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Dieci anni dopo, L’Aquila ci sorride dalle macerie

Perché, nonostante per la ricostruzione pubblica ci vorranno altri 10 anni, gli abitanti della città abruzzese, colpita dal sisma del 6 aprile 2009, non vogliono smettere di immaginare un futuro. Ecco le loro voci

Foto Oli Scarff/Getty Images

L'Aquila durante il G8 del luglio 2009.

Le 3 e 32 minuti. Difficilmente un orario è rimasto più impresso nella memoria collettiva. A quel punto della notte tra il 5 e il 6 aprile 2009, la terra tremò più forte che mai all’Aquila; pochi istanti dopo, la città, sparita la polvere, si ritrovava devastata. Il sisma causò 309 vittime e decine di migliaia di sfollati, una ferita impossibile da lenire. Dalla giornata di venerdì prendono il via nel capoluogo abruzzese le iniziative per la commemorazione del decennale dell’evento, fino alla fiaccolata della notte nel centro cittadino con la partecipazione del presidente del Consiglio Conte.

Con quale stato d’animo arrivano all’appuntamento gli aquilani, che in questi anni hanno dimostrato grande resilienza e una straordinaria capacità di continuare, nonostante tutto, a credere in un futuro in città? Lo abbiamo chiesto a Nello Avellani, direttore del portale News-Town, che da tempo racconta L’Aquila e la sua ricostruzione con lo spirito di chi fa informazione sincera e dal basso.

In piazza venerdì e sabato, come ogni anno, ci sarà anche Massimo Prosperococco, membro del comitato Scuole Sicure dell’Aquila, che da anni monitora la ricostruzione della città. «Arriviamo al decennale con sentimenti contrastanti, come sempre in questo periodo dell’anno», spiega. «Il nostro primo obiettivo è raccontare la speranza nel futuro, che da qua non è mai fuggita. Vogliamo andare oltre rispetto alla distruzione su cui troppo spesso i media si soffermano».

Chiediamo a Massimo un voto alla ricostruzione della città. «6+, ma è una media ponderata», risponde senza tentennamenti. «Bisogna tenere conto del fatto che le opere, di fatto, sono cominciate solo nel 2013, quando la “legge Barca” ha garantito alla città quei contributi costanti nel tempo che hanno dato il via libera all’iter». Si parla di interventi massicci: circa 19 miliardi, se si considera anche la fase di emergenza, 11 solo per i lavori di ripristino di ciò che era divenuto macerie.

«Ma c’è una distinzione da fare. La ricostruzione privata è andata spedita e, secondo gli esperti, entro il 2022 sarà completa: se vogliamo continuare a ragionare in termini di voti merita un 8. Dò invece 4 a quella pubblica, che non ha potuto godere di canali altrettanto rapidi ed è ferma al palo. Quasi tutte le opere pubbliche, i beni dello Stato, del Comune e delle altre istituzionali locali sono ancora puntellati: da questo punto di vista siamo all’anno zero».

Lo ha detto chiaramente l’assessore alla ricostruzione del Comune dell’Aquila Vittorio Fabrizi, secondo cui ci vorranno altri dieci anni per completare i lavori. Questo è il motivo per cui il centro cittadino dell’Aquila, il terzo per estensione tra i capoluoghi italiani, è ancora oggi spettrale. «Prima del 2009 aveva circa 13mila abitanti, ora sono 500. Nei pochi edifici che sono stati rimessi a norma mancano le utenze, inoltre toccherebbe muoversi ogni giorno tra polveri e cantieri eterni».

Come si intuisce dal nome, Scuole Sicure, l’attività del comitato guidato da Massimo si concentra soprattutto sugli edifici dedicati alla formazione e all’istruzione. Che, secondo lui, rappresentano il maggiore tra i problemi ancora aperti. «Dal 2009 a oggi, nonostante i 43 milioni di euro stanziati dal Cipe, nessuna scuola sulle 32 che sono state gravemente danneggiate dal sisma è stata ricostruita». Gli studenti, dai bambini fino alle scuole secondarie, stanno in «container di lusso», i prefabbricati chiamati M.U.S.P. (Moduli ad Uso Scolastico Provvisorio). «In pratica li abbiamo inscatolati dentro a delle aule, che a loro volte sono inscatolate nella scuola», scherza Massimo Prosperococco.

«Ci sono ragazzi aquilani che non hanno mai frequentato una vera scuola, luogo che, oltre all’apprendimento, dovrebbe essere lo strumento di aggregazione più importante per i giovani. I M.U.S.P. sono stati pensati per durare 5 cinque anni, invece siamo già a 10 e chissà quanti ce ne vorranno ancora». Anche per coloro cui le cose sono andate meglio, la decina di scuole che non è crollata 10 anni fa e a cui sono bastati rapidi lavori di ripristino nell’estate per continuare la propria attività, i problemi rimangono. «Sono scuole rattoppate e pericolose», conclude. «Esiste un indice che ne misura la vulnerabilità rispetto agli eventi catastrofici, inaugurato nel 2003 dopo il crollo dell’istituto a San Giuliano di Puglia: per essere a norma una scuola dovrebbe dare come punteggio di almeno 60 su 100 a queste rilevazioni, mentre all’Aquila alcune hanno dato come risultato 31, 27 e addirittura 17. Chiediamo che anche quelle strutture siano abbattute e ricostruite, per il bene di tutti».

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