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Il Rinascimento non è stato quel periodo meraviglioso che si crede

Perché è stato evocato prima da Matteo Renzi di fronte al principe ereditario saudita e di recente da Matteo Salvini, durante il suo viaggio a Budapest, per sancire la sua rinnovata alleanza con il premier ungherese?

Foto: Attila Kisbenedek/AFP via Getty Images


Forse non tutti ricordano che esiste un partito che porta questo nome, Rinascimento, attivo in Italia e che ha rischiato lo scorso anno di eleggere un proprio esponente come sindaco di Aosta, sconfitto al ballottaggio dalla coalizione di centrosinistra. Ma in quel caso c’è un legame con la realtà storica dato dal singolare stile di vita fuori dalle righe del suo fondatore, Vittorio Sgarbi, per certi versi degno di sovrano di quell’epoca. Ma perché, invece, il Rinascimento è stato evocato prima da Matteo Renzi di fronte al principe ereditario saudita e di recente da Matteo Salvini, durante il suo viaggio a Budapest, per sancire la sua rinnovata alleanza con il premier ungherese e con gli altri membri del gruppo di Visegrad?

C’è veramente da interrogarsi sul perché un periodo così remoto, noto più che altro per l’incredibile fioritura delle arti nelle varie capitali di Stati italiani, possa essere preso come modello politico. Ci sono delle basi: dal 1454 al 1494 la Penisola conosce un periodo di pace e relativa prosperità. L’esilio degli intellettuali greci fuggiti da Costantinopoli, caduta in mano ottomana nel 1453, arricchì le corti di nuovi stimoli intellettuali e molti governanti cercarono di legare le sorti del loro governo a un certo grado di consenso popolare, imponendo varie innovazioni sia in campo economico, come ad esempio l’invenzione dei moderni istituti bancari, ma anche in campo scientifico. Ci sono anche i primi segnali di una cultura che si vuole emancipare dai lacci limitanti del pensiero cattolico dogmatico ritornando all’osservazione della natura e dei fenomeni umani.

E fin qui solo cose belle: ma se analizziamo gli eventi politici è inevitabile mettere il dito nella piaga di un periodo estremamente contraddittorio: quel periodo di pacificazione fu solo apparente. In realtà tra le varie entità politiche della penisola c’era un costante sospetto che serpeggiava. E qualche volta infatti la pace era solo apparente: la congiura dei Pazzi, che tentò di decapitare la dinastia medicea, ebbe l’appoggio tacito di Papa Sisto IV e del duca di Urbino Federico da Montefeltro. Le libertà cittadine che erano fiorite nell’età comunale vennero via via soppresse e cancellate in favore di un accentramento di poteri che avvenne quasi ovunque. Il fragile equilibrio tra gli stati italiani non portò a niente di buono, anzi, innescò nel 1494 l’iniziò delle cosiddette guerre d’Italia, un periodo nefasto per la Penisola che portò l’esercito francese, sacro romano imperiale e spagnolo a contendersi il controllo dei vari domini. Tutto questo mentre Inghilterra, Francia e Spagna consolidavano i propri stati nazionali.

Questa rovina sociopolitica venne attribuita da un osservatore coevo, Francesco Guicciardini, all’eccessiva attenzione al “particulare”, senza avere una visione d’insieme che andasse oltre gli interessi immediati degli stati. Questa ferita storica fu sanata solo molti secoli dopo, con il processo unitario italiano, che pure non fu scevro da contrasti e cicatrici. Ma allora perché evocarlo? Perché il Rinascimento è un periodo dove la bellezza artistica viene spurgata dai fatti storici che la produssero, dove si dimentica facilmente il servilismo degli intellettuali di corte, che inventavano dote semidivine per i loro protettori. Una visione che potrebbe funzionare con distratti turisti mordi e fuggi, ma non dovrebbe funzionare affatto con un pubblico italiano che avesse una sia pur minima conoscenza della storia politica del proprio Paese e della propria regione. Ma il pensiero complesso non gode certo di buona salute nell’epoca in cui la narrazione emotiva dei populismi di vari colori politici cerca di convincere seguaci fanatizzati e non cittadini consapevoli. E così evviva il Rinascimento, come se fosse davvero dolce come la poesia di Lorenzo il Magnifico su quanto è bella giovinezza, che si fugge tuttavia!.

Ma non possiamo farci bastare questo. In questi anni governanti eletti sull’onda di un messaggio carismatico, aiutato da complesse strategie di convincimento emotivo degli elettori sui social media, hanno mostrato tutti i loro limiti. Politici diversi tra di loro come il presidente americano Joe Biden e la cancelliera tedesca Angela Merkel hanno provato ad attuare una comunicazione istituzionale più asciutta, più fedele al dato di Realtà. E quindi lasciamo il Rinascimento a chi ha voglia di approfondirlo con calma e senza farsi prendere dai sensazionalismi a effetto per convincere truculenti sovrani arabi o capi di governo reazionari dell’Est Europa. Seppelliamo una volta per sempre il richiamo a un passato mitico dai tratti salvifici. Tempo di affrontare nuovamente la realtà, per provare a rinascere come cittadini dopo quasi un decennio di sbornia demagogica. Un Risorgimento ci vorrebbe, più che un Rinascimento.

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