Home Politica

Il Governo dei ripescati: trombati, paracadutati… e trombati veri

È partita la nuova legislatura, con tantissime poltrone occupate da candidati bocciati al voto ma salvati dai partiti: si va dai ministri Minniti e Franceschini, fino all'highlander Bersani o al ‘Vate’ Sgarbi. Fra gli esclusi di lusso anche Formigoni, il golden boy Civati o il ‘rottamato’ D'Alema.

È iniziata la 18esima legislatura, tra piani B, paracaduti e ripescaggi, con il sistema proporzionale – indiscusso protagonista delle ultime elezioni politiche – che ha dato il via a un vero e proprio valzer delle poltrone, un ritornello già visto fino allo sfinimento dove tra candidati improponibili e illustri sconfitti, ognuno ha avuto ciò che voleva, ovvero una poltrona assicurata prendendo più o meno in giro il voto degli elettori. Infatti, con la possibilità data ai partiti di candidare i propri rappresentanti sia con il maggioritario che con il proporzionale, è stato legittimato il salvagente lanciato a chi era stato bocciato al voto uninominale, salvato in corner dalle candidature plurinominali del proporzionale. Le preferenze racimolate dalle liste sono state distribuite e i vecchi leoni della politica hanno riportato a Roma la pelle.

Matteo Renzi (PD), eletto al Senato, lo stesso Senato che voleva abolire alle ultime elezioni Costituzionali.


Più celebre di buona parte dei candidati, il cosiddetto Rosatellum bis, infatti, ha fornito ai partiti – e in particolare al PD – la scusa perfetta per salvare in zona Cesarini un disastro alle urne annunciato e forse sottovalutato, confidando che il tanto sbandierato astensionismo si sarebbe automaticamente tramutato nel voto ‘utile’, altro leitmotiv fra i più abusati in campagna elettorale. Infatti, se da una parte la stragrande maggioranza dei ministri renziani non avrà nemmeno bisogno di fingere il trasloco, tanto immediata sarà la loro ricollocazione tra Camera e Senato, lo stesso vale per gli ex ‘compagni’ di Liberi Uguali, paracadutati in massa a Roma tra sghetti elettorali e uscite di sicurezza. In sintesi, se il voto popolare ha dato – almeno su certi fronti – risultati chiari e netti, c’è chi ha adottato la tattica dello struzzo, mettendo la testa sottoterra e ignorando le urne pur di tornare sulla cara e vecchia poltrona. Il confronto all’uninominale è stato una Caporetto? Non c’è problema, ci sono i collegi plurinominali a riaprire la strada per un ottimo stipendio.

Partiamo dai big, i pezzi da novanta della politica cui è stata chiusa la porta in faccia al confronto diretto, salvi con le unghie e con i denti grazie al ripescaggio del proporzionale. Ministri uscenti come Marco Minniti, Valeria Fedeli o ‘l’intoccabile’ Dario Franceschini. Il primo non si è arreso difronte al rigetto popolare con cui è stato sconfitto nel collegio uninominale di Pesaro, anzi, ora potrà addirittura scegliere tra il collegio Campania 2-03 o quello del Veneto. Lo stesso vale per la ‘ministra’ della Difesa, piegata a Genova ma paracadutata in Toscana, e per il ministro della Cultura: sconfitto in casa, nella sua Ferrara, la banderuola Franceschini sarà ‘ripescato’ nel collegio 1 in Emilia Romagna alla Camera, forte del suo ruolo di capolista. E con Maria Elena Boschi, Beatrice Lorenzin, Maurizio Martina, Andrea Orlando (questi ultimi due ripescati) e parecchi altri fedelissimi del giglio magico renziano, ecco che, come per incantesimo, nessuno del team Matteo se ne torna a casa, anzi, si festeggia per l’imminente rimpatriata. Novantadue minuti di applausi.

Il ‘temibilie smacchiatore’ Pierluigi Bersani, bocciato a Verona con appena il 4%.

