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Il ministro giapponese che ha fatto una piccola rivoluzione prendendo un congedo di paternità

Shinjiro Koizumi si è preso due settimane per stare accanto alla moglie, sollevando un polverone su un tema che, anche in Italia, è ancora una specie di tabù

Shinjiro Koizumi. Foto di Tomohiro Ohsumi/Getty Images.

Due settimane di congedo di paternità. L’hanno chiamata la rivoluzione di Shinjiro Koizumi, ministro giapponese dell’Ambiente e in parte lo è. Anche se, a guardare bene, si vede solo un futuro papà che decide di stare accanto alla sua famiglia e al suo primo figlio in arrivo a fine gennaio. Ma a queste condizioni: cellulare alla mano “per non venire meno ai miei doveri di ministro” e un periodo di tre mesi dentro cui godere di questi quattordici giorni.

La rivoluzione sta sicuramente nella scelta di far valere pubblicamente un proprio diritto per spingere altri padri a fare lo stesso in un paese come il Giappone, dove di lavoro si muore. “Vorrei che la mia decisione guidasse la cultura del lavoro, almeno nel mio ministero, verso uno stadio in cui tutti si prendono il congedo di paternità senza esitare”, ha spiegato il ministro Koizumi, 38 anni, figlio dell’ex primo ministro conservatore Junichiro, in carica dal 2001 al 2006.

In Giappone, che prevede un congedo parentale fino a dodici mesi per tutti i lavoratori dipendenti, assentarsi dal lavoro non è concepibile. Pena il demansionamento o perché no, la perdita del lavoro stesso. Come mostrano i dati relativi al 2018, nel privato solo il 6% degli uomini usufruisce del congedo parentale contro l’82% delle donne, e in media solo per cinque giorni. Nel pubblico il 21%.

Koizumi, che con il suo annuncio ha destato molte polemiche all’interno del paese – come mostrano diversi tweet e commenti pubblicati sui social in cui viene messa in discussione anche la passione per il suo lavoro – ha detto di volere stare accanto alla moglie Christel Takigawa, 43 anni, annunciatrice televisiva. “Ho letto molto circa la depressione post-partum”, ha spiegato. “E ho deciso che è necessario che io stia accanto a lei”. 

Quella del congedo di paternità è una scelta ancora complessa per molti padri. In Italia, dove i padri che prendono il congedo sono una minoranza (ancora il 18,4%), è appena stata proposta dalla sottosegretaria al Lavoro Francesca Puglisi l’idea di estendere il congedo parentale obbligatorio per la nascita e l’adozione di un figlio da cinque a sei mesi. Il padre ne potrà utilizzare il 20%, ovvero 30 giorni. Per ora, nel nostro paese al padre spettano sette giorni (due in più rispetto al 2019) con un’indennità giornaliera pari al 100% della retribuzione, più un giorno facoltativo che può essere preso solo in alternativa alla madre. La soglia minima fissata dall’Unione Europea è di almeno dieci giorni. Un’altra possibilità – molto poco sfruttata – è il congedo facoltativo con un compenso pari al 30% dello stipendio.

All’estero le cose funzionano molto meglio. Basti pensare che la media europea dei giorni di congedo per i padri è di otto settimane. In Danimarca, al primo posto nella classifica dei migliori paesi al mondo in cui crescere un bambino, entrambi i genitori hanno diritto a 52 settimane di congedo retribuito (dieci a stipendio pieno per i papà). Nella vicina Svezia si arriva a 15 settimane, con uno stipendio pari al 76%. In Norvegia si può scegliere: 46 o 56 settimane pagate all’80%. In Francia le settimane per i padri – retribuite al 100% – sono due, in Spagna e in Slovenia quattro, mentre salgono a cinque in Portogallo. Tutti paesi che in questa particolare classifica sono davanti all’Italia, a cui forse servirebbe un ministro come Shinjiro Koizumi. 

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