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La cannabis light non è fuorilegge, continuate pure a fumare

Quella della Corte di Cassazione sulla "canapa senza THC", in realtà, è una non-sentenza, perché conferma la liceità dei prodotti "privi di efficacia drogante". Tipo il CBD. Il rischio sequestri nei negozi, però, ora è più concreto

Foto: Getty Images

La notizia è arrivata ieri nel tardo pomeriggio, accolta da parecchi con un occazzo. “La legge non consente la vendita o la cessione a qualunque titolo dei prodotti derivati dalla coltivazione della cannabis come l’olio, le foglie, le inflorescenze e la resina”, così ha stabilito a sezioni penali unite la Corte di Cassazione, che era chiamata a fare chiarezza nel conflitto giurisprudenziale sulla possibilità di commercializzare la cosiddetta cannabis light.

La “marijuana legale” – uno dei vari modi in cui il prodotto è stato definito – è arrivata in Italia due anni fa esatti, quando alla fiera della canapa di Bologna per la prima volta fecero apparizione le cime verdi. Non era la “classica” cannabis – era abbastanza palese anche da un punto di vista visivo, in un primo momento –, ma una sua varietà a bassissimo tasso di THC, il principio attivo psicotropo della pianta, sostituito con il CBD, metabolita non “alterante”.

L’idea era di Luca Marola, titolare dello storico Canapaio Ducale a Parma e fondatore di Enjoint, azienda italiana che inaugurava il business e, allo stesso tempo, rivendicava politicamente il passaggio. In poco tempo il fenomeno esplodeva, tanto che giornali americani come il NY Times si interessava del caso italiano, mettendoci finalmente al centro del dibattito (e non per le solite posizioni proibizioniste). Oggi si stimano nel settore 1500 aziende e un fatturato di 150 milioni di euro all’anno. A beneficiarne professionisti seri e attivisti per la legalizzazione, “imbucati” che hanno solo fiutato la possibilità di fare soldi e scappati di casa vari. Come in qualsiasi altro settore.

Che succederà a loro e alle centinaia di migliaia di fumatori – alcuni di loro passati da una cannabis all’altra – sparsi per l’Italia, dopo la sentenza della Cassazione? Probabilmente nulla (o almeno speriamo). Perché, al di là dei titoli di giornale e dell’allarmismo di molti in queste ore, nella sentenza della Cassazione non c’è nulla di definitivo. «Noi auspicavamo un po’ di chiarezza sin dal primo giorno: due anni, due settimane e tre giorni fa. Quando, mettendo in commercio il primo barattolo, chiedevamo delle risposte a chi di dovere», dice Luca Marola.

«Il nostro gesto era un’esortazione alla politica e, in seconda battuta, alla magistratura di pronunciarsi». La prima, la più titolata per farlo, si è sempre chiamata fuori (al di là delle esternazioni propagandistiche del ministro Salvini, che nelle ultime settimane ha intensificato la sua campagna contro la cannabis light). E allora è toccato alla Corte Costituzionale.

«Una sentenza criptica, che lascia ampi spazi aperti. L’ultima riga della sentenza esclude dal divieto i prodotti che “non abbiano capacità drogante”. La canapa industriale, che proviene da una delle 64 varietà previste da una circolare europea, deve avere una percentuale di THC – il principio attivo “drogante”, appunto – inferiore allo 0,2%. Quindi le infiorescenze di cannabis light, che stanno sotto a quella soglia, sono escluse dalla sentenza».

L’idea di lanciare sul mercato la cannabis light era nata all’indomani della pubblicazione della legge sulla canapa industriale, che non si esprimeva sulla produzione e la vendita del fiore. «Come se fosse possibilità vietare alla natura che una pianta di arrivare a fioritura», ironizza Marola. Si inseriva, in pratica, in una fessura della legislazione, dicendo – più o meno – “se non fa, non potete vietarla”. Proprio quello che i magistrati romani hanno ribadito. «Per questo la loro è una decisione pilatesca, che non aiuta a fare chiarezza né a noi né agli operatori del settore, e neppure alle forze dell’ordine e ai consumatori».

Cosa succederà allora ai negozi aperti in tutte le città (se è vero, come si sente in giro, che ieri sera c’erano già code per i rifornimenti davanti ad alcuni di essi)? «I negozi non chiuderanno, perché vendono altri prodotti che nulla c’entrano con quanto stabilito dalla Cassazione. Potrebbe esserci qualche sequestro di prodotti in via preventiva, ma chi li effettua dovrà dimostrare che hanno capacità drogante. Ai consumatori, invece, non capiterà proprio nulla».

E cosa accadrà, invece, alle piantagioni di canapa industriale, che – dopo una fase in cui quasi tutta la produzione avveniva in Svizzera – stanno cominciando a tornare lungo la penisola? «Voglio proprio vedere chi tra le istituzioni italiane si intesterà la responsabilità di distruggere un fenomeno agricolo di massa, perfettamente legale per le normative europee. Voglio vedere chi preferirà tornare a un mercato nero, piuttosto che proseguire sulla via della legalità. Tenete presente che secondo un recente studio dell’università di York la cannabis light, pur essendo un sostituto “imperfetto” della marijuana, ha sottratto alle mafie il 12% del fatturato».

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