La lettera del calciatore suicida Seid Visin, in cui parla del razzismo subito | Rolling Stone Italia
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La lettera del calciatore suicida Seid Visin, in cui parla del razzismo subito

“Ovunque io vada, ovunque io sia, sento sulle mie spalle come un macigno il peso degli sguardi scettici, prevenuti, schifati e impauriti delle persone”, scrive Seid nella lettera, parlando delle reazioni al colore della sua pelle

Foto via Twitter

Seid Visin, 20 anni, nato in Etiopia e trasferitosi in Italia a 7 anni, aveva giocato nelle giovanili di Inter e Milan e per un po’ era stato compagno di stanza di Gigio Donnarumma. Poi aveva lasciato il calcio professionistico per ragioni personali ed era tornato a Benevento, per stare più vicino alla famiglia. Ieri è stato trovato senza vita nella sua casa di Nocera Inferiore, suicida. Oggi, il Corriere della Sera ha pubblicato una lettera straziante scritta da Seid e consegnata tempo fa ad alcuni amici e alla sua psicoterapeuta, in cui parla del dolore per il razzismo subito quotidianamente. 

“Ovunque io vada, ovunque io sia, sento sulle mie spalle come un macigno il peso degli sguardi scettici, prevenuti, schifati e impauriti delle persone”, scrive Seid nella lettera, parlando delle reazioni al colore della sua pelle: il dubbio, quando entrava nei negozi, che fosse un ladro. La paura negli occhi della gente sui mezzi. pubblici, che pensava fosse un borseggiatore.

Seid racconta la sua storia in Italia: “ricordo che tutti mi amavano. Ovunque fossi, ovunque andassi, tutti si rivolgevano a me con gioia, rispetto e curiosità. Adesso sembra che si sia capovolto tutto”. “Ero riuscito a trovare un lavoro”, scrive, “che ho dovuto lasciare perché troppe persone, specie anziane, si rifiutavano di farsi servire da me e, come se non mi sentissi già a disagio, mi additavano anche come responsabile perché molti giovani italiani (bianchi) non trovassero lavoro”.

Questa discriminazione l’aveva portato a vergognarsi “di essere nero, come se avessi paura di essere scambiato per un immigrato, come se dovessi dimostrare alle persone, che non mi conoscevano, che ero come loro, che ero italiano, bianco”. Questo sentimento l’aveva portato a fare “battute di pessimo gusto su neri e immigrati (…) come a sottolineare che non ero uno di loro. Ma era paura. La paura per l’odio che vedevo negli occhi della gente verso gli immigrati”

Alla fine della lettera, Seid ha anche un momento in cui riconosce che quello che prova e che vive sulla sua pelle non è nulla rispetto “all’oceano di sofferenza che sta vivendo chi preferisce morire anziché condurre un’esistenza nella miseria e nell’inferno. Quelle persone che rischiano la vita, e tanti l’hanno già persa, solo per annusare, per assaggiare il sapore di quella che noi chiamiamo semplicemente ‘Vita’”.

Eppure, è stato abbastanza per portare il 20enne a decidere di farla finita. La sua lettera è importante perché sottolinea per l’ennesima volta la gravità della questione razziale, del razzismo e delle discriminazione nel nostro Paese.