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Il ‘south working’ è un’opportunità per il Sud Italia?

Durante il primo lockdown, 45mila persone che lavorano nelle grandi aziende del Nord sono tornate nella propria terra d’origine, al Sud, approfittando dello smart working. Un contro–esodo, anche se non definitivo, che ha spinto un’associazione a creare spazi di coworking in zone remote dell’Italia

Santa Cesarea Terme (Otranto). Foto di Manuel Romano/NurPhoto via Getty Images)

Qualche settimana fa, il Times ha incoronato la Calabria tra le mete del mondo più belle da visitare nel 2022, suscitando un possibile esodo turistico verso terre del Meridione meno battute e tutte da scoprire. Ma l’attraente luogo comune “Sud = vacanza” potrebbe far sfuggire un diverso esodo – anzi, controesodo – che sta interessando il Mezzogiorno da almeno due anni: quello dei “south workers”. Nell’estate 2020, dopo il primo lockdown, migliaia di lavoratori e lavoratrici di grandi aziende del Nord hanno approfittato dei periodi di lavoro agile per prolungare la permanenza nelle loro zone d’origine, al Sud.

La Svimez (Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno), in un’indagine commissionata a Datamining, aveva individuato 45mila persone residenti al Nord per lavoro che, approfittando dello smart working durante il periodo di lockdown, si sono stabiliti per più tempo al Sud. Lo stesso istituto segnala che probabilmente il numero è una sottostima, e quantifica in 100mila i potenziali south worker, se si includono le aziende medio-piccole.

Nel marzo 2020 ha iniziato la sua attività South Working, un’associazione di promozione sociale con sede a Palermo che ha monitorato il fenomeno, cercando di creare una rete di spazi confortevoli e dotati di una connessione internet stabile, per consentire a chi rientrava in aree del Meridione marginalizzate di lavorare comodamente da remoto. Elena Militello, fondatrice dell’associazione e palermitana di origine, è una delle prime lavoratrici nelle fila dei south worker. «Quando siamo andati via anni fa, ci hanno detto che avremmo dovuto aspettare tempi migliori, che col tempo sarebbero arrivati servizi e infrastrutture di qualità simile a quella di Milano e delle grandi città del nord – spiega. Questo avrebbe attratto le imprese a investire e, quindi, avrebbe portato posti di lavoro. L’attesa è finita, ci siamo stancati di aspettare».

La spinta ad avere ambienti idonei in aree tradizionalmente non battute dalla cultura del “coworking” è, dunque, tutta dal basso. «Volevamo superare la logica del lavoro da casa per puntare a creare degli spazi condivisi e confortevoli» – spiega Elena. Vengono chiamati “presidi di comunità”, ossia ambienti ceduti sia da privati che da enti pubblici e comuni, che vengono strutturati (o ristrutturati) per accogliere persone che devono lavorare da remoto. Attualmente, la rete conta 11 comuni e circa 30 presidi, sia nelle grandi città che nelle aree interne. Accanto a Roma o a Torino, sono nati spazi di coworking in luoghi spersi nella cartina geografica: a Sala Consilina e a Tortorella nel salernitano, a Ripamolisani, in provincia di Campobasso, a Montalto Uffugo, in provincia di Cosenza.

La rete si è anche fatta sentire a livello istituzionale, di pari passo con una più generale spinta a stabilizzare e regolamentare il lavoro agile. A marzo è stato licenziato in commissione Lavoro il testo unificato sullo smart working e, accanto alle agevolazioni per spingere le aziende a usare sempre di più questa modalità e la previsione di un “diritto alla disconnessione”, l’associazione ha proposto alcuni emendamenti per incentivare la diffusione dei presidi di comunità nelle aree interne.

Non solo: i sindaci sono gli interlocutori privilegiati della rete, e hanno ricevuto assistenza per la redazione dei progetti da presentare per i bandi del Piano di ripresa e resilienza. Il bando per la riqualificazione dei piccoli borghi storici del ministero della Cultura, per esempio, ha previsto che i progetti da presentare includessero la creazione di spazi di coworking e di studio: «Abbiamo sostenuto diversi comuni meridionali che poi sono risultati vincitori della graduatoria e che, adesso, attendono solo l’arrivo dei finanziamenti», dice Elena.

La sfida della digitalizzazione è cruciale per poter lavorare davvero ovunque: «Attualmente abbiamo una collaborazione con un grande operatore di rete che sta lavorando abbastanza velocemente per dotare i nostri presidi di una connessione stabile», dice Elena. E una volta creato il presidio di comunità con tutti i servizi, internet resta e lo può usare chiunque: «Penso ai ragazzi del posto che magari vogliono cercare lavoro e hanno bisogno di una rete, per aprirsi al mondo».

L’associazione vuole anche promuovere il trasferimento – o meglio, la redistribuzione – della ricchezza dal Settentrione al Meridione. Infatti, come spiega Elena, «non si tratta solo del fatto che i south workers aiutino ad alzare i livelli dei consumi nel posto in cui si trovano, ma anche di far sì che investano. Tramite il recupero di case, anche di famiglia, che prima erano abbandonate o chiuse, o con l’acquisto di nuove abitazioni, la partecipazione in aziende del posto. Molti poi si reinventano, aprendo una start up». Il controesodo verso il Sud non è definitivo, ma per periodi sicuramente più lunghi rispetto a quelli classici: per vacanza, o per ferie. «Non si tratta di rimanere per tutto l’anno, anche perché comprendiamo che c’è bisogno di rientri periodici nelle sedi dell’azienda, però vogliamo anche cercare di attutire gli effetti del turismo mordi e fuggi», spiega Elena. «Chi è originario di qui, o semplicemente vuole starci, approfittando dello smart working può rimanere di più per Pasqua o per Natale, o anche dopo le ferie estive, se ha un presidio di riferimento».