Ma attenzione cari dem, perché solo qualche poltrona più in là vi attende la sinistra, quella vera, che dopo il salto mortale – ma senza la rete-coalizione – di Liberi Uguali, è pronta a formare un gruppo di simpatici vecchietti, in gita premio a Roma per i prossimi cinque anni. Fra le celebrities di Camera e Senato ritroviamo medaglie d’oro della poltrona stretta sotto al culo: Pietro Grasso, Roberto Speranza, Laura Boldrini, Vasco Errani e soprattutto l’highlander Pier Luigi Bersani, che manda una bella pernacchia alle urne e all’odiatissimo rottamatore, per giunta in un colpo solo. Insomma, una grande vittoria per il caro smacchiatore, che rimanda così una lauta pensione a data da destinarsi. Un ‘trionfo’, quello dei ribelli di Liberi e Uguali, azzoppato solo da Pippo Civati: il paracadute non era così grande per tutti e a farne le spese è stato il rubacuori più ambito da tutte le feste dell’Unità del Paese.

Vittorio Sgarbi, salvato a Ferrara dopo la bruciante sconfitta con Di Maio a Pomigliano.


Premio della critica va al ‘paracadute familiare’: Piero De Luca, figlio del più celebre Vincenzo, schiva il polverone mediatico e vola in Parlamento, dichiarandosi per giunta vincitore alle urne. Lo stesso vale per la moglie dell’integerrimo Clemente Mastella, Sandra Leonardo, che candidata per Forza Italia ma tradita dalla sua Benevento, scavalca un’altra faccia pulita come Claudio Lotito. Beffato dal paracadute, il presidente della Lazio dovrà accontentarsi con i gol di Ciro Immobile, lasciando il Paese privo di una svolta politica che, siamo certi, avrebbe portato l’Italia a risultati senza di lui impensabili. Rimanendo poi a casa Berlusconi, paracadute – o meglio, “salvavita” per usare le sue parole – anche per Michaela Biancofiore (sbaragliata dalla Boschi a Bolzano) e per Vittorio Sgarbi: a Pomigliano il suo avversario era Luigi Di Maio, meglio far planare ‘Il Vate’ verso i lidi sicuri della sua Ferrara, troppo forte il lógos varipinto del pentastellato ma d’altronde, si sa, la cultura non ha mai pagato caro Sgarbi.

“Vada a bordo cazzo!”, non è bastata la telefonata a Schettino per l’elezione uninominale di Gregorio Di Falco, ripescato e paracadutato a Roma dai Cinque Stelle.

La lista dei resuscitati dalle urne è lunghissima e ricolma di nomi altisonanti (o presunti tali) della scena politica italiana: da Fratoianni a Gelmini, da Fassino a Epifani, passando per Carfagna e Guerini fino all’alfiere Cinque Stelle Gianluigi Paragone, preso a pallonate dalla Lega a Varese, o al compagno di scuderia Gregorio Di Falco, cui non è bastata la celebre cazziata telefonica a Schettino durante il disastro Costa Concordia. Tutti previdenti davanti alla papabile stroncatura popolare, atterrati su un letto di piume dopo il lancio col paracadute per cui erano già allenatissimi. Purtroppo, però, gli stipendi sono contati e, come già detto per l’eterno secondo Pippo Civati, il miracolo del ripescaggio non tocca tutti e tra politici navigati come la Iena Giarrusso, l’olimpionico Domenico Fioravanti (M5S entrambi) o l’ex calciatore Giuseppe Incocciati (FI), troviamo incredibilmente due star dell’umma umma politico: Roberto Formigoni e Massimo D’Alema, con Il Baffino che forse non ha retto il colpo della rottamazione. Ci mancherai Conte Max.

Massimo D’Alema, il più illustre fra i trombati alle elezioni, all’ultimo posto tra i candidati del suo collegio storico salentino di Nardò-Gallipoli con appena il 3%.

Insomma, se a detta di molti il Rosatellum nasceva come escamotage per evitare il furore Cinque Stelle, diciamo che la missione non è propriamente andata a buon fine. In Parlamento tornano tanti volti noti, anche rientri improbabili di cui, francamente, si poteva fare a meno. Una legge elettorale, che nel caleidoscopio di uninominale e proporzionale, evita la pensione ad alcuni e regala poltrone ad altri, per un gioco di potere in cui i vincitori dovrebbero essere vinti. Escludendo D’Alema e pochi altri, nei giorno dell’insediamento della nuova legislatura tornano a Roma tanti nomi fra i big che hanno tenuto in scacco la politica italiana negli ultimi anni, mentre rimane l’amaro in bocca per una preferenza elettorale, ascoltata sì, ma forse non abbastanza.

Leggi anche