Il premio Nobel Muratov: «Continueremo a chiamare la guerra col suo vero nome, nonostante Putin» | Rolling Stone Italia
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Il premio Nobel Muratov: «Continueremo a chiamare la guerra col suo vero nome, nonostante Putin»

Il direttore di 'Novaja Gazeta' non ha intenzione di concedere alcuno spazio alle intimidazioni del Cremlino: «Continueremo a lavorare secondo i nostri metodi, senza conformarci alla censura del governo»

Foto di Mikhail Svetlov via Getty Images

In un’intervista concessa al New Yorker il giornalista Dmitrj Muratov, direttore del periodico indipendente Novaja Gazeta e vincitore del Premio Nobel per la pace 2021 assieme alla collega filippina Maria Ressa, ha rivelato il suo punto di vista sulla guerra in Ucraina. 

Rispondendo alle domande di David Remnick, Muratov ha fornito un resoconto dettagliato delle condizioni difficili in cui la redazione del suo giornale – notoriamente una voce critica del governo Putin – è costretta a versare in un periodo così teso e complesso. Muratov ha spiegato che «La pressione su Novaya Gazeta è iniziata immediatamente. Abbiamo ricevuto l’ordine di non utilizzare le parole “guerra”, “occupazione”, “invasione”. Tuttavia, continuiamo a chiamare la guerra con il suo vero nome, ossia guerra. Attendiamo le conseguenze». Muratov non ha lesinato una dura critica all’establishment di potere russo, ormai subalterno alle direttive del numero uno del Cremlino e inerme dinanzi ai suoi deliri di onnipotenza: «L’élite al potere, compreso il ministro degli Esteri Lavrov, si è rivelata al mondo intero per quel che è: un gruppo di persone totalmente dipendenti, disposto a piegarsi completamente alle volontà del presidente Putin. Sembra che abbiano consumato la propaganda che loro stessi hanno creato e diffuso, che siano arrivati ​​a crederci».

Inoltre, il Nobel ha elogiato l’opposizione di una parte della società civile russa: nonostante le minacce, le restrizioni e la censura, ci sono state diverse manifestazioni contro la guerra a Mosca, San Pietroburgo e in molte altre città. Dei segnali importantissimi che, secondo Muratov, rappresentano l’indice di un’ondata di sfiducia che sta intaccando la credibilità di cui Putin gode nel conteso domestico: «La gente non sostiene realmente la guerra, specialmente quella guerra con l’Ucraina. Più di un terzo è categoricamente contrario all’azione militare, e non ci sono preside a sostegno dell’invasione. Un milione di persone ha firmato una petizione “No alla guerra” pubblicata sulla piattaforma Change.org. Anche gli intellettuali russi hanno detto la loro: scrittori, sceneggiatori, giornalisti, scienziati. Quasi trenta pubblicazioni indipendenti ancora esistenti hanno rilasciato in contemporanea una dichiarazione sull’impossibilità della guerra. Quindi, questa volta, l’indifferenza della società è assente».

Muratov ha poi fatto riferimento alle strategie con cui, negli ultimi anni, il presidente russo ha provato a dividere l’Unione Europea e l’Occidente. Come? Ovviamente mobilitando fiumi di denaro, in ossequio al triste principio secondo cui “chiunque ha un prezzo”: «Acquista all’ingrosso ex cancellieri, primi ministri e ministri dall’Europa, inserendoli nei consigli di amministrazione di società russe di proprietà statale o vicine allo stato. Hanno un prezzo, ma non dei valori: direi che questo è quello che pensa lui».

Il direttore di Novaja Gazeta non ha intenzione di concedere alcuno spazio alle intimidazioni di Putin: «Continueremo a lavorare il più a lungo possibile. Abbiamo oltre trenta milioni di lettori sui social network. Negli ultimi giorni abbiamo avuto più di quattro milioni e mezzo di visualizzazioni sul nostro sito. Penso che siamo in un periodo molto difficile, perché non abbiamo ascoltato la raccomandazione dello Stato, scegliendo di non incorporare il punto di vista “ufficiale” del governo nella nostra valutazione degli eventi. Lavoriamo secondo i nostri standard. Ci fidiamo dei nostri corrispondenti speciali che lavorano in Ucraina e delle persone nella nostra redazione, che verificano ogni notizia. Sono molto preoccupato per i nostri giornalisti che lavorano nella zona di guerra e nelle aree di confine, e per coloro che seguono i raduni di Mosca. Speriamo di riuscire a mantenere tutti al sicuro».

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