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In Brasile si protesta contro la peggiore gestione della pandemia al mondo

Al grido di "Fora Bolsonaro!", migliaia di persone stanno scendendo in piazza in tutto il Paese per protestare contro politiche ambientali scandalose e una gestione del Covid ancora peggiore

Miguel Schincariol/Getty Images

La credibilità del presidente ultraconservatore Jair Bolsonaro è ormai ai minimi storici: sabato scorso, al grido di “Fora Bolsonaro!”, migliaia di persone sono scese in piazza in 300 città del Brasile per protestare contro una gestione della pandemia disastrosa e delle politiche di stampo neoliberista che, da due anni e mezzo a questa parte, non stanno facendo altro che impoverire la popolazione, azzerare i diritti degli indigeni e distruggere l’ambiente.

Le proteste contro il leader del Partido Social Liberal non coinvolgono soltanto la società civile, ma anche le istituzioni: lo scorso 27 aprile – quando in Brasile erano stati registrati più di 87mila morti per cause direttamente collegate al coronavirus, con una media spaventosa di quasi 3mila decessi al giorno – è stata infatti avviata un’inchiesta parlamentare che ha ma messo in luce tutte le criticità della risposta brasiliana all’emergenza sanitaria. L’obiettivo principale dell’indagine è quello di identificare le persone o le autorità responsabili di ciò che alcuni critici hanno descritto come una vera e propria ecatombe sanitaria – tanto dare un’idea della gravità della situazione, basti pensare che uno studio realizzato dall’Università di San Paolo e dal gruppo per i diritti umani Conectas è giunto a definire l’operato del governo come una “strategia istituzionale per diffondere il coronavirus nel paese”; non dovesse bastare, secondo una ricerca dell’istituto australiano Lowy, quella di Bolsonaro è la gestione pandemica peggiore al mondo. 

Uno dei nodi principali dell’inchiesta è quello volto a comprendere le motivazioni che hanno indotto il governo a promuovere cure bizzarre come il cosiddetto kit-Covid, ossia un insieme di farmaci terapeutici la cui efficacia non provata scientificamente, come l’idrossiclorochina o l’ivermectina antiparassitaria. Inoltre, la commissione parlamentare intende accertare le cause che hanno portato al collasso dell’assistenza sanitaria dello stato di Amazonas, dove gli ospedali hanno sono stati interessati da sovraffollamento e dotazioni di ossigeno largamente insufficienti rispetto al reale fabbisogno. Alcuni senatori sostengono di essere in possesso di prove che potrebbero certificare l’instaurazione di una specie di ministero della Salute parallelo, in cui sedicenti esperti e consiglieri di fiducia avrebbero proposto al presidente di adottare strategie e rimedi privi di qualsiasi fondamento scientifico. 

Un altro punto parecchio discusso è quello che riguarda i ritardi nella fornitura di vaccini: secondo quanto dichiarato in aula da Carlos Murillo, direttore generale di Pfizer per il Sudamerica, il colosso farmaceutico tentò di negoziare la vendita di vaccini al Brasile ben sei volte, cinque nel 2020, a partire già dal mese di agosto, e un’ultima nel febbraio 2021. In questo contesto, il governo non avrebbe risposto a 53 delle 81 mail di proposta d’acquisto da parte di Pfizer, rallentando notevolmente la fornitura e la somministrazione dei vaccini nel paese.  

Del resto, che il presidente brasiliano tendesse a sottostimare fortemente la gravità della situazione lo si era capito sin dall’inizio della pandemia: in diverse occasioni, Bolsonaro ha paragonato il coronavirus a febbriciattola e messo in discussione l’importanza dei dispositivi di produzione individuale, in primis la mascherina. Inoltre, ha negat l’introduzione di quarantene e restrizioni per ridurre la propagazione dei contagi allo scopo di mettere a riparo i profitti e far ripartire la produzione, come affermava chiaramente lo slogan più famoso della campagna comunicativa del governo: “il Brasile non si può fermare”.

Alla tremenda gestione pandemica fa eco un bilancio delle politiche ambientali catastrofico: quella di Bolsonaro è una ricetta marcatamente eco-cida, orientata sulle direttrici della privatizzazione, della deforestazione selvaggia, del negazionismo climatico e della mortificazione dei popoli indigeni, e rischia di fare implodere equilibri secolari. Secondo le ultime rilevazioni di MapBiomas, dall’insediamento dell’esecutivo guidato dal leader del PSL, l’Amazzonia ha perso almeno 12.187 km² di flora locale – un’area equivalente a otto volte l’estensione del comune di San Paolo. Inoltre, il governo federale ha proposto enormi tagli di bilancio alle agenzie ambientali, minando la prevenzione, il monitoraggio e il controllo degli incendi, limitando il potenziale d’azione del Funai, l’organo preposto alla protezione dei popoli nativi, sull’identificazione, delimitazione e protezione delle terre indigene, eliminando i controlli sull’esportazione del legno proveniente dalla foresta amazzonica e portando avanti un progetto di privatizzazione che ha consentito ai taglialegna e ai cosiddetti land grabbers (letteralmente, ”accaparratori di terre”) di minare la stabilità dei territori autoctoni, delle loro comunità e dei loro leader. Le scelte del primo ministro nella gestione del Covid-19 hanno innescato una tragedia con implicazioni potenzialmente catastrofiche non soltanto per il Brasile, ma per l’intero pianeta.