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Il presidente è Biden, ma come mai si parla solo di Bernie Sanders?

Proprio nel giorno in cui Biden è diventato presidente, il suo ex rivale progressista era letteralmente ovunque su internet: la battaglia elettorale sarà anche persa, ma la guerra delle idee non lo è affatto

BRENDAN SMIALOWSKI/AFP via Getty Images

Dopo la incredibile difficoltà avuta da Donald Trump nell’accettare la sconfitta delle presidenziali di novembre, l’inaugurazione di Joe Biden ha rappresentato un momento di catarsi e di restaurazione della dignità presidenziale con un nuovo presidente che la rappresenta al meglio – un politico di carriera versatile e capace di adattarsi ai tempi e di riportare la carica presidenziale a livelli ordinari di decenza e prevedibilità.

Già, perché la retorica presidenziale di Biden, pur con i suoi innesti progressisti notevoli – non era mai accaduto che un presidente lanciasse una campagna contro il razzismo sistemico e la “white supremacy” dal palco dell’inaugurazione, nemmeno Obama lo aveva fatto – è stata oscurata da una presenza ben nota come quella di Bernie Sanders.

Normale. L’amicizia tra i due risalente ai tempi del comune servizio al Senato era stata evidenziata durante un dibattito all’epoca delle primarie democratiche, quando per rispondere a una critica di Hillary Clinton nei confronti di un Sanders che “non piace a nessuno”, Biden era andato ad abbracciarlo. Anche per questo il sostegno del senatore del Vermont nei confronti del suo principale avversario in campagna elettorale era sempre stato convinto in pieno, tanto da aver partecipato alla stesura del programma per i prossimi quattro anni con il varo della transizione ecologica, l’innalzamento del salario minimo federale, la costituzione di un’opzione pubblica da inserire nel sistema sanitario per chi non potesse permettersi un’assicurazione privata e l’abolizione della pena di morte federale così largamente utilizzata da Trump negli ultimi mesi.

Ma qui andiamo oltre la politica e si va verso la memesfera dell’internet. Il look di Sanders strideva nei confronti di un glam diffuso anche negli outfit scelti dai coniugi Biden e dai loro predecessori Barack e Michelle Obama. Bernie Sanders è come lo si vede: un ebreo socialista newyorchese di Brooklyn nel 1968 si è trasferito a Stannard, in Vermont, affascinato dalla vita rurale di un borgo di 88 abitanti e con l’intenzione di portare, attraverso un lavoro di sceneggiatore e filmmaker, un messaggio radicale anche in posti ritenuti ad esso ostili.

La sua ascesa politica come socialista è cosa arcinota: sindaco di Burlington negli anni ’80, senatore indipendente dal 2007 e sfidante quasi vincente di Hillary Clinton nel 2016. E anche il suo look lo rispecchiava. A partire dalle muffole, fatte a partire da bottiglie di plastica riciclate dall’insegnante di scuola media Jen Ellis per il senatore durante la campagna elettorale del 2018. In più il mitico giaccone già noto per l’appello di fine 2019 – “I’m once againg asking for your financial support” diventato anch’esso un meme – creato da un produttore di abbigliamento per snowboard del Vermont e che, come segnala la moglie Jane, è stato regalato a Sanders dal figlio David lo scorso Natale.

Due accessori che vengono dal Vermont, il suo Stato, e che hanno contribuito alla sua moltiplicazione memetica: alla conferenza di Yalta insieme a Stalin, Roosevelt e Churchill, nella metro di New York, in coda alla motorizzazione, addirittura sulla Luna. Ma anche questo è un segno della sua forza. Non sarà mai presidente, forse anche per il suo look che attualizza l’antico stereotipo antisemita dell’ebreo rivoluzionario, agitatore delle classi basse. Ma di sicuro ha una piccola nidiata di eredi: la squad di sei deputati al Congresso, guidati da Alexandria Ocasio-Cortez, che sapranno portare avanti le istanze progressiste promosse da Bernie.

Lui, Sanders, nel frattempo è stato promosso a presidente della Commissione Bilancio del Senato – dove sicuramente dovrà far approvare il piano di stimolo da 1.900 miliardi di dollari lanciato dal presidente Biden, quasi il triplo di quanto stanziato da Obama nel 2009. Se la battaglia elettorale è persa, non lo è la battaglia delle idee. All’indomani della sconfitta per l’elezione a governatore della California nel 1934, il socialista californiano Upton Sinclair scrisse: “i nostri nemici hanno vinto nel promuovere la grande bugia sul socialismo. Dobbiamo batterli non con un attacco frontale, ma lavorando ai fianchi”. E il destino delle idee di Sanders sembra proprio questo: vincere lentamente, ai lati dell’avversario.