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Italiani, popolo di santi, poeti e picchiatori di donne

Ogni giorno in Italia 135 donne si rivolgono a un centro antiviolenza, l’80 per cento delle violenze avviene in famiglia

Violenza-donne

Roman Lacheev / Alamy / IPA

Violence against women.

Sono 6 milioni e 788mila le donne che hanno subito una qualche forma di violenza nella loro vita; 4 milioni e 353mila le vittime di violenza fisica, 4 milioni e 520mila quelle di violenza sessuale. Numeri glaciali, questi diffusi dall’Istat, ancor più se confrontati con i 94 casi di femminicidio registrati dall’inizio del 2018 fino allo scorso ottobre, così come i 2977 di violenza sessuale o quelli di stalking, 8418 in soli nove mesi. Indecifrabili, invece, gli episodi si sessismo: apprezzamenti non richiesti, contatti fisici non graditi sul posto di lavoro da parte di un superiore, così come la scelta di assumere più uomini che donne o il divario salariale rispetto ai colleghi maschi.

Una lista vertiginosa di tragedie spesso sottaciute dalle stesse vittime: che sia per paura del carnefice – l’80% dei maltrattamenti avviene fra le mura domestiche, mentre sono 855 mila i casi di violenza perpetuata dal partner – o per la vergogna, talvolta paralizzante, per cui chi ha subito violenza diventa un bersaglio mediatico, una ‘macchia nera’ da rimuovere agli occhi della società, talvolta della stessa famiglia, tant’è che solo il 7% dei casi di stupro viene denunciato.

Percentuale, quest’ultima, figlia anche dell’impreparazione dell’Italia davanti a questo tema. Lo denuncia una ricerca condotta da Grevio, (Group of Experts on Action against Violence against Women and Domestic Violence), organismo voluto dal Consiglio europeo per verificare che in ogni Paese firmatario sia applicata la Convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica. Infatti, sarebbero oltre 5mila i posti letto mancanti per chi chiede un tetto sotto cui rifugiarsi dopo esser scappata dalla propria casa, teatro dell’abuso, mentre dei pochi fondi destinati ne sarebbero stati utilizzati appena lo 0.02%.

Secondo l’Istat, per la prima volta impegnato in un’indagine sui servizi offerti dai Centri antiviolenza, nel solo 2017 sarebbero state 49.152 le donne a essersi rivolte a una struttura specializzata, di queste 29.227 hanno avviato un percorso di uscita dalla violenza. Fra chi ha avuto il coraggio e la forza di rivolgersi a un centro, il 63,7% ha figli, minorenni nel 70% dei casi.

Un grido talvolta inascoltato, altre volte normalizzato, come sottolinea la campagna Non è normale che sia normale, lanciata dalla vicepresidente della Camera Mara Carfagna in occasione della giornata dell’Onu contro la violenza sulle donne di domenica 25 novembre. «Diamo voce a chi la voce ormai l’ha persa», ha detto Carfagna, «Serve una rivoluzione culturale, e le testimonianze per scuotere le coscienze. Per questo ho invitato qui alla Camera alcune persone che hanno subito violenze, per raccontare le loro storie ed affrontare lo strazio di questi traumi. I social devono essere usati non per molestare, o per veicolare fake news, ma per diffondere il messaggio nobile di contrasto alla violenza sulle donne».

Alessandro Borghi, Fiorello, Andrea Delogu, Bruno Barbieri, Vincenzo Salemme, Annamaria Bernardini De Pace, Paola Turci, Noemi, Claudia Gerini, Francesco Montanari, Alessandro Roia, Geppi Cucciari, Bianca Balti e tantissimi altri sono i nomi che hanno aderito alla campagna, postando sui social un video o una fotografia con l’occhio nero marchiato di rosso, simbolo della violenza, accompagnato dall’hashtag #nonènormalechesianormale.

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