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In Cile sta per vincere un altro Bolsonaro

È José Antonio Kast, il candidato di estrema destra che ha vinto il primo turno delle elezioni presidenziali, un fondamentalista cattolico nostalgico della dittatura di Pinochet e vicino ai militari

Foto via Facebook

Al termine del primo turno delle elezioni presidenziali cilene, la situazione è quella che tutti gli osservatori internazionali temevano. Il candidato di estrema destra José Antonio Kast – una figura sul modello del populismo nazionalista di Trump e Bolsonaro, che non ha mai fatto mistero della sua ammirazione per la dittatura di Pinochet ed è forte del sostegno delle forze armate – ha vinto con il 27,9% dei voti superando di 2 punti il candidato di sinistra Gabriel Boric, espressione del movimento di protesta che infiammato il Cile negli ultimi due anni. 

La vittoria elettorale di Kast arriva al termine di una scalata nei sondaggi che ha scatenato il panico tra gli osservatori della politica cilena. Fino a un anno fa la situazione politica nel Paese era infatti ben diversa: sull’onda delle grandi proteste di piazza – iniziate con il pretesto di un aumento del costo del biglietto della metropolitana e poi allargatesi fino a mettere in discussione tutto il modello economico neoliberista che caratterizza lo stato cileno dalla dittatura ad oggi – sembrava che la sinistra avrebbe avuto vita facile in questa tornata elettorale.

L’umore della piazza era talmente radicale che per diversi mesi il candidato in testa nei sondaggi c’era stato Daniel Jadue, del Partito comunista cileno, che però poi aveva perso le primarie della coalizione di sinistra, primarie da cui come candidato era emerso Gabriel Boric, 35enne proveniente dal movimento studentesco cileno, che si era presentato sia come il volto nuovo che prometteva un cambiamento politico ed economico, sia come un candidato della sinistra radicale ma più moderato di Jadue e in grado di unire la società cilena.

La vittoria di Boric sembrava certa fino a pochi mesi fa, quando nella corsa per la presidenza era entrato Kast. Fondamentalista cattolico, contrario al matrimonio gay, all’aborto, all’immigrazione, al “politicamente coretto”, Kast si è presentato fin da subito come un outsider – ma di destra, sul modello dei vari Trump e Bolsonaro. Di fronte al generale malcontento per la situazione del Paese ha opposto non la difesa dello status quo ma un’agenda di profondi cambiamenti, solo di segno opposto rispetto a quelli proposti da Boric e dalle sinistre. Se da una parte si chiede una rivoluzione, Kast propone una controrivoluzione.

E questa controrivoluzione sembra a un passo dal successo, in quelle che sono state le elezioni più importanti nella storia recente del Cile. Dopo la pubblicazione dei risultati, ieri sera, tutti i candidati al primo turno hanno tenuto discorsi ai loro sostenitori. Quello di Kast è stato tutto giocato sul tentativo di mettere paura agli elettori moderati per convincerli a turarsi il naso e votare per lui al ballottaggio: ha detto che a dicembre il Paese “dovrà scegliere tra la libertà e il comunismo, tra la democrazia e il comunismo”. Boric invece ha detto che “non è la prima volta che partiamo in svantaggio” e che spera “che vinceremo contro la paura”.

La storia delle elezioni cilene, però, gioca a sfavore di Boric: il candidato sconfitto al primo turno non ha mai vinto al ballottaggio. Per cercare di ribaltare il risultato elettorale, il leader della coalizione di sinistra dovrà puntare sul costruire una coalizione il più possibile ampia con quei moderati che vogliono evitare che alla presidenza ci vada un estremista di destra come Kast. Nel suo discorso Boric ha sottolineato che la sinistra ha bisogno di essere “umile e aperta” al dialogo con le altre forze politiche e con i loro elettori – guardando in particolare alla candidata di centrosinistra Yasna Provoste, arrivata quinta con l’11,6% dei voti. 

L’elettorato di quest’ultima potrebbe decidere di votare per Boric al ballottaggio, anche se nel suo discorso dopo la sconfitta Provoste non ha espresso un sostegno esplicito per Boric. L’altra grande incognita si chiama Franco Parisi, un economista-celebrità che vive in Alabama e che si è candidato a queste elezioni su una piattaforma populista (il Partito della Gente) con cui ha raccolto il 12,9% dei voti, arrivando terzo. Il suo elettorato potrebbe essere l’ago della bilancia, ma non è ancora chiaro da che parte penderà.