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Il Pnrr è l’ennesimo treno perso per il Sud?

Scadenze che slittano, colpi di mano, criteri poco chiari. Con questo andazzo, i bandi per l’attuazione del Piano rischiano di accentuare il divario permanente tra Nord e Sud del Paese

Foto di Massimo Di Vita/Archivio Massimo Di Vita/Mondadori Portfolio via Getty Images

Dei 236 miliardi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), le risorse destinate al Sud Italia sono poco più di 80 miliardi; almeno sulla carta, perché la realtà è molto più complessa. Una legge del 2021 prevede che, in fase attuativa del Piano, sia necessario garantire la cosiddetta “clausola del 40%”, ossia una la postilla che prevede di destinare al Sud «almeno il 40 per cento delle risorse allocabili territorialmente», in aggiunta a quelle già stanziate, che riguardano per lo più il potenziamento di ferrovie e grandi infrastrutture.

L’attuazione del PNRR è partita a dicembre, e per spendere i soldi il governo ha previsto un sistema di bandi. A promuoverli sono principalmente i ministeri e le regioni e i destinatari sono gli enti territoriali che, attraverso la presentazione di progetti, potranno aggiudicarsi le somme. Ma qui sorge un primo problema: la partecipazione degli enti del Mezzogiorno è stata scarsa nei circa 80 bandi pubblicati finora. «Bisogna rafforzare le competenze progettuali, amministrative ed esecutive degli enti, molto di più di quanto si è fatto – dice Gianfranco Viesti, meridionalista e professore di economia applicata all’università di Bari – se destini le risorse poi bisogna usarle, ma per usarle ci vuole capacità».

Una capacità che manca sin dalla stesura dei progetti da presentare. Esemplari sono i bandi sull’edilizia scolastica, uno dei settori su cui il Piano prevede un investimento di 12 miliardi di Euro. A fronte di un alto numero di candidature per costruire nuove scuole dell’infanzia e mense, non si può dire altrettanto per gli asili nido: per stessa ammissione dei ministeri dell’istruzione e per il Sud, «le richieste giunte non sono sufficienti a utilizzare tutte le risorse a disposizione».

Un’assenza che pesa, visto che la crescita del numero di asili nido è un incentivo all’occupazione femminile che nelle regioni meridionali, secondo un recente studio di Confcommercio, è la più bassa in Europa.

Dei 2,4 milioni stanziati per gli asili, sono un miliardo e 327 milioni quelli virtualmente destinati alle regioni del Sud. Come spiega Viesti «Queste sono solo allocazioni di principio, non si tratta di spesa: c’è sì una destinazione territoriale, ma poi c’è la fase di realizzazione e di trasformazione concreta in spesa e interventi. La sfida sta lì». Proprio per questo motivo i termini del bando sono stati riaperti: la scadenza naturale del 28 febbraio è slittata al 31 marzo.

Anche il ministero della Transizione ecologica ha dovuto prorogare la scadenza dei bandi per la costruzione di impianti di trattamento e riciclo dei rifiuti. Questo per – si legge nella nota – «favorire una maggiore partecipazione delle aziende e delle Pubbliche amministrazioni del Sud ai bandi». Stessa sorte è toccata ai progetti di recupero o valorizzazione di beni confiscati alle mafie nelle regioni del Sud: il termine è stato prorogato al 31 marzo. Sono 300 milioni di Euro, e non mancano gli incentivi: i progetti volti alla creazione di case rifugio per donne vittime di violenza o, anche, di asili nido potrebbero ricevere punteggi più elevati in graduatoria. Il problema è che non sembrano bastare.

Il criterio di applicazione della clausola del 40%, poi, cambia di bando in bando: in alcuni casi si distingue per territorio prima, in altri dopo l’aggiudicazione. «Le modalità sono troppo diversificate, non c’è un governo centralizzato di queste risorse da parte della presidenza del consiglio e, di conseguenza, non ci sono regole comuni – prosegue Viesti. È essenziale un coordinamento centrale che espliciti i criteri politici e tecnici da seguire».

Altrimenti va a finire come i bandi del ministero dell’Università e della ricerca sui progetti di Ricerca di interesse nazionale (Prin), nei quali l’applicazione del criterio di territorialità è stato totalmente bypassato. Viesti, che ha monitorato l’iter, racconta che «da quando è stato pubblicato a fine gennaio, sono state fatte tre versioni completamente diverse, l’ultima delle quali prevede che l’applicazione della clausola del 40% sia una parte del totale. In una successiva comunicazione la clausola è scomparsa, e pazienza se non si arriva a questa percentuale». L’irregolarità è grave, visto che un atto ministeriale non può violare una legge che, secondo l’esperto, potrebbe far scattare un ricorso al tribunale amministrativo.

E poi c’è la competizione tra Nord e Sud per accaparrarsi le risorse e il pressing sugli enti promotori dei bandi. Sui progetti di rigenerazione urbana, l’Emilia Romagna e il Piemonte si sono aggiudicati molti progetti, la Lombardia e il Veneto di meno. «Le forze politiche venete – dice Viesti – hanno fatto pressione sul ministero dell’Interno, riuscendo a farsi assegnare 905 milioni di progetti che, da graduatoria, avrebbero dovuto essere esclusi. Un colpo di mano».

Gli stessi Comuni meridionali lamentano da mesi la mancanza di interventi efficaci di rafforzamento della propria capacità progettuale. La denuncia arriva da Recovery Sud, un movimento di sindaci delle regioni del Mezzogiorno: «Se non si fanno entrare risorse umane nei Comuni del Sud, come chiediamo da un anno – si dice in un post Facebook del 4 marzo – i soldi del Pnrr torneranno indietro, esattamente come avevamo previsto».

Infatti la deadline per realizzare tutti gli interventi previsti dal Piano è il 2026, e ci sono diverse tappe intermedie da rispettare, pena la perdita dei finanziamenti stanziati. Impasse, quindi: il salvadanaio lo si può anche rompere, ma il dilemma è come spendere i soldi che contiene.

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