Il sex work durante la pandemia è in bilico tra violenza e indifferenza | Rolling Stone Italia
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Il sex work durante la pandemia è in bilico tra violenza e indifferenza

Il coronavirus non ha fatto altro che peggiorare la loro precarietà, e adesso in tutta Europa il mondo del sex work protesta contro l’indifferenza dei governi: “è un’ingiustizia sociale ed economica”

Una protesta di sex worker per il diritto di tornare a lavorare in Olanda. Ana Fernandez/SOPA Images/LightRocket via Getty Images

Sono ancora stordita dal silenzio dei media nazionali, che non hanno menzionato l’episodio di violenza avvenuto lo scorso 18 marzo a San Berillo, un quartiere nel centro storico di Catania. Secondo la ricostruzione di alcuni testimoni oculari, la polizia avrebbe picchiato una sex worker transgender dopo un alterco. Avrebbe inoltre requisito gli smartphone delle persone presenti, che filmavano la scena, e che, a loro volta, sarebbero state percosse mentre tentavano di difendere la donna. “I video non ci sono più”, affermano le persone coinvolte una volta riavuti i cellulari portati in Questura. “I video non ci sono mai stati”, ribatte la polizia.

Le associazioni di quartiere e vari collettivi a livello locale e nazionale si sono espressi con rabbia nei confronti delle forze dell’ordine e della brutalità che avrebbero usato. Si è parlato di sospensione dei diritti e di abuso di potere verso persone indebolite da un sistema sociale che le tiene ai margini.

Sulle pagine del quotidiano La Sicilia, Alessandro Berretta – segretario provinciale del sindacato di polizia COISP – ha dichiarato che “i poliziotti hanno subito e continuano a subire aggressioni da parte di criminali spregiudicati e senza scrupoli e le forze dell’ordine devono continuare a effettuare incessanti controlli”. Né la questura di Catania né la sezione catanese del sindacato di polizia SIAP né il COISP hanno risposto alle richieste di commento di Rolling Stone sulla vicenda.

“L’evento scatenante non giustifica una reazione così spropositata” mi dice Pia Covre, presidente del Comitato per i Diritti Civili delle prostitute (CDCP), fondato insieme a Carla Corso e altre colleghe attiviste nel 1982. “Bisogna capire il perché di tanta animosità e di quello che sembra a tutti gli effetti un abuso di potere”.

“Le tensioni sociali nell’ultimo anno si sono acuite un po’ ovunque: molte lavoratrici e lavoratori sessuali, in mancanza di introiti, sono dovuti uscire per poter lavorare. Così si sono sommate le multe per violazione della quarantena e del coprifuoco, andando ad aggravare una situazione già precaria, se non drammatica. Ci sono persone che per poter mangiare e pagare l’affitto si sono indebitate con degli usurai. Tra la repressione normale e quella dovuta al COVID-19, la situazione è terribile e – considerate le circostanze – non può che peggiorare”, dice ancora Covre, che è particolarmente attiva sul territorio friulano, dove ha sede il Comitato, ma si occupa e batte per i diritti di tutte le persone che esercitano lavoro sessuale in Italia.

Le lavoratrici e i lavoratori sessuali sono stati gravemente penalizzati dalla pandemia, perché – se è vero che il lavoro sessuale in Italia non è illegale – le persone che lo esercitano non sono tutelate, in particolare quelle immigrate e magari senza permesso di soggiorno. Si tratta di persone costrette ai margini della società e soprattutto costrette a mettere a rischio la propria salute per poter sopravvivere.

Durante il lockdown molte persone che fanno sex work hanno dovuto continuare in presenza e non solo tramite canali virtuali (accessibili comunque a chi ha un’alfabetizzazione digitale seppure minima, dei dispositivi elettronici adeguati, una connessione internet, un conto o una carta sui quali ricevere gli accrediti) altrimenti, non avendo accesso ad alcun tipo di sussidio, avrebbero rischiato di morire di fame o magari non potere pagare affitto e spese.

La militarizzazione delle strade, soprattutto durante la prima chiusura dello scorso anno, ha fatto sì che persone più a rischio come appunto sex worker, persone senza fissa dimora o senza documenti (categorie spesso sovrapposte) fossero più esposte a controlli, sanzioni e, in alcuni casi, a intimidazioni da parte delle autorità.

Lo Stato non ha fatto assolutamente nulla e se non fosse stato per iniziative dal basso, come per esempio il crowdfunding “Nessuna da sola” (lanciato dal Comitato per i Diritti Civili delle prostitute e dal collettivo transfemminista di sex workers e alleate/i Ombre Rosse) o per altri interventi di associazioni di volontariato, moltissime persone non avrebbero superato neppure la primavera. Ma non si può delegare al buon cuore dei singoli e dei privati, è necessario più che mai che si faccia qualcosa di concreto a livello istituzionale.

“Tutto è bloccato per colpa di una macchina burocratica che stritola le persone e si ingolfa.” mi racconta ancora Covre, che lavora senza sosta insieme ad altre persone volontarie per fornire supporto legale e materiale alle e ai sex worker. “Le persone migranti sono quelle più in difficoltà per via dei documenti che magari sono scaduti e non sono stati rinnovati, nonostante le proroghe previste dai DPCM”.

“Il paradosso”, aggiunge Covre, “è che questo ha precluso anche l’accesso al servizio sanitario, perché non avendo il permesso di soggiorno regolare, non è stato possibile rinnovare la tessera sanitaria. Non è possibile affrontare un’emergenza come questa in modo simile: chiunque deve avere diritto alle cure, bisogna tutelare tutti”.

Nel frattempo TAMPEP, una Fondazione transeuropea nata nel 1993 in risposta ai bisogni delle persone migranti che praticano lavoro sessuale, ha emesso un comunicato per chiedere ai governi delle azioni coerenti e soprattutto un trattamento dignitoso ed equo. 

“Alle lavoratrici e ai lavoratori sessuali è vietato lavorare da quasi un anno. I loro luoghi di lavoro sono chiusi. Le autorità locali tendono a perseguitare le lavoratrici e i lavoratori sessuali invece di sostenerli durante questi tempi difficili. Questo deve finire. Le autorità devono ripensare la loro strategia a riguardo”, si legge nel comunicato. “Nei media, le lavoratrici e i lavoratori sessuali sono per lo più raffigurati come super-untori, quando non c’è alcuna prova a sostegno di questa affermazione, che danneggia ulteriormente le e i sex worker.”

Da Catania all’Europa intera, attraverso l’Italia, un unico coro di voci arrabbiate ed esasperate che chiede giustizia e rivendica con orgoglio le proprie scelte, non sono solo le voci di chi fa lavoro sessuale, ma di tutte le persone precarie, impoverite da scelte politiche che sfavoriscono chi ha poco o nulla.