in ostaggio 11 atleti israeliani e ne uccise 2.

Frequente è anche il boicottaggio dei Giochi. Nel 1956 Paesi Bassi, Spagna e Svizzera non parteciparono in solidarietà con la rivolta ungherese repressa dall’URSS, mentre Cambogia, Egitto, Iraq e Libano non andarono per protestare contro l’occupazione militare del canale di Suez da parte di Francia, Regno Unito e Israele. Nel 1976 ai giochi di Montréal non parteciparono diversi Paesi africani per protesta contro la nazionale neozelandese di rugby che era stata in Sudafrica nonostante l’apartheid. A Mosca nel 1980 alcuni paesi occidentali non parteciparono per protestare contro l’intervento sovietico in Afghanistan; i sovietici fecero lo stesso ai Giochi di Los Angeles del 1984. La Corea del Nord boicottò le olimpiadi di Seul 1988, appoggiata da Cuba, Madagascar, Etiopia e Nicaragua.

Ma c’è anche chi per partecipare e ottenere medaglie – e quindi soldi e prestigio – farebbe carte false, in senso quasi letterale. Per questo motivo Bahrein e Qatar quest’anno, accolgono tra le proprie fila atleti nati fuori dai propri confini.

E poi c’è la politica interna. In Italia ha fatto discutere il caso di Paola Egonu, pluricampionessa come pallavolista, chiamata ad essere la nostra portabandiera e oggetto di discorsi d’odio in quanto donna, lesbica e nera. Ma in questa edizione dei Giochi ci sono già stati diversi casi in cui la politica è finita in prima fila. 

Il caso al centro dell’attenzione è quello del judoka algerino Fethi Nourine, che si è ritirato dalle Olimpiadi perché il sorteggio l’ha messo contro un atleta israeliano – decisione che aveva già preso nel 2019 quando si era trovato nella stessa situazione ai Campionati del mondo di judo. La stampa l’ha definito “vigliacco”, lui ha detto di aver lavorato duro per raggiungere le Olimpiadi “ma la causa palestinese è più grande di tutto questo”. La Federazione Internazionale di judo lo ha sospeso, definendo il suo comportamento “in totale opposizione alla nostra filosofia”. Ma dopo Nourine anche un altro judoka, il sudanese Mohamed Abdalrasool, ha abbandonato: non ha rilasciato dichiarazioni ma il motivo potrebbe essere lo stesso – non affrontare un atleta israeliano.