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La fine della “guerra infinita”

Biden ha annunciato che il prossimo 11 settembre le truppe americane si ritireranno dall'Afghanistan – 20 anni esatti dopo l'attentato che ha portato alla guerra. Le grandi domande sono due: che ne sarà del Paese? E soprattutto: gli Stati Uniti hanno imparato qualcosa dalla "guerra infinita"?

Marcus Yam / Los Angeles Times/Getty Images

La guerra infinita forse sta per finire. Mercoledì infatti è uscita la notizia che il presidente degli Stati Uniti Joe Biden starebbe per annunciare ufficialmente il ritiro delle truppe americane dall’Afghanistan, previsto per l’11 settembre 2021 – esattamente 20 anni dopo l’attentato terroristico alle Torri Gemelle di New York che quella guerra l’ha causata. Una fonte anonima all’interno dell’amministrazione Biden ha infatti detto al Washington Post che non si tratterà di un ritiro parziale e che “non ci sono condizioni”. In altri termini, pare che la decisione di Biden sia definitiva. 

La guerra in Afghanistan è la guerra più lunga mai combattuta dagli Stati Uniti, che hanno perso migliaia di uomini, ucciso decine di migliaia di afgani e speso bilioni di dollari. Le prime reazioni – anche quelle degli oppositori di Biden – alla notizia della sua fine sono di cauto ottimismo. Per Stephen Wertheim, membro del Quincy Institute for Responsible Statecraft – un think tank contro le guerre e la militarizzazione della politica estera statunitense, la notizia “è molto incoraggiante”. Per Bernie Sanders, è “una decisione giusta e coraggiosa”. 

Ma è anche una decisione che solleva non poche questioni sulla politica estera di Biden, l’accordo di pace negoziato dall’ex presidente Trump con i Talebani, e il futuro dell’Afghanistan. Per prima cosa: già l’accordo negoziato dall’amministrazione Trump prevedeva il ritiro delle truppe statunitensi dall’Afghanistan, che sarebbe dovuto avvenire entro il prossimo 1 maggio. Di fatto, quindi, la decisione di Biden posticipa quel ritiro di quattro mesi. 

L’accordo voluto da Trump e firmato nel 2020 è stato il prodotto di lunghi negoziati tra gli Stati Uniti e i Talebani, voluti da Trump per tenere fede alla sua promessa di porre fine alla guerra. Allo stesso tempo, i Talebani e il governo afgano stavano anche negoziando un accordo per laa condivizione del potere in grado di permettere la loro coesistenza pacifica in un governo futuro dopo il ritiro americano. 

Secondo Benjamin Friedman, policy director del gruppo pacifista Defense Priorities, la decisione di posticipare il ritiro potrebbe essere interpretata come una provocazione dai Talebani. E se ciò avvenisse i Talebani potrebbero lanciare attacchi contro le truppe americane presenti nel Paese, o ritirarsi dai negoziati di pace ancora in corso con il governo afgano. Un altro analista, Stephen Wertheim del Quincy Institute, è più diretto: “C’è una concreta possibilità che ci sarà un’escalation di violenza in Afghanistan la prossima estate, e in tal caso ci vorrà una grande fermezza da parte dell’amministrazione per attenersi al piano del ritiro, specie se le truppe americane verranno prese di mira”. Inoltre, i quattro mesi in più potrebbero dare i falchi domestici più tempo per sabotare la fine della guerra in Afghanistan. 

C’è poi un’altra questione, più ampia. Il ritiro dall’Afghanista segnala un cambiamento di più grande portata nella politica estera e militare degli Stati Uniti? 

Nei decenni passati dalla fine della Guerra fredda ad oggi gli Stati Uniti hanno usato la forza militare più spesso che non durante la Guerra fredda in sè. La politica estera americana degli ultimi 30 anni è andata avanti con il pilota automatico aggrappandosi alla convinzione che, nonostante decenni di continue prove del contrario, fosse possibile usare la forza militare per costruire nazioni, diffondere la democrazia e combattere il terrorismo. “Ciò che abbiamo fatto da quando abbiamo smesso di avere un grande nemicco, è stato crearci un mondo di nemici più piccoli”, afferma Stephen Wertheim. “E l’abbiamo fatto inseguendo obiettivi grandiosi e irraggiungibili tramite una serie di campagne militari, specie dopo l’Undici Settembre”.

L’invasione dell’Afghanistan è stata la prima di quelle campagne, il primo episodio di quel conflitto senza fine chiamato Guerra al terrorismo. E un ritiro completo potrebbe essere interpretato come l’implicita ammissione che quella guerra, le basi militari in ogni angolo del pianeta e la mentalità basata sul confronto militare diretto hanno fallito. La fine della guerra in Afghanistan, quindi, spingera il Paese ha ripensare a qual è il suo posto nel mondo? Segnerà la fine dell’era di interventi miliari all’estero? Sicuramente potrebbe spingere a confrontarsi con queste domande, e pensare a una politica estera più modesta e realistica. “È un buon segno e di sicuro ci sarà chi chiederà di non fermarsi lì”, afferma Ruger.

