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Le truffe a tema coronavirus, un’eccellenza italiana

Gli imprenditori che vendono gel igienizzante vecchio di 30 anni, le false raccolte fondi per gli ospedali, le finte raccolte rifiuti a domicilio: il Paese sarà pure fermo, ma i truffatori non lo sono affatto

PIERO CRUCIATTI/AFP via Getty Images

È ormai un mese che siamo tutti chiusi in casa e – come ci ricordano sempre il governo e le associazioni degli industriali – “il motore del Paese è fermo” per il coronavirus. È quindi assolutamente normale che, in questa situazione, fioriscano i tentativi poco ortodossi di far girare l’economia. Intendo le truffe. Che in questo periodo, visto che la pandemia ha completamente monopolizzato la nostra attenzione, sono tutte a tema coronavirus. 

Partiamo dall’ultima in termini temporali: la Gazzetta del Mezzogiorno riporta oggi il caso di due imprenditori di Lecce e Otranto che vendevano gel igienizzante prodotto nel 1989 dopo averlo “rigenerato” – ovvero dopo aver travasato un po’ di gel nuovo nel flacone “per eliminare le parti metalliche che col tempo si erano formate” e dopo aver attaccato una nuova etichetta. La Guardia di Finanza ha scoperto un intero magazzino pieno di bancali di gel vecchio di 30 anni che, in base agli ordini fatti online, veniva di volta in volta “ringiovanito”.

Ma ogni giorno c’è un nuovo caso. Ieri ad esempio è stato il turno dell’arresto di Antonello Ioffi, 42 anni, imprenditore che si era aggiudicato un appalto da 15 milioni di euro per la fornitura di 24 milioni di mascherine e che, si è scoperto in un’indagine durata 20 giorni, non aveva alcuna capacità (né intenzione) di consegnare la merce. Quando erano arrivati i primi solleciti si era inventato una storia su un aereo carico di mascherine pronto a partire dalla Cina e presunti problemi con gli intermediari in Qatar. L’Agenzia delle Dogane aveva verificato, non aveva trovato traccia delle mascherine ed era scattata l’accusa di turbativa d’asta e inadempimento di contratto pubblico. Inoltre Ioffi aveva già indagini a suo carico (per truffa e turbativa d’asta) e due soci coinvolti nell’operazione erano coinvolti in procedimenti per spaccio, riciclaggio aggravato e favoreggiamento alla mafia. 

Ma non ci sono solo truffe di questo tipo, che coinvolgono imprenditori senza scrupoli che cercano margini eccezionali di profitto nella crisi sanitaria. Altre truffe più amatoriali viaggiano su internet: secondo la Polizia Postale in questo periodo “i reati tradizionali sono crollati mentre sono aumentati quelli informatici” – come i tentativi di phishing tramite email e messaggi che sfruttano l’emergenza in corso e approfittano della confusione.

Questo tipo di truffe è esploso da marzo in poi, in tutta una serie di forme diverse ma con caratteristiche comuni: hanno un file in allegato e lo presentano come una raccolta di informazioni utili su come evitare il contagio attribuite di volta in volta a qualche autorità percepita come affidabile, dall’OMS a singoli medici. In realtà, nella maggior parte dei casi, l’allegato contiene un virus che permettere al truffatore di prendere il controllo del computer e usarlo da remoto. 

Un altro tipo di truffa che si è diffuso nelle ultime settimane è quello delle false raccolte fondi per gli ospedali – anche qui sfruttando la confusione e il fatto che nello stesso periodo siano nate molte raccolte fondi vere. 

Un esempio di quest’ultimo tipo è stato segnalato domenica scorsa dalla Polizia Postale: gli organizzatori erano un pensionato di 71 anni proprietario di una carta ricaricabile e la sua figlia 36enne disoccupata. Con la scusa del coronavirus, i due avevano organizzato una raccolta fondi online per due ospedali di Roma, il San Camillo e lo Spallanzani, ma senza nessuna intenzione di far arrivare alle strutture i soldi raccolti, che finivano sulla carta ricaricabile del 71enne – le pagine sono state oscurate e il conto corrente sequestrato. 

Ci sono poi truffe vecchio stile, homemade, ovvero quelle che sfruttano il coronavirus come semplice gancio per entrare in casa di qualcuno – generalmente di un anziano – e ripulirla. Anche qui le prime segnalazioni risalgono ai primi giorni dell’epidemia, a fine febbraio e all’inizio di marzo: in diverse località della Lombardia i malviventi telefonavano presentandosi come volontari della Croce Rossa venuti a fare un tampone. Nelle ultime settimane però, complici le restrizioni ai movimenti nel frattempo imposte dal governo e la sempre maggiore consapevolezza sul fatto che di tamponi se ne fanno pochi, questo tipo di truffa sembra essere “passato di moda”. 

Anche in questo caso ci sono però alcune varianti. A L’Aquila lo scorso marzo si segnalava il caso di finti agenti di polizia che fermavano le persone in giro senza mascherina (tra l’altro non obbligatoria) e chiedevano 50 euro o minacciano altrimenti di fare la multa. A Roma, la scusa per entrare in casa della vittima era il ritiro a domicilio dei rifiuti, e i truffatori si spacciavano per dipendenti dell’Ama. In diverse città come Roma, Napoli, Torino e Bari, invece, sono comparsi a fine marzo dei falsi volantini con il logo del Ministero dell’Interno che invitavano i residenti a lasciare le proprie case per non meglio precisate “operazioni di controllo” – in realtà, probabilmente, per poterle svuotare in tutta tranquillità. 

Insomma, a quanto pare un mese e più di prolungata emergenza sta facendo emergere una qualità per cui gli italiani sono famosi, l’arte di arrangiarsi e di intrallazzare con le buone o con le cattive, e ci sta costringendo a parafrasare la famosa regola 34 di internet applicandola alla realtà: se una cosa esiste, in Italia state sicuri che ci inventeremo qualche truffa al riguardo. 

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