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Il più grande aborto politico della storia d’Italia è servito. Evviva, forse ci salveremo

Ecco perché il risultato della moltiplicazione di tre segni "meno" (o cinque, forse addirittura sette) può dare un segno "più"

Giuseppe Conte pronto per il reincarico di governo dal presidente Mattarella

Elisabetta Villa/Getty Images

La situazione politica in Italia è grave ma non è seria, quante volte abbiamo abusato della formidabile formula di Flaiano, non se ne potrebbe davvero più, eppure ci si deve ricorrere con convinzione ancora una volta in quest’ultimo basso della Repubblica. Il Governo dunque s’ha da fare, si farà, e che Governo. Chiamiamolo come vogliamo, di legislatura, cordone sanitario, di responsabilità, di irresponsabilità, istituzionale, male minore, di necessità. Si tratta di un aborto politico, né più né meno.

E se da un lato rinfranca il ritrovato machiavellismo italico da primissima Repubblica, dall’altro può divertire il circotognismo da rotonda sul mar agostana, infine spostando il burrone un po’ più in là ci si ritrova antropologicamente come popolo. Siamo questa roba qua, siamo fatti così. Primum governare, deinde philosophari. Franza o Spagna eccetera, a ognuno il suo simbolismo trasformistico di riferimento, abbiamo una lunga leadership in materia. L’abominio politico che si sta profilando presenta però un’indubbia eccezionalità storica: singolarmente preso, non conviene a nessuna forza politica in campo, eppure forse conviene a tutti, Paese compreso. È una novità, non era mai successo.

In primis, non conviene al convitato di pietra e papeete che ne è escluso: la Lega di Matteo Santini – già Salvini – che andrà all’opposizione. Poco importano i sondaggi, i peana sovranisti, gli avvertimenti “al prossimo giro prende il 60 %”. Vero o non vero, nulla è verificabile. Il prossimo giro si vedrà, il popolo sovrano schiumerà o non schiumerà, chi lo sa, cuccurucucucucucucu paloma. Santini e i suoi rosari, questo è il dato univoco, se ne vanno all’opposizione. Il che significa – se non fosse ancora chiaro – che il divoratore di angurie e ketchup, di madonne e Milan, di cubiste e fiori di zucca non è più al Governo. Cioè – ancor più adamantino – da domani non conta più nulla. Per quanto strepiterà, magnerà, pregherà, spanzerà e utilizzerà pietà e vittimismo come dinamo della sua azione politica, sarà neutralizzato. Se ne vanno a cuccia in panchina, lui e le sue politiche primitive e criminali. Pensateci su un secondo, sospiro di sollievo, ecco.

Ma non va meglio agli altri: il governicchio-monstre non conviene neanche al Pd. O meglio, non conviene a quel Pd a vocazione maggioritaria a cui abbiamo creduto, un partito che avrebbe dovuto essere il faro del riformismo italico ed è finito a essere l’anabbagliante di ogni visione ispiratrice. Un partiticchio di gestione della sconfitta di misura, del pareggino come massima aspirazione, del nulla ideologico e della necessità come driver dell’agire. Un partito governato dalla paura di perdere, senza più nessun orizzonte ideologico, vittima degli strascichi della spregiudicatezza di quell’incompiuto di provincia che si è rivelato essere Matteo Renzi. È vero, varrebbe il ragionamento opposto al precedente leghista, e cioè il Pd andando al Governo potrà far valere la propria azione politica benefica e riguadagnare consensi e forse stima, ma la dignità signori oggi si perde, a braccetto con la Casaleggio associati dopo l’insulso teatrino su Conte e Gigino, no, da questa buca non ci si rialzerà facilmente.

Ma il Governo giallorosso non conviene nemmeno a quei miracolati dei 5 stelle. Eppure Conte-bis, Di Maio survivor, nuove elezioni potenzialmente devastanti rimandate. Qui il paradosso è massimo: mantenendo il timone di comando non faranno altro che perpetuare l’erosione di consensi già in atto da un anno a questa parte. Sono stati presi a schiaffoni da Salvini, lo saranno anche da questo Pd anemico. Il Movimento 5 Stelle non esiste più, è una forza politica defunta, esistono solo in ragione di numero di parlamentari schiacciabottoni. La geometria variabile applicata al partito di Bibbiano “che toglie i bimbi alle famiglie” (cit. steward del San Paolo) è l’ultimo chiodo nella bara della più grande barzelletta politica che questo Paese abbia mai dovuto affrontare. Colpa sua, colpa del suo popolo sovrano, sarà quel che sarà, come detto siamo questa roba qua. E quindi ecco, governeranno ancora quest’ultimo giro di giostra, per fortuna affiancati da una forza politica comatosa ma non irresponsabile, e poi svaniranno nel nulla pneumatico da dove sono venuti, l’estate sta finendo e un mostro se ne va.

E gli altri? Berlusconi, Meloni, Bonino, Boldrini? Per quanto possa sembrare incredibile, non conviene nemmeno a loro. Per farla breve: Berlusconi sarà schiacciato in una posizione intermedia tra critica al Governo Frankenstein e timore di regalare ulteriore biada ai leghisti col forcone; la Meloni, semplicemente, continuerà a essere quel che è sempre stata: una macchietta starnazzante senza portafoglio né borsetta né elettori. Eppure il risultato della moltiplicazione di questi tre, cinque – forse sette – segni “meno” potrebbe dare un segno “più” come risultato al Paese.

È possibile infatti che le paure combinate di Pd-5stelle ci regalino un Governo progressista e riformista, che disintegri le politiche criminali di Salvini e ci riallinei al resto dell’umanità, che rassereni gli animi e neutralizzi i danni culturali che un anno di deliri sovranisti hanno indotto nella psicologia di una grande parte del popolo italiano, che ci faccia ritrovare l’orgoglio e la speranza, che non ci renda più correi di morti per indifferenza ed egoismo, di caccia alle streghe e tiro al piattello contro gli ultimi. Un Governo che è e rimane il più grande abominio politico della storia repubblicana, che non conviene a nessuno, tranne che a tutti.

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