Un altro punto all’ordine del giorno è se non stia nascendo una nuova coalizione pacifista, fatta sia di destra che di sinistra, a Washington. Quando Biden è arrivato alla Casa Bianca, c’era già un piano per porre fine alla guerra in Afghanistan: l’aveva preparato Trump, che fin dai primi giorni della sua campagna elettorale del 2016 aveva sostenuto la necessità (e la sua volontà) di porre fine alle guerre infinite in cui sono invischiati gli Stati Uniti. Dunque una domanda è se l’amministrazione Biden e i Democratici tutti raccoglieranno questa eredità. 

Moltissimi sondaggi mostrano che parte del fascino esercitato da Trump sulla base Repubblicana era causato dalla sua volontà di porre fine alle guerre in cui gli Stati Uniti sono impegnati. Ruger in particolare segnala un sondaggio del Charles Koch Institute, secondo cui ancora oggi la vasta maggioranza degli elettori sia di destra che di sinistra è a favore della fine delle guerre. “Il fatto di continuare a combattere guerre in Medio Oriente non è qualcosa che il pubblico americano apprezza molto”, afferma Ruger. “È una cosa che interessa di più l’establishment e gli adetti ai lavori che non la società. Essere contrari alla guerra è una mossa politica intelligente sia per la destra che per la sinistra”. 

E se i Democratici sposeranno il pacifismo, come reagiranno i Repubblicani? Il partito Repubblicano è ormai diviso tra una nuova generazione contraria all’approccio interventista della precedente – ben esemplificata dalla deputata Liz Cheney, figlia dell’ex vicepresidente Dick Cheney che è stato uno degli ideatori della Guerra al terrorismo. 

Ma giusto per essere chiari: l’amministrazione Biden ha dato segnali contradditori da questo punto di vista. Il proseguimento dei bombardamenti in Siria e la proposta di aumentare notevolmente il budget del Pentagono segnalano che anche il nuovo presidente ha un approccio interventista in poltiica estera. Ma se dovesse cercare di attirare i sostenitori di Trump che l’hanno votato per le sue critiche alle guerre in Iraq e in Afghanistan, così facendo potrebbe isolare sia i neocon Repubblicani che i falchi all’interno del Partito democratico, creando almeno su questo tema una coalizione bipartisan come non se ne vedevano da tempo negli Stati Uniti. 

E poi c’è la domanda più importante, che resta ancora aperta: che ne sarà dell’Afghanistan? Al momento i segnali su quale possa essere il suo futuro non sono affatto buoni. I Talebani controllano vaste zone del Paese – era dall’invasione del 2001 che non controllavano così tanto territorio. Il governo afgano, invece, è debole, corrotto e in grado esercitare pochissimo controllo sul Paese fuori dalla capitale Kabul. Negli ultimi 20 anni gli Stati Uniti hanno speso più di 2 bilioni di dollari per cercare di impedire il collasso del governo, combattere il narcotraffico e cercare di ricostruire l’Afghanistan. Cosa succederà quando si ritireranno? 

Secondo Ben Friedman, probabilmente gli Stati Uniti continueranno a spendere soldi in Afghanistan, sotto forma di aiuti e di altri modi per rafforzare il governo. Ma aggiunge che ci sono ben poche speranze che questi finanziamenti, proprio come la presenza militare, bastino per mettere in piedi un governo funzionale in Afghanistan. Come ci sono ben poche speranze che i soldi dei contribuenti americani siano in grado da soli di tenere a bada in Talebani, visti gli scarsi effetti che tutti quei soldi hanno avuto finora. 

“Non penso che stare in Afghanistan altri sei mesi, altri due anni o altri 10 anni possa cambiare davvero l’equilibrio di potere tra il governo afgano e i Talebani, visto che le forze afgane sono notevolmente indebolite dalla corruzione e che per anni non sono state in grado di garantire la sicurezza nel Paese. Non penso che ci sia molto che gli Stati Uniti possano fare da questo punto di vista. Si possono fare tanti discorsi sul difendere i diritti umani o i diritti delle donne in Afghanistan, ma presto o tardi dovremo accettare il fatto che il governo afgano dovrà stare a galla da solo, oppure affondare”.

Anche Stephen Wertheim è ben poco ottimista di quale futuro aspetterà l’Afghanistan dopo il ritiro delle truppe americane. “È qualcosa di ignoto ma che conosciamo bene. Mi aspetto che l’amministrazione Biden cerchi diplomaticamente di arginare per quanto possibile gli effetti negativi. Ma spero che da questi due decenni di guerra abbiamo imparato che la presenza continuata di truppe americane in un conflitto rende più difficile, e non più facile, ottenere la pace”.

Questo articolo è apparso originariamente su Rolling Stone US