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La “guardia costiera libica” ha sparato a un gommone di migranti con una motovedetta italiana

Le immagini, diffuse giovedì dalla ONG Sea Watch, fanno impressione e dimostrano cos'è davvero la "guardia costiera libica" a cui l'Italia sta affidando la gestione del fenomeno migratorio

Questo giovedì, l’ONG Sea Watch ha diffuso un video che sta facendo molto discutere. Le immagini, catturate mercoledì da Seabird – il mezzo aereo di cui l’organizzazione tedesca si serve per monitorare la situazione nel Mediterraneo centrale – hanno ripreso il tentativo, da parte di una motovedetta in dotazione alla cosiddetta “guardia costiera libica”, di colpire e speronare un gommone che ospitava circa sessanta migranti.

La questione riguarda da vicino il nostro paese, dato che la motovedetta in questione è la “Ras Jedir”, una delle quattro unità navale che l’Italia ha donato alla Libia nel 2017 – anno in cui, grazie soprattutto all’impulso dell’ex ministro dell’Interno Marco Minniti, fu siglato ufficialmente il memorandum d’intesa italo-libico, il protocollo che sugellò la cooperazione fra Roma e Tripoli grazie a una serie di iniziative e finanziamenti, come ad esempio l’aumento del sostegno tecnologico e finanziario al paese nordafricano e la predisposizione di alcuni corsi di formazione con cui la Guardia di Finanza italiana si impegnava ad addestrare il personale libico alla “lotta contro il terrorismo e i trafficanti di esseri umani”. 

L’attacco è avvenuto nella zona sar – zona di “ricerca e soccorso” – di competenza di Malta, dove però i militari maltesi intervengono molto raramente. I video realizzati dall’equipaggio della Seawatch mettono in mostra degli atteggiamenti che, negli ultimi anni, abbiamo imparato a conoscere piuttosto bene, tra spari, speronamenti e oggetti scaraventati contro le persone a bordo del gommone; tuttavia, per fortuna, l’imbarcazione è riuscita a proseguire nel suo viaggio e ha raggiunto il porto di Lampedusa. Anche Alarm Phone ha raccontato la dinamica degli spari e ha confermato che tutti i passeggeri sono sani e salvi nell’isola siciliana. “Solo grazie alle voci coraggiose delle persone che ci chiamano dal mare e all’altrettanta presenza coraggiosa dell’equipaggio di Seabird questi crimini possono essere svelati e talvolta fermati. La migrazione non è un crimine. Costruire confini lo è”.

Da quando quella che definiamo “guardia costiera libica” è stata formalmente istituita, in Europa tiene banco il dibattito relativo all’opportunità di interrompere i finanziamenti che l’Unione riserva a questo tipo di milizie, accusate di gravissime violazioni dei diritti umani dei migranti, frequentemente esposti a torture, sfruttamento, violenze e altre gravi prevaricazioni, come a più riprese denunciato da Amnesty International e da altre organizzazioni. Già quattro anni fa, un rapporto commissionato dall’ONU e relativo alla transazione politica in Libia  denunciava il fatto che la Guardia costiera libica fosse “direttamente coinvolta in gravi violazioni dei diritti umani” dei migranti, insieme alle reti dei trafficanti e ai gestori dei centri di detenzione per migranti (dove i diritti umani vengono sistematicamente violati). 

Un altro punto parecchio discusso è quello relativo all’identità dei militari che compongono queste pattuglie, animate da personaggi ambigui come Abd al-Rahman al-Milad, meglio conosciuto come “Bija”, comandante della Guardia costiera di Zawiya e capo delle milizie fedeli a Fayez al-Sarraj durante la seconda guerra civile libica. Prima che gli accordi italo-libici lo calassero nei panni di tutore dell’ordine istituzionale, il comandante Bija era un noto trafficante di migranti e contrabbandiere di carburanti, con un curriculum criminale foltissimo – non a caso, il 7 giugno 2018 è stato inserito dall’ONU nella lista delle persone sottoposte a sanzioni in base alla Risoluzione 1970 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.  

In diverse occasioni, i giornali italiani e internazionali hanno dato risalto agli abusi compiuti da parte degli agenti libici, spesso coinvolti in operazioni volte a sabotare l’operato delle ONG e in gravissimi maltrattamenti nei confronti dei migranti, colpiti con armi da fuoco, fruste e bastoni. Ad aprile, un’inchiesta realizzata dal Guardian in collaborazione con Rai News e con il quotidiano Domani ha reso pubblici alcuni documenti che hanno messo in luca l’inerzia della Guardia costiera libica. I fatti raccontati nell’indagine risalgono al 2017 – quando le milizie beneficiavano del sostengo italiano ed europeo per la formazione e la fornitura di mezzi, come le motovedette, per bloccare il flusso dei migranti – e sono raccontati nelle 30mila pagine di atti depositati nell’inchiesta della procura di Trapani sulle navi umanitarie delle Ong, indagate per collusione con i trafficanti. Uno dei più sconcertanti risale al 16 giugno del 2020, quando la Guardia costiera italiana chiese alle autorità libiche di intervenire in soccorso di almeno 10 imbarcazioni in difficoltà nelle loro acque territoriali, sentendosi rispondere che “Oggi è giorno libero, magari possiamo andare lì domani”.

Finora, i dati sembrano confermare come l’approccio europeo (e italiano) alla problematica dei migranti si è risolto in un fallimento: secondo le stime dell’UNHCR e dell’OIM (Organizzazione Internazionale delle Migrazioni), soltanto nei primi due mesi del 2021, i morti in mare sono stati 251 (un numero in crescita rispetto al 2020, che nello stesso periodo ne registrava 233) e da gennaio oltre 10.000 persone sono state rimpatriate in Libia e incarcerate.

Insomma, i fatti di mercoledì rappresentano l’ennesimo esempio di una cattiva gestione del fenomeno migratorio, ormai esacerbata fino al paradosso. Finora le istituzioni europee non hanno creato le condizioni per un’inversione di rotta, e anche Mario Draghi – che ha scelto la Libia come destinazione per la propria prima visita ufficiale all’estero – si è detto “soddisfatto” dell’operato della guardia costiera libica, sottolineando la necessità di rinforzare la cooperazione tra Roma e Tripoli. 

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