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In pieno coronavirus, in Marocco è scattata una caccia agli omosessuali

Una campagna per "smascherare" gli omosessuali lanciata da un'influencer di Instagram in un Paese in cui l'omosessualità è reato ha creato un clima di persecuzione per la comunità LGBTQ

Attiviste FEMEN arrestate durante una protesta per i diritti LGBT in Marocco nel 2016. Foto FADEL SENNA/AFP via Getty Images

“Smascheriamo gli omosessuali”. Così in pochi secondi di diretta su Instagram, Sofia Taloni, alias Naoufal Moussa, discussa influencer marocchina transgender trasferita in Turchia, ha scatenato la caccia alle persone LGBTQ in Marocco. Parlando ai suoi follower, Taloni – i cui profili social oggi sono bloccati – ha proposto loro di scaricare diverse app come Grindr, Hornet e Planet Romeo, per poi creare un profilo falso, farsi notare e pubblicare in rete le immagini delle persone da cui si è stati agganciati. 

Come riporta Il Grande Colibrì, l’intenzione di Taloni era quella di smascherare l’ipocrisia degli uomini marocchini e degli omosessuali repressi che in pubblico commentano insultando e in privato attaccano bottone sulle app di incontri. Ma in Marocco, dove l’omosessualità è considerata reato (secondo quanto stabilito dall’art.489 del codice penale, si rischiano fino ai tre anni di reclusione e una multa di 1200 dirham) e dove ogni anno finiscono in carcere centinaia di persone gay, trans, lesbiche costrette a subire processi iniqui che li condannano ancora di più alla discriminazione, queste intenzioni sono sfuggite di mano.

Dopo le parole di Sofia Taloni, infatti, è partita una vera e propria campagna omofoba che ha colpito ancora di più le persone LGBTQ. Nella loro vita quotidiana, così come in famiglia e nei luoghi di lavoro. Alcuni sono stati cacciati di casa, in piena pandemia. Foto dopo foto, in tantissimi sono state messi alla gogna. C’è chi si è ritrovato senza più affetti, disoccupato. Un ragazzo di 21 anni, appena rientrato dalla Francia a causa del COVID-19, si è tolto la vita dopo l’umiliazione subita davanti alla sua famiglia. 

“Chiediamo che tutto questo abbia una fine e che vengono presi provvedimenti a livello nazionale perché le persone LGBTQ non siano più in pericolo, in Marocco”, spiega a Rolling Stone Mala Badi, 28 anni, performer transessuale che oggi vive ad Amsterdam, dove si è rifugiato. Grazie a lui è nato in questi giorni il movimento #QueerRevolutionMorocco, a cui hanno aderito giovani marocchini che vivono nel Paese e all’estero, per chiedere al governo che le cose cambino. “Vogliamo misure efficaci contro la violenza, minacce, incitamenti e molestie sulla base dell’orientamento sessuale”, si legge nella petizione lanciata dagli attivisti sulla piattaforma internazionale All Out.

Diverse organizzazioni internazionali hanno unito la loro voce a quella della comunità LGBTQ marocchina. “Le autorità marocchine”, ha spiegato Human Right Watch, “dovrebbero immediatamente intervenire per proteggere la privacy delle persone LGBTQ e abrogare le leggi che possono solo alimentare questo comportamento omofobico”. Una condizione che spesso costringe la comunità LGBTQ marocchina all’isolamento e alla discriminazione. “Per la nostra identità, ci viene negato il diritto di studiare, lavorare, avere accesso all’assistenza sanitaria”, continua Mala Badi. “Molti di noi sono costretti alla fame per la mancanza di diritti fondamentali. Chiediamo garanzie per il nostro futuro”.

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