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Il mito di Robert Mueller è andato in pezzi: Trump può dormire notti tranquille

L'uomo che avrebbe dovuto ribaltare la presidenza di The Donald, quasi fosse un super-vendicatore, alla fine si è rivelato un enorme bluff. E così i Democratici continuano a incassare imbarazzanti sconfitte

Foto di SHAWN THEW/EPA-EFE/Shutterstock

Iniziamo con le ovvietà. Nello scenario politico statunitense, la decisione dei Democratici di mettere sotto giuramento l’ex Special Counsel Robert Mueller (avvocato statunitense, direttore del Federal Bureau of Investigation dal 2001 al 2013, ndr) è stata una catastrofe. I Democratici credevano che incriminare il Presidente in televisione avrebbe distrutto la sua immagine pubblica. Le persone “non lo leggeranno sui libri” dicevano, “guarderanno il film”. E se il presidente dell’organo di garanzia della Camera dei Rappresentanti Jerry Nadler aveva dichiarato di sperare che la telenovela Mueller non si sarebbe trasformata in un disastro, il capo dell’intelligence dello stesso organismo Adam Schiff aveva aggiungeva “vogliamo ridare vita a Robert Mueller”.

Non è andata così. Robert Mueller si era già perso ancora prima di iniziare la sua testimonianza alla commissione Giustizia della Camera, incapace di ricordare dettagli basilari per l’inchiesta sui rapporti oscuri tra gli Stati Uniti e la Russia. Ad esempio non ricordava cosa fosse la Fusion GPS (compagnia di ricerca e analisi incaricata di condurre analisi contro Trump, ndr), così come confondeva i termini “collusione” e “cospirazione”, né si ricordava quale fosse il presidente che per primo lo nominò procuratore (“credo fosse il presidente Bush”, ha sospirato, prima che gli venisse ricordato che invece si trattava di Reagan).

In certi momenti della testimonianza, Mueller sembrava non essere in grado di rispondere alle domande, in altri momenti pareva realmente confuso, incapace di ricordare nomi, date e eventi o di seguire un filo logico. Sia i Democratici che i Repubblicani sono sembrati sorpresi dalla sua incapacità di seguire l’interrogatorio, con i commentatori di entrambi gli schieramenti che assistevano alla performance di Mueller quasi si trovassero davanti a un disastro ferroviario.

“Tutto ciò è davvero molto, molto doloroso”, ha twittato l’ex stratega di Obama David Axelrod. “Non so cosa si aspettassero i #Dem da RobertMueller”, ha scritto Howard Fineman, “ma probabilmente non questo”. “Non ha detto nulla di destabilizzante” ha scritto Paul Kane del Washington Post, “è una brutta mattinata per la folla a favore dell’impeachment”. La giornata è poi andata di male in peggio per i Dem, con gran parte dell’America che nel primo pomeriggio si stava chiedendo come potessero i suoi leader essere stati così mal preparati da mandare allo sbaraglio Mueller.

Dopo l’udienza del mattino, l’argomento centrale di discussione era il fatto che Mueller, nonostante tutta la sua confusione, avesse comunque gettato un osso ai Democratici, accettando di rispondere a una domanda presentata dal deputato della California, Ted Lieu. Quest’ultimo ha chiesto se il motivo per cui Mueller si fosse rifiutato in un primo di chiedere l’impeachment di Donald Trump (Mueller ha detto che eventualmente questo potrà avvenire solo a fine mandato, ndr) sia fondato sull’opinione dell’Ufficio del Consiglio legale per cui i presidenti in carica non possono essere accusati. «È corretto», ha risposto Mueller.

«Whoa!», ha gridato l’opinionista Greg Sargent sul Washington Post. Nicholas Kristof (commentatore politico molto noto, ndr) ha detto che questa  è stata “la grande notizia” della giornata. Poche ore dopo, tuttavia, Mueller è voluto tornare sull’argomento: “Voglio tornare su quanto detto stamattina dal signor Lieu. Cito: ‘Lei non ha accusato il presidente a causa dell’opinione del Consiglio legale’, ma non è esattamente così. Infatti, come sottolineato nel rapporto che ho citato in apertura dell’udienza, non siamo riusciti a stabilire con assoluta certezza se il presidente abbia commesso un crimine o meno”.

Insomma, la “grande notizia della giornata” è rimasta l’imprecisione delle risposte di Mueller, specchio perfetto degli ultimi due anni dell’opposizione Dem a Trump, carichi di speculazioni mediatiche ormai incontrollabili. Il principale risultato dell’udienza di mercoledì è stato quello di mettere in evidenza il livello raggiunto dalla mitologia mediatica contro il Presidente. 

Infatti quando Mueller fu nominato Special Counsel due anni fa, dopo il licenziamento di James Comey, la stampa è entrata in modalità agiografica. La figura di Mueller è stata trasformata in una sorte di icona religiosa, definita “Lie Detector” sulla copertina del Time. Negli ultimi due anni Mueller ha simboleggiato così tante figure che la rivista Atlantic sembrava aver azzeccato la giusta didascalia, quando lo raffigurò con addosso un mantello e con il titolo “Batman. Superman. Boyfriend. Savior“.

