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In Russia non c’è più spazio per il giornalismo indipendente

'L'Eco di Mosca' e 'Dozhd TV', due delle voci più critiche del governo Putin, sono state silenziate nella giornata di ieri in quella che il giornalista Andrew Roth, corrispondente del Guardian a Mosca, ha definito come una «svolta orwelliana»

Foto di Mikhail Svetlov via Getty Images

Mentre l’avanzata russa in Ucraina non accenna ad arrestarsi, sul fronte interno Putin ha deciso di alzare l’asticella della repressione del dissenso, agitando lo spauracchio della censura contro le voci più critiche nei confronti dell’operato del governo.

Il Roskomnadzor – l’organo della Federazione Russa che controlla la comunicazione di massa – ha ordinato ai giornali, alle radio e alle televisioni di servirsi soltanto di fonti ufficiali del governo e di non utilizzare determinate parole – “guerra”, “attacco” e “invasione” – per descrivere quella che la cerchia di potere di Putin continua a presentare come una “operazione militare speciale”; un’azione che, nella narrazione del Cremlino, non è stata progettata per occupare un territorio, ma per distruggere le capacità militari dell’Ucraina e catturare dei “pericolosi nazionalisti”.

Un giro di vite sulla libertà d’espressione che ha già prodotto dei contraccolpi nel lavoro delle redazioni locali: ad esempio, in un’intervista concessa al New Yorker, il giornalista Dmitrj Muratov – direttore del periodico indipendente Novaja Gazeta e vincitore del Premio Nobel per la pace 2021 assieme alla collega filippina Maria Ressa – ha fatto sapere che la pressione sull’attività del suo giornale «è iniziata immediatamente». «Penso che siamo in un periodo molto difficile», ha detto Muratov, «perché non abbiamo ascoltato la raccomandazione dello Stato, scegliendo di non incorporare il punto di vista “ufficiale” del governo nella nostra valutazione degli eventi. Lavoriamo secondo i nostri standard. Ci fidiamo dei nostri corrispondenti speciali che lavorano in Ucraina e delle persone nella nostra redazione, che verificano ogni notizia. Sono molto preoccupato per i nostri giornalisti che lavorano nella zona di guerra e nelle aree di confine, e per coloro che seguono i raduni di Mosca. Speriamo di riuscire a mantenere tutti al sicuro».

Nelle ultime ore, il bavaglio di Stato è stato esteso anche alla radio russa L’Eco di Mosca, le cui trasmissioni sono state sospese ieri, in quella che il giornalista Andrew Roth, corrispondente del Guardian a Mosca, ha definito come una “svolta orwelliana”.

A dare notizia dell’accaduto è stato il direttore dell’emittente, Alexei Venediktov, uno dei giornalisti russi più famosi al mondo – la radio è nota per accogliere punti di vista diversi e trasmette anche negli Stati Uniti, a Chicago –, che sul suo canale Telegram ufficiale ha scritto: «Ekho Moskvy has been taken off air». La richiesta è stata sollecitata dalla «pubblicazione mirata e sistematica … di informazioni che invocano attività estremiste, violenza e informazioni deliberatamente false sulle azioni delle forze russe come parte di un’operazione speciale». Sul suo sito ufficiale, che è stato interrotto per un breve periodo ma che poi è stato diventato nuovamente accessibile, la redazione de L’Eco di Mosca ha ha affermato che si tratta di accuse infondate e offensive e che avrebbe adito le vie legali. Lo stesso destino ha interessato l’emittente Dozhd TV, una delle poche televisioni indipendenti rimaste attive in Russia, celebre per le sue inchieste invise all’establishment.

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