Il successo di Giorgia Meloni è davvero una vittoria per il femminismo? | Rolling Stone Italia
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Il successo di Giorgia Meloni è davvero una vittoria per il femminismo?

La leader di Fratelli d'Italia rappresenterebbe, secondo alcune voci, un’opportunità per tutte le donne: ma è davvero così?

Foto di ANDREAS SOLARO/AFP via Getty Images

È stato il leitmotiv dell’estate, ma è da una settimana che il carro della vincitrice annunciata delle elezioni politiche si è popolato come mai prima: Giorgia Meloni rappresenterebbe secondo molti un’opportunità per tutte le donne, considerato anche che le parlamentari sono diminuite di numero, e chi non lo riconosce non dovrebbe azzardarsi ad assegnare patenti di femminismo. A voler prendere sul serio i social questo sarebbe pure anche classista, perché la candidata premier è cresciuta nel quartiere operaio della Garbatella, dove a quindici anni, quando Forza Italia e Alleanza Nazionale stavano per nascere, ha iniziato a frequentare il Fronte della Gioventù. Chi fa notare che donnismo e femminismo sono due cose diverse si sente rispondere che «Le donne sono le peggiori nemiche delle donne» e allora «non sei meno fascista di quelli che critichi», «la stai disumanizzando», dunque non vedi nemmeno quel lato tenero di Meloni che una certa stampa ha raccontato non appena è risultato chiaro che il centrodestra avrebbe avuto la maggioranza dei seggi sia alla Camera che al Senato.

Un’altra versione dei tanti commenti apparsi sulla stampa e sui social ricorda inoltre che Meloni fu abbandonata dal padre, pertanto chi non gioisce dell’assetto che il parlamento prenderà con la sua affermazione nasconderebbe una forma di invidia personale per una donna e una madre che «ha saputo imporsi in un mondo di uomini». In realtà, sono stati i dirigenti dei partiti tutti a garantire il successo di Meloni, escludendo altre donne dagli incarichi principali e ponendola come prima interlocutrice quando si è trattato di prendere decisioni fondamentali per il Paese, come abbiamo raccontato su Rolling Stone osservando i dibattiti di Atreju lo scorso dicembre. E se la presidenza della Repubblica non fosse preclusa prima dei cinquant’anni di età, il nome della leader della coalizione di destra non sarebbe certo mancato tra quelli proposti nelle stesse settimane, prima che Sergio Mattarella accettasse – a ottant’anni – un nuovo mandato.

Mercoledì 28 settembre, mentre il flipper del Rosatellum assegnava gli ultimi seggi rimasti in bilico, diverse città hanno ospitato le manifestazioni più partecipate da un po’ di mesi a questa parte, lanciate ancora una volta da Non una di meno in occasione della Giornata internazionale per il diritto all’aborto sicuro, libero e gratuito. I corpi delle donne e delle persone LGBTQ+ sembrano infatti essere ciò su cui si concentreranno gli attacchi di diversi gruppi politici nei prossimi mesi, con il rischio che i diritti siano sempre meno garantiti e possano essere oggetto di nuove leggi e provvedimenti anche a livello locale. Il caso delle Marche dice già molto in proposito: nella regione guidata da Fratelli d’Italia le linee guida del Ministero della Salute per l’uso della pillola abortiva vengono disapplicate e il numero di obiettori è impressionante, mentre natalità e genitorialità sono termini che ricorrono come un mantra. E come hanno ribadito alcune giovani che hanno contestato la presenza improvvida della deputata PD Laura Boldrini in piazza a Roma, nessun partito ha davvero impedito che ciò accadesse.

Al contrario, sottolinea Teresa Maisano, attivista di Non una di meno, «assistiamo a tagli alla sanità pubblica e ai consultori, luoghi fondamentali per tutelare il diritto alla salute, mentre è noto che Fratelli d’Italia è legata a movimenti come Pro Vita e Famiglia, che hanno predisposto fondi dedicati, ed è pronta a modificare la legge sull’aborto» nell’articolo 5, quello che stabilisce la possibilità del medico di certificare l’urgenza. E in Liguria, è notizia di ieri, ogni ospedale dove è attualmente possibile interrompere la gravidanza sono previsti sportelli dove adottare le indicazioni di una proposta di legge di FDI depositata lo scorso anno: se la commissione Salute approverà, portare a termine la gravidanza diventerà obbligatorio in tutta la regione. «È una legge che significherà per noi stigmatizzazione e oppressione. Il fatto che Giorgia Meloni sia una donna non è garanzia di nulla», precisa Maisano. «Non lo è per la tutela dei diritti delle donne e delle persone LGBTQ+, perché per quella servirebbe un approccio femminista». Il grande tema è quello della violenza, «non solo quella di genere ma anche quella che ha a che fare con questioni urgenti, come la lotta al razzismo e la crisi climatica, in uno scenario di guerra, di crisi sociale ed economica». Per l’attivista «Il genere fa differenza solo quando c’è consapevolezza delle linee di privilegio che esistono. Cosa pensa Giorgia Meloni di chi abita il territorio che va a governare? Essere donna non significa essere femminista. Reagiremo manifestando e continuando a intrecciare le nostre lotte con quelle di chi migra, di chi abita spazi sociali, di chi insegna a scuola, lavorando nei territori e definendo a brevissimo una nostra strategia nazionale, perché per uno scenario inedito dovremo creare pratiche inedite».

Foto di Lisa Capasso

La lotta femminista nell’era Meloni potrà contare anche sul sostegno che arriva da realtà analoghe all’estero. Ne è certa Antonella Garofalo, lavoratrice originaria del Lazio che dal 2014 vive fuori. «In Italia venivo considerata ormai fuori dal mercato. A Dublino il lavoro c’è, ma è una città in cui gli affitti sono carissimi e il diritto all’abitare è insieme al caro vita uno dei motivi per cui si manifesta. Per le donne questa combinazione significa anche non poter lasciare situazioni di abuso domestico». Insieme al gruppo Merj (Migrants and Ethnic Minorities for Reproductive Justice) ha preso parte alla lotta per l’abrogazione dell’ottavo emendamento della costituzione irlandese (Repeal The 8th) che nel 2018 ha portato ad un referendum sul diritto all’aborto, poi vinto. «La mia partecipazione alla vita politica si è intensificata da quando vivo qui, e in questi giorni mentre leggo le notizie sul mio paese d’origine ripenso a quella battaglia storica, che mi ha permesso di capire qualcosa che vale ovunque: le alleanze sono fondamentali. Qualcuno pensa infatti che questa questione riguardi essenzialmente le donne cisgender ed eterosessuali, invece abbiamo sempre combatutto al fianco delle persone transgender. Separare le lotte è un artificio».

E che la lotta debba essere inclusiva è chiaro da tempo alle attiviste afrodiscendenti. La scrittrice Djarah Kan però non si ritrova in certi commenti apocalittici letti sui social network in queste ore. «Semplicemente perché il lavoro di erosione dei diritti per la destra è costante, continuo. E perché, per quanto capisca lo sgomento, come persona razzializzata non mi sono mai sentita tutelata in Italia. Ci saranno senz’altro molti che si sentiranno legittimati nel diffondere un discorso d’odio: lo vidi quando la Lega iniziava a raccogliere consenso, anche da parte di persone a me vicine». Ma la scrittrice avanza un’ipotesi: «Giorgia Meloni, furba e ipocrita com’è, è diversa da Matteo Salvini. Come abbiamo sentito dire da Ursula Von der Leyen, la Commissione Europea vigilerà. Potrebbe quindi, una volta al governo, cambiare pelle. Inoltre l’affluenza a queste elezioni è stata bassa, e soprattutto che le piazze per difendere i diritti sociali ci sono sempre state. Penso alla risposta che abbiamo saputo dare contro gli attacchi allo Statuto dei lavoratori, o al cosiddetto Congresso delle famiglie a Verona nel 2019. La politica si fa anche fuori dal Parlamento ed io confido nel senso civico».

A sostegno delle proteste lanciate da Non una di meno c’è anche un’influente accademica, Tamar Pitch, docente di filosofia del diritto e di sociologia del diritto che ha insegnato in molti paesi, tra cui Stati Uniti, Messico, Argentina, Marocco e Cile, e che dirige la rivista Studi sulla questione criminale, il cui blog ospita numerose riflessioni sui temi più dibattuti nel confronto politico. «Donne come Giorgia Meloni o Liz Truss o prima ancora Margaret Thatcher non aprono certo nuove prospettive per le altre donne e per le soggettività non conformi. Sappiamo che nemmeno a sinistra si è lavorato per farlo, basti pensare a Minniti e Lamorgese, soprattutto nella gestione dei flussi migratori e con gli sgomberi, ma se a fare nuove leggi sarà questa destra le cose non possono che peggiorare su molti fronti, oltre che sul diritto all’interruzione volontaria di gravidanza. Non mi aspetto ad esempio una nuova legge sulla cittadinanza, ma mi aspetto invece più persone in carcere, il contrasto all’adozione per i single e la cancellazione del reddito di cittadinanza, perché di entrambi Meloni ha già parlato». Così come «un no deciso alla stepchild adoption. Un aumento dei daspo urbani, un accanimento contro i cittadini rom. Saranno tempi peggiori per i migranti e per chi è povero, e Fratelli D’Italia parla anche di modificare la Costituzione, in accordo con Renzi e Calenda». E su alcuni nodi Giorgia Meloni può contare su diverse associazioni di donne, come quelle che hanno firmato la petizione lanciata dalla giornalista Marina Terragni, aperta da citazioni di figure storiche del femminismo come Carla Lonzi e Olympe de Gouges. Per Tamar Pitch «La fantomatica “ideologia gender” e quelle che Meloni ha definito “devianze” torneranno a far parte del dibattito politico. Magari non succederà nei primi mesi del nuovo governo, che dovranno essere dedicati ad affrontare la grave crisi economica in corso, ma saranno centrali subito dopo. La cultura punitiva prenderà sempre più piede. L’hanno detto in molte, anche nei cortei chiamati da Non una di meno: non è certo l’utero a fare la differenza, perciò saremo costrette a mobilitarci ancora». E anche di fronte all’eventualità che l’operazione-maquillage dei «non siamo fascisti ma» arrivi a imporre ministre come Giulia Bongiorno o Beatrice Venezi, che di questa stessa cultura sono già un volto.

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