Il Saturday Night Live ha poi buttato Mueller dentro una parodia musicale, definendolo un Santa Claus politico, che ci avrebbe denunciato tutti il giorno di Natale. Ci hanno detto più volte del talento investigativo di Mueller e della sua profonda rettitudine – nonostante avesse in passato supportato l’aberrazione delle armi di distruzione di massa. Inoltre, il pragmatismo che emanava agli occhi del pubblico dava grande speranza per il futuro della democrazia americana. Il Post lo ha definito “l’uomo più indecifrabile di Washington”, parlando di lui come una persona “onnipresente e assente, inevitabile ma inafferrabile, lo yang invisibile allo yin placcato in oro di Trump”.

Eppure, in tutto questo fermento mediatico, Mueller era praticamente sempre in silenzio. Mutismo che ha dato modo a tutti di idealizzarlo alla stregua di un campione di poker che non vuole mostrare subito i propri assi, un maestro delle carte coperte. È stato proprio questo aspetto a favorire la mitizzazione di Mueller: l’idea che il suo silenzio da carciofo fosse, in realtà, la chiave della sua forza. “Mi dà la sicurezza che non tutto è perduto”, diceva una donna di Kansas City all’AP. “Di lui ammiro l’alone di mistero, il fatto che nessuno abbia mai sentito la sua voce”.

Proprio all’apice del racconto, tutto si è trasformato nella storia di Chauncey Gardiner, dove il silenzioso protagonista si trova al centro di un vortice mediatico, diventando capro espiatorio per l’interpretazione collettiva, come fosse un enorme test di Rorschach (il famoso test delle macchie per interpretare la psiche umana, ndr). In Mueller la gente vedeva quello che voleva vedere. Nello specifico, un super-vendicatore che avrebbe posto fine alla terribile presidenza di Trump.

Sebbene poi un principio cardine del giornalismo consista nel non presupporre fatti che non siano stati provati, proprio questo è stato fatto dai media negli ultimi due anni. Il pubblico è stato spinto ad aspettarsi che Mueller avrebbe mantenuto una promessa implicita, che avrebbe quindi concluso la presidenza di Trump. “Se l’indagine sui contatti di Trump con la Russia ha davvero la stessa portata del Watergate”, scriveva FiveThirtyEight, “la squadra di Mueller ha già in mano le prove necessarie a rovesciare la presidenza di Trump, ma ancora non ne siamo al corrente”.

Un’accusa che avrebbe coinvolto agenti segreti russi, riferiva il sito Axios lo scorso anno. “Abbiamo fiducia nel fatto che Mueller abbia tutti gli strumenti”, scrissero, supponendo anche che Mueller avesse accesso a molte più risorse di intelligence di quanto non si sapesse pubblicamente. Il tema per cui “Mueller conosce” più di quanto lasci trasparire era ormai entrato nell’immaginario pubblico: tutti erano d’accordo, nessuno si chiedeva se ciò fosse fondato.

Fino all’udienza di questa settimana, nessuno si era mai chiesto perché Mueller fuggisse dalle conferenze stampa, se la sua avversione fosse dovuta all’ansia delle telecamere o se, effettivamente, significasse la sua incapacità di condurre le indagini. Eppure uno dei suoi ex collaboratori Glenn Kirschner (ex procuratore federale, ndr) aveva lasciato intendere che Mueller avesse “problemi di salute”, responsabili di “un drastico cambiamento nelle sue capacità comunicative”. Come mai non avevamo mai sentito parlare di tutto ciò?

La ragione è che nessuno della stampa si era mai davvero chiesto se Mueller fosse all’altezza del suo ruolo. Nessuno aveva mai realmente cercato una prova per capire se fosse capace. Mueller era solo un’immagine fissa. Pochi di noi avevano visto Mueller interagire con il pubblico. Nessuno si è fatto delle domande neanche dopo la sua conferenza stampa dello scorso 29 maggio. Come ha fatto notare Axelrod, quello era il suo primo intervento pubblico dopo sei anni.

Durante l’estate di quattro anni fa, quando ero stato inviato a raccontare il Clown Car Race, pensai di trovarmi davanti alla morte dei Repubblicani come moderno partito politico. Il GOP era stato preso da Donald Trump, un candidato impresentabile che non sarebbe arrivato neanche vicino al paragone con la coalizione guidata da Obama. Credevo che l’imbarazzante corsa elettorale di Trump avrebbe lasciato il campo libero ai Democratici per una generazione intera.

Da quel momento in poi i Democratici hanno preso una bastonata in faccia dopo l’altra, ritrovandosi a masticare la sconfitta quando avevano la vittoria praticamente già in tasca. E questo è stato il disastro finale. Hanno esaltato Robert Mueller per due anni come un eroe e conquistatore, per poi vederlo davanti alla Corte come un uomo che cammina in mezzo all’autostrada. Incredibile. Le sconfitte continuano.

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