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La guerra tra Russia e Ucraina mette a rischio gli interessi della Cina

L’Ucraina è il terzo partner commerciale di Pechino, dopo Russia e Kazakistan, e ha aderito al progetto delle Nuove Vie della Seta nel 2017, in cambio di nuove infrastrutture: Xi Jinping sa bene che, a prescindere da chi vincerà questo conflitto, il suo Paese perderà qualcosa sul piano internazionale

Foto via Getty

Tra gli osservati speciali della guerra tra Russia e Ucraina c’è la Cina, superpotenza economica, amica di Putin ma in affari con l’occidente. In queste settimane si è tenuta lontana dal dibattito, ma è evidente che la strategia di Xi Jinping sia quella di tenere due piedi in due scarpe. L’ambiguità è l’unica strada per non mandare in malora la pace ritrovata con la Russia dopo il 1991 e quel pacchetto di affari che passa dalla Nuova Via della Seta che proietta investimenti e beni cinesi nel cuore dell’Europa.

Anche l’Italia, nel 2019, con il primo governo Conte, ha visto l’allora Ministro dello Sviluppo Economico, Luigi Di Maio, siglare 29 accordi con la Cina per circa 7 miliardi di euro che con “l’effetto volano” sarebbero arrivati a 20, vaticinava il ministro. Affari che vanno dal commercio all’energia, con il coinvolgimento delle grandi aziende italiane, dalle infrastrutture alle telecomunicazioni, dal turismo ai porti, fino a gemellaggi e iniziative culturali.

Con l’entrata in partecipazione nei due maggiori porti italiani, Trieste e Genova, che si aggiungono agli scali marittimi di Belgio, Francia, Grecia, Paesi Bassi e Spagna. L’obiettivo è quello di aggiungere, alle rotte terrestri, delle rotte via mare in grado di entrare nell’economia europea attraverso i maggiori porti commerciali europei, dove già ogni giorno sbarcano migliaia di container carichi di merci cinesi. Gli esperti vedono in questo progetto l’ambizione da parte dell’Oriente di voler entrare nella sfida della globalizzazione che finora ha visto l’America protagonista indiscussa.

A richiamare però l’attenzione sulla condizione giuridica della Cina e sulle criticità di quel regime è Mario Draghi, secondo il quale gli accordi siglati dall’Italia nel 2019 andrebbero rivisti, semplicemente perché quel paese «è un’autocrazia che non aderisce alle regole multilaterali, non condivide la stessa visione del mondo delle democrazie».

Nelle parole di Draghi ci sono tutte le questioni aperte sul dossier Cina. A pesare in Cina ci sono anche dubbi mai sopiti sulla fuga del Sars Covid 2, sull’omissione di informazioni circa la diffusione del virus e sulla censura operata in Cina verso chi aveva provato a denunciare una strana malattia che si stava diffondendo troppo in fretta e che nel giro di poche settimane ha costretto il mondo occidentale a fermarsi, costringendolo a rinchiudersi in casa.

E per capire quanto oggi la Cina sia centrale nelle sfide moderne, ci sono almeno tre letture consigliate: i due volumi del giornalista del manifesto, Simone Pieranni – Red Mirror, La Cina nuova – e i primi capitoli de L’anno della peste: L’America, il mondo e la tragedia Covid, scritto dal premio Pulitzer Lawrence Wright.

Per capire l’atteggiamento che il governo cinese sta tenendo nella vicenda russo-ucraina bisogna guardare alla rete di rapporti che lo lega ai due paesi. Nella storia Cina e Russia sono stati spesso competitor nell’affermazione del primato comunista, anche con gravi scontri, ma con il crollo dell’Urss, i rapporti hanno preso tutt’altra piega. Le collaborazioni si sono infittite con una serie di accordi commerciali, cooperazione economica e in tema di sicurezza che hanno fatto parlare di una nuova zona Eurasiatica. Ma la Cina, che con Xi Jinping si è trasformata in potenza commerciale e politica, ha nel tempo stretto accordi anche con l’altra parte del conflitto.

Con l’Ucraina i rapporti diplomatici risalgono al 4 gennaio 1992 e recentemente hanno vissuto un’intensificazione, dato che il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha affermato che il proprio Paese avrebbe potuto fungere da «ponte verso l’Europa» per le aziende cinesi. L’Ucraina è il terzo partner commerciale di Pechino, dopo Russia e Kazakistan, e ha aderito al progetto delle Nuove Vie della Seta nel 2017, in cambio di nuove infrastrutture. Un’attenzione quella ucraina che l’ha portata a non esporsi mai sulle presunte violazioni dei diritti umani da parte della Cina, ritirando la sua firma dalle richieste internazionali per l’accesso di osservatori indipendenti nella regione dello Xinjiang per indagare sui rapporti di persecuzione degli uiguri e di altre minoranze musulmane che Pechino nega.

E oggi che i due principali partner commerciali della Cina nell’Eurasia sono in guerra, l’importante per Xi è salvare il salvabile, cercando di non nuocere agli affari del suo paese. Il 7 aprile 2022, l’Onu ha votato per sospendere la Russia dal Consiglio dei diritti umani dell’Onu. La risoluzione è stata approvata con 93 voti a favore, 24 contrari e 58 astenuti. Tra i contrari ovviamente la Cina, che teme misure simili per quanto riguarda il modo in cui soffoca da mesi le rivolte di Hong Kong e per Taiwan, formalmente indipendente, ma da sempre nelle mira della Cina. Tanto che in queste settimane molti osservatori internazionali temevano che Xi potesse approfittarne per invadere il paese come ha fatto Putin con l’Ucraina. Che la questione sia molto calda e attuale, lo dimostra la reazione furiosa delle autorità cinesi all’annuncio di una visita della speaker del Congresso americano, Nancy Pelosi, il prossimo 10 aprile a Taipei. “La Cina adotterà misure risolute ed energiche per difendere fermamente la sovranità nazionale e l’integrità territoriale e gli Stati Uniti dovranno essere pienamente responsabili di tutte le conseguenze” ha tuonato il portavoce del ministero degli Esteri Zhao Lijian. La Cina considera quindi a tutti gli effetti Twain un proprio territorio, anche se nei fatti non è così.

È facile notare come il conflitto in Ucraina si porta dietro molte questioni e la Cina non ne è estranea. Da settimane siamo tornati ad assistere a un braccio di ferro tra potenze, da una parte gli Usa di Biden contro l’asse orientale guidato da Putin e Xi. Come dicevamo il 1991 è un anno di svolta per la storia degli assetti geopolitici globali, ma a distanza di trent’anni le lancette sembrano aver fatto un balzo indietro nel tempo, riproponendo i vecchi schemi e le vecchie contrapposizioni. E nonostante l’ambiguità che sta dimostrando la Cina in questa fase, Xi sa bene che, a prescindere da chi vincerà questo conflitto, il suo Paese perderà qualcosa sul piano internazionale. Per questo non promette aiuti a Putin, ma all’Onu si schiera al suo fianco. Una cautela che però non servirà a molto.