La Corea del Sud non è un posto semplice per minoranze e persone LGBTQ+ | Rolling Stone Italia
Home Politica

La Corea del Sud non è un posto semplice per minoranze e persone LGBTQ+

Nonostante sia una delle democrazie più vivaci dell’Asia, le discriminazioni sono all'ordine del giorno. Un nuovo disegno di legge prevede di intervenire sul tema, ma le chiese passatiste e la destra ultraconservatrice di Yoon Suk-yeol vogliono ostacolarlo

Foto di JUNG YEON-JE/AFP via Getty Images

La prima manifestazione a passare davanti al nuovo ufficio del presidente della Corea del Sud è stato un corteo contro le discriminazioni. La marcia, organizzata da una coalizione di organizzazioni per i diritti delle minoranze LGBT nota come “Rainbow Action”, si è tenuta sabato per commemorare la giornata internazionale contro la omobitransfobia ed è il risultato di un braccio di ferro legale tra gli organizzatori e la polizia di Seul, che in un primo momento aveva deciso di non concedere il diritto di avvicinarsi a meno di 100 metri al nuovo ufficio presidenziale.

Nonostante sia una delle democrazie più vivaci dell’Asia, la Corea del Sud non è un Paese semplice per le minoranze. La cronaca locale abbonda di articoli che ricordano come le discriminazioni siano all’ordine del giorno per una vastissima gamma di soggetti più vulnerabili. Solo per citare due notizie che hanno animato la stampa sudcoreana l’ultimo fine settimana: il segretario presidenziale per gli affari religiosi e multiculturali si è dimesso dopo un post su Facebook in cui definiva l’omosessualità come una “malattia mentale”, mentre nel frattempo sta facendo il giro di TikTok un video in cui un influencer straniero subisce un aggressione da parte di un bodyguard di un locale di Seul per soli sudcoreani.

Che le discriminazioni in Corea del Sud non sono certo una rarità lo ha confermato anche l’ultimo rapporto annuale di Human Rights Watch. Nonostante l’ONG riconosca che i diritti civili, politici, economici, sociali e culturali siano largamente rispettati, il rapporto ricorda anche che la «discriminazione è pervasiva contro le donne, le persone LGBT, le minoranze etniche, gli immigrati e i rifugiati».

Nelle ultime settimane però tra la società e la politica sudcoreane ha ripreso un certo slancio la proposta di legge contro le discriminazioni che era stata presentata lo scorso giugno. È dal 2007 che in Corea del Sud si discute l’introduzione di un provvedimento per fermare le discriminazioni, ma finora nessun tentativo è andato a buon fine. Uno dei motivi che hanno impedito l’avanzamento di norme a protezione dei gruppi più marginalizzati è l’opposizione delle chiese conservatrici. Questi gruppi, molto diffusi e influenti nel Paese, hanno respinto le varie proposte di legge presentate negli anni identificandole come un mezzo di «discriminare al contrario la maggioranza assoluta e spalancare le porte all’omosessualità e ai matrimoni dello stesso sesso».

La società sudcoreana sembra però rifiutare questo punto di vista: secondo un sondaggio condotto nel 2020 l’88,5% dei cittadini sostiene l’introduzione di una legge contro le discriminazioni. E anche nella comunità cristiana della Corea del Sud c’è un’importante base di sostegno per la proposta. Lo scorso settembre i rappresentati di 32 congregazioni cattoliche e protestanti si sono riuniti per lanciare l’organizzazione «Cristiani per un mondo senza discriminazione e odio», un’iniziativa per sostenere l’approvazione della legge.

Il disegno di legge attualmente in discussione prevede la l’obbligo di compensare qualsiasi discriminazione diretta o indiretta sulla base di genere, disabilità, storia clinica, età, etnia, cittadinanza, condizioni fisiche, stato civile, orientamento sessuale e identità di genere. La proposta è stata presentata l’anno scorsa, quando il 24 maggio una donna ha sottomesso una petizione al parlamento. La donna chiedeva l’introduzione di una legge contro tutte le forme di discriminazione dopo che lei durante un colloquio di lavoro era stata svantaggiata per il fatto stesso di essere donna. In quattro giorni, la petizione ha ottenuto le 100mila firme necessarie per essere discussa dalla commissione legislativa e giudiziaria del parlamento e a inizio giugno il Partito Democratico di Corea (DPK) aveva presentato un proprio progetto di legge che accoglieva quelle istanze.

Il disegno di legge però ha avuto un percorso travagliato e ad oggi non è ancora stato discusso in parlamento. Ciò è dovuto in gran parte all’esitazione dei democratici, che nell’anno intercorso dalla presentazione della proposta non si sono schierati con decisione a favore della proposta nonostante avessero i numeri in parlamento per poterla approvare. Lo stesso presidente democratico Moon Jae-in ha espresso il bisogno per la Corea del Sud di aggiornare i propri «standard sui diritti umani alla luce del cambiamento dei tempi» solo a novembre, a pochi mesi dallo scadere del proprio mandato e senza menzionare esplicitamente la proposta di legge contro la discriminazione redatta dal proprio partito. Anche il candidato democratico Lee Jae-myung alle elezioni presidenziali di marzo ha accuratamente evitato di esporsi sulla questione. Anzi, sebbene si fosse dichiarato favorevole in linea di principio, in un incontro con le Chiese Cristiane Unite di Corea (una di quelle organizzazioni che più si sono opposte al disegno di legge) ha detto di non ritenere una buona idea approvare il provvedimento a botte di maggioranza parlamentare. «Dobbiamo raggiungere un consenso sociale sull’introduzione della legge» aveva detto, ma a molti quello del consenso sociale è sembrato un comodo stratagemma per rimandare la discussione a data da destinarsi e addossare deresponsabilizzarsi dell’approvazione della legge grazie all’opposizione dei conservatori.

Con la vittoria alle elezioni da parte dei conservatori di Yoon Suk-yeol però il calcolo politico del DPK è cambiato e il progetto di legge ha riacquistato slancio. Il partito sta tentando di rinnovare la propria dirigenza, come dimostra la nomina a co-presidente di Park Ji-hyun una giovane donna sudcoreana nota per aver aiutato la demolizione di una rete di ricatti sessuali online e molto attenta ai temi delle minoranze. Al momento della propria nomina Park ha richiesto ai vertici del partito di impegnarsi per far diventare realtà la legge contro le discriminazioni, una promessa che strizza l’occhio all’elettorato giovane e progressista che il DPK mira a fidelizzare. «È stato il DPK a fare per primo la promessa di produrre una legge contro le discriminazioni ed è il DPK che ha tralasciato quella promessa per 15 anni», ha detto Park.