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John Lewis è stato davvero eroico

La scomparsa del leader del movimento per i diritti civili insegna ai movimenti spontanei sorti negli ultimi anni negli Stati Uniti una lezione importante: per raggiungere risultati serve un impegno decennale e un lavoro snervante, spesso lontano dai media

Bill Clark/CQ Roll Call

L’appellativo “eroico” spesso viene usato a sproposito. Anche quando viene utilizzato in senso sinceramente elogiativo, la persona interessata si schernisce e normalmente chiosa dicendo “Ho solo fatto il mio dovere”. Nel caso di John Lewis, scomparso ad ottant’anni per un tumore al pancreas, non ci sono esagerazioni analoghe.

Lui, figlio di due mezzadri afroamericani della Alabama rurale, cresciuto in un regime di segregazione razziale, avrebbe potuto fare molto di meno. Aveva studiato per fare il sacerdote battista a Nashville, in Tennessee. E magari si sarebbe potuto limitare a diventare quello. Una posizione rispettata anche in una società diseguale dove ogni aspetto era organizzato in modo da tenere gli afroamericani in soggezione perenne. Ma invece sin da subito aderì a quello che era il nascente movimento per il rispetto dei diritti civili, sorto in seguito alla sentenza del 1954 Brown v. Board of Education, dove per la prima volta la Corte Suprema stabilì l’incostituzionalità della segregazione negli Stati del Sud.

Nel 1960 organizza un sit in per desegregare i diner nel centro di Nashville, che essendo città universitaria era anche un terreno relativamente facile per attuare una simile battaglia. Dopo mesi in cui i leader vennero spintonati e insultati dai passanti bianchi per cercare di portare l’uguaglianza quantomeno a tavola e dopo che il consigliere cittadino Z. Alexander Looby, avvocato dei manifestanti, subì un attentato a casa sua, trovarono un accordo con il sindaco Ed West, affinché almeno in una singola città del Sud si potesse rimuovere la barriera legale che separava bianchi e neri che continuava a restare in piedi per l’ostruzionismo dei senatori sudisti al Congresso nell’impedire l’implementazione della sentenza nei loro stati. West accettò e sei locali si aprirono a una clientela mista.

Ma non finì lì, né per Nashville né per Lewis. Divenne un leader nazionale e fu in rappresentanza degli studenti che fu il più giovane organizzatore della marcia su Washington nel 1963 per chiedere finalmente non solo parità di trattamento nei ristoranti, ma anche che il diritto di voto fosse rispettato e che la società sudista venisse finalmente desegregata: c’erano tutti i grandi leader della comunità afroamericana che comprendevano, oltre a Martin Luther King e lo stesso Lewis, il leader sindacale Asa Philip Randolph e il pioniere dei diritti dei gay Bayard Rustin.

Dopo quella marcia, lo scontro si intensificò e Lewis scese nel profondo Sud per aiutare gli afroamericani a registrarsi al voto, lanciando la Mississippi Freedom Summer nel 1964, dopo che negli anni precedenti era già andato in South Carolina e Alabama per lottare contro la segregazione nei mezzi pubblici e dove venne picchiato diverse volte. Nel 1965 affrontò a viso aperto la polizia statale dell’Alabama, a Selma, durante la marcia sull’Edmund Pettus Bridge, dedicato a un ex generale confederato (e ancora oggi porta quel nome). Dopo diversi anni al lavoro come dirigente del Southern Regional Council, nel 1977 entra nella vita politica: viene messo dal presidente Jimmy Carter, uno dei primi democratici del Sud favorevoli all’uguaglianza razziale, a capo del programma VISTA, per alleviare la povertà nelle comunità di colore e non solo.

Ma è nel 1986, in piena epoca reaganiana, che viene eletto al congresso. In quegli anni i problemi sono altri, tra cui la segregazione informale che costringe gli afroamericani a poter comprare case nelle città solo in zone degradate, ma anche l’abbandono scolastico e la microcriminalità. In quegli anni sicuramente Lewis è uno dei membri più di sinistra del Congresso per quanto riguarda la spesa nel sociale, ma in politica estera è quasi un falco: appoggia l’intervento di Clinton ad Haiti nel 1994 e il raid su Baghdad del 1998. Ma anche la retaliation di Bush sull’Afghanistan talebano dopo l’11 settembre. Ma nonostante le polemiche acute con i colleghi repubblicani, è stato solo con Donald Trump che è stato attaccato personalmente in modo totalmente arbitrario. E il più grande risultato, almeno dal punto di vista sentimentale, fu quando Barack Obama gli scrisse poco dopo l’elezione “Grazie a te, John”.

E la sua scomparsa, in un certo senso, fa capire come in molti movimenti spontanei degli ultimi dieci anni, dagli Indignados a Occupy Wall Street fino a Black Lives Matter la mancanza di una leadership riconosciuta, che dia una faccia e una direzione alla protesta, si senta fortemente. Non sarebbe stato possibile sennò che alcune mosse di marketing da parte di grandi aziende dei media offuscassero le profonde ragioni delle proteste odierne, mirate alla fine del razzismo sistemico nella polizia americana e al porre un freno all’aumento delle disuguaglianze all’interno delle città e degli stati. Coperte da mosse di marketing di grandi multinazionali dei media e da sparate come quelle del troll di sinistra Shaun King, definito “l’Alex Jones di sinistra” per il suo ricorrere a falsità e complottismi, che ha sostenuto la necessità di abbattere le statue di Gesù bianco come simbolo della “supremazia bianca”.

John Lewis mancherà molto. E al momento non ha alcun successore in grado di raccogliere il suo insegnamento: per raggiungere risultati serve un impegno decennale e un lavoro snervante, spesso lontano dai media.