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La fondatrice delle Pussy Riot: «L’avidità e la corruzione di Putin toccano tutti, ogni giorno»

L'attivista ha scritto un editoriale per il New York Times sulla democrazia in Russia e l’avvelenamento di Aleksei Navalny: «Ho combattuto l’autocrazia per anni, ma il mio Paese non fa che peggiorare»

Nadya Tolokonnikova

Foto: Rodin Eckenroth/Getty Images for ABA

Nadya Tolokonnikova, attivista e fondatrice delle Pussy Riot, ha scritto un editoriale per il New York Times in cui parla del possibile avvelenamento di Aleksei Navalny, dello stato della democrazia in Russia e di quello che è successo al suo ex marito Pyotr Verzilov, anche lui avvelenato nel 2018.

«Quello che è capitato a Navalny vi sembrerà terribile, ma anche una di quelle cose che succedono lontano, in Russia o Bielorussia, negli Stati autoritari», scrive Tolokonnikova. «Da vicino è molto più orribile. A volte fatico a credere che questa sia la mia vita. Ho incontrato troppe persone attaccate con lo stesso metodo che sembra sia stato utilizzato con il mio amico Aleksei. Mi sembra un orrendo déjà vu: meno di due anni fa lavoravo con quegli stessi attivisti per far evacuare dallo stesso ospedale tedesco il padre di mio figlio, Pyotr, che era ricoverato per avvelenamento».

Tolokonnikova racconta di come i dottori le abbiano mentito, dei ritardi sul trasferimento per nascondere le tracce di veleno e della paura di non rivedere più la persona amata. «È stato orribile stare seduta accanto al suo letto come starà facendo adesso la moglie di Aleksei, Yulia, e pensare che forse non avrei riavuto indietro la persona che amo, un uomo vitale e divertente».

«Per quale fine politico dovrebbe essere giusto fare una cosa simile a un altro essere umano?», chiede l’attivista. «Tre attivisti che ho conosciuto personalmente sono stati assassinati, due picchiati fino a quasi morire. Anche io sono finita in prigione per due anni solo per aver cantato una canzone, e moltissimi attivisti del mio paese hanno subito sorti peggiori. Questa è la realtà in cui vivo ogni giorno, in cui viviamo in Russia e in Bielorussia».

«Ovviamente non sono solo gli attivisti ad essere colpiti dall’autoritarismo di Putin: l’avidità e la corruzione del presidente e delle famiglie che gli sono vicine colpisce tutti, ogni giorno. Molti russi sono stanchi di questa politica retrograda, post imperialista, oppressiva e da Guerra fredda, sono pronti a diventare un Paese progressista che vuole concentrarsi su infrastrutture, scuole e sanità»

Putin, spiega Tolokonnikova, ha cambiato la legge per restare al potere fino al 2036, ma il suo «programma repressivo non è iniziato così sfacciatamente, queste cose succedono un pezzo per volta, a piccoli passi. Sembrano cose relativamente benigne o magari negative, ma non fatali. Ti arrabbi, ma vai avanti con la vita. La promessa della nostra democrazia è stata distrutta lentamente, un pezzo dopo l’altro: nomine di amici corrotti, ordini presidenziali, leggi, voti truccati. Succede lentamente, a intermittenza, a volte non siamo riusciti a vedere quanto fosse costante. L’autocrazia si è insinuata in modo codardo».