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Il governo americano ha appena fatto un grosso passo avanti contro il potere di Big Tech

Ieri il Dipartimento della Giustizia ha fatto causa a Google, affermando che l'azienda abbia violato la legge antitrust. Potrebbe essere un segnale di quello che succederà in futuro

AP Photo/Jeff Chiu

La battaglia tra le grandi aziende tecnologiche e il governo americano comincia a farsi seria.

Ieri il Dipartimento della Giustizia ha infatti fatto causa a Google per il suo dominio dei mercati delle ricerche e della profilazione pubblicità online, affermando che la corporation abbia usato una serie di pratiche di concorrenza sleale per mantenere il suo controllo sul settore. Si tratta del caso antitrust più grande mai intentato contro una compagnia tecnologica dal 1998, quando il Dipartimento della Giustizia agì contro Microsoft, e potrebbe essere un segnale di quello che succederà in futuro ora che Washington sta osservando con attenzione la Silicon Valley. 

Tra le pratiche forse-non-così-legali utilizzate da Google ed elecante nel documento di 57 pagine presentato dal Dipartimento della Giustizia figurano “accordi di esclusione” che Google ha stretto con altre aziende, quali Apple, per assicurarsi che Google fosse il motore di ricerca standard su tutti i loro prodotti. Il documento stima che questi accordi abbiano dato a Google il controllo sull’80% del mercato delle ricerche online. “Per molti anni, Google ha usato tattiche di concorrenza sleale per mantenere ed estendere il suo monopolio sui mercati dei servizi di ricerca online e della profilazione pubblicitaria, che sono le fondamenta del suo impero”, si legge nel documento. 

In un post sul blog ufficiale dell’azienda, il capo dell’ufficio legale di Google Kent Walker ha definito il caso “molto problematico” affermando che il fatto che Google abbia pagato Apple per rendere Google il motore di ricerca installato di default sui suoi profotti è “come una marca di cereali che paga un supermercato perché esponga i suoi prodotti nel punto più visibile dello scaffale”. Ma nonostante questo tipo di difesa, il caso con ogni probabilità si trasformerà in una battaglia legale che durerà anni. 

“A meno di un intervengo giudiziario, Google continuerà a eseguire le sue strategie di concorrenza sleale, impedendo la competizione sul mercato, riducendo la scelta per i consumatori e strangolando l’innovazione”, si legge nel documento del Dipartimento di Stato. “Per il bene dei consumatori americani, degli inserzionisti e di tutte le aziende che si basano su internet per i loro affari, è venuto il momento di fermare la condotta sleale di Google e ripristinare una competizione leale sul mercato”.

Non è chiaro esattamente cosa voglia fare il governo per impedire a Google di esercitare un controllo così forte sul mercato, ma è chiaro che vuole fare qualcosa. Durante una conferenza stampa con i giornalisti, il viceprocuratore generale Jeffrey Rosen ha detto che “tutte le opzioni sono sul tavolo”, compreso il possibile “scorporo” di Google, una misura che è stata sostenuta a gran voce dalla senatrice ed ex candidata alle primarie del partito Democratico Elizabeth Warren. “Non siamo tutti contenti di avere oggi la possibiltià di usare Google invece di essere costretti a usare Bing?” ha scritto Warren lo scorso marzo, riferendosi all’azione antitrust del governo americano contro Microsoft che ha permesso ad aziende come Google di emergere.

Il caso contro Google arriva tre mesi dopo una importantissima audizione al