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Il segreto di Roman Abramovich

In Russia, Yeltsin e Putin lo hanno fatto diventare il plenipotenziario che in patria ha saziato – a tratti – più della 'solyanka' (la celebre zuppa): breve storia di un oligarca nato dalla polvere

Foto di Alexander Hassenstein - UEFA/ via Getty Images)

Non è chiaro se sia Abramovich a prestarsi alla politica o la politica stessa a potersi permettere un uomo come Abramovich. Oligarca affermato, nato dal nulla non si sa quando e non si sa come. Eppure a guardarlo trincerarsi dietro la barba, un filo lunga ma maniacalmente curata, sembra rassicurante mentre accenna un sorriso e nel frattempo non si compromette.

Abramovich, origini ebree ma anima e spirito russi più che mai, nei fatti è stato un fantasma fino all’avvento di Gorbaciov. Una storia di periferia diventata leggenda quando si è cercato di risalire al suo passato: la morte dei genitori, l’esercito per poco tempo, il contrabbando di oggetti, il treno del petrolio. Una vita da mordere per esigenza e ambizione, anche se fino al 1999 non esiste una foto o un video che lo ritrae nei salotti buoni russi, gli stessi in cui da anni è una celebrità. Mai un soprannome, mai un atteggiamento fuorviante.

Le interviste concesse pochissime, e chi ha avuto la fortuna di strappargli una dichiarazione la custodisce ancora gelosamente, soprattutto adesso che la guerra tra Russia e Ucraina lo vede protagonista – dicono per esplicita richiesta del presidente ucraino Zelensky – dei negoziati.

Diafano, come il dorso di un geco, ma sempre capace di incidere, dettare la linea, incensare il giusto e incensarsi di più. Ecco la velleità più grande di Abramovich: considerare la politica come la vita e il calcio, e godere delle vittorie molto spesso frutto di strategie chiare e ciniche. Conquistarsi un pezzo di mondo alla volta, non per dimostrare la ricchezza che possiede – ha un patrimonio di 12,4 miliardi di dollari, secondo Forbes – ma per dimostrare di saper gestire il potere.

In Russia, Abramovich è uno statista moderno nato dalla polvere. Nel mondo dell’imprenditoria si è inserito in modo sibillino nell’arco di tempo compreso tra il crepuscolo dell’Unione Sovietica e l’inizio dell’era Putin. Da Ukhta, piccolo centro a nord del Paese dove è cresciuto con gli zii, al cuore della Russia. A Mosca, prima di diventare oligarca ha dovuto farsi le ossa con bambole e papere di gomma, prodotti della Uyut, la sua prima azienda. Quando, all’inizio degli anni 90, Boris Yeltsin prese il controllo del Paese, per Abramovich arrivò il momento di fare il salto nel mondo degli idrocarburi: tra realtà e storie che si rincorrono ancora nei racconti della gente della steppa, di certo c’è solo che ad aprirgli le porte sia stato l’amico (quasi un secondo padre) Boris Berezovsky, più e ricco e più potente ma poco dopo abbandonato e sconfitto in tribunale.

L’acquisto in combinata della Sibneft – colosso dell’energia nato dalla fusione tra l’azienda di raffinazione Noyabrskneftegaz e la raffineria di Omsk, la più grande in Russia – permise a Roman di imporsi come imprenditore. La nomina, nel 1999, di Vladimir Putin come primo ministro si rivelò il passe-partout ideale per diventare leader anche in politica.

In poco tempo, Abramovich divenne l’alter ego del nuovo zar, con un’influenza forte nelle scelte e il ruolo di oligarca oramai consolidato. Dal 2001 al 2008 ha governato la regione autonoma della Cukotka (estremo oriente russo, a un passo dall’Alaska) e fino al 2013 è stato presidente del Parlamento locale. In mezzo, due tappe fondamentali per la sua ascesa: nel 2002 la vendita delle quote di Sibneft a Gazprom per 13 miliardi di dollari, e l’anno successivo l’acquisto del Chelsea, società inglese fino a quel momento poco vincente né tantomeno seguita da tifosi frustrati dalle trionfali stagioni di Arsenal, Liverpool e Manchester United.

In verità, non è che Abramovich amasse il calcio, né tantomeno fosse un accanito spettatore della Premier League inglese, ma l’acquisto di una società nel campionato più famoso e ricco del mondo era una tappa obbligatoria per chi, oltre alla Russia, voleva che il proprio nome (più che l’immagine) riecheggiasse nel resto del mondo. In 19 anni, oltre ad aver speso centinaia di milioni di sterline – antesignano di quello che, qualche anno dopo, faranno gli emiri con Manchester City in Inghilterra e Paris Saint-Germain in Francia – ha vinto tanto, traslando nel calcio quel modo sprezzante di gestire e investire con cui aveva già fatto fortuna con gli idrocarburi. E attirando, allo stesso modo, le critiche di chi sin da subito parlato di sport-washing (l’utilizzo dello sport per ripulire un’immagine macchiata da controversie di vario tipo) e recentemente ha calcato la mano quando ha annunciato di vendere la società e destinare il ricavato alle vittime della guerra tra Russia e Ucraina che il sodale Putin ha scelto di mettere in atto –  gesti di solidarietà che, comunque, non hanno impedito che il miliardario russo venisse annoverato nell’elenco degli oligarchi sanzionati dal governo inglese: ieri sono stati congelati tutti i suoi beni.

Considerando la storia di Abramovich, quindi, si deve fare riferimento a tre uomini soprattutto. Tutti diversi tra loro, a tratti estranei ma certamente portatori, per il magnate russo, di ricchezza e forza, passione e sorrisi, potere e gloria. In Russia, prima Yeltsin e poi Putin gli hanno tributato fiducia al momento giusto e lo hanno fatto diventare il plenipotenziario che in patria ha saziato – a tratti – più della solyanka (la celebre zuppa), ed è quanto dire. Ma anche Didier Drogba che, in campo, ne ha nobilitato e glorificato gli sforzi economici con una serie di trofei nazionali e internazionali conquistati. Tre uomini e tre amori – politica, petrolio e pallone – a cui Abramovich è legato ma a cui ha sempre preferito un altro più grande e più forte: quello per sé stesso. Prima trino e poi uno, ma tant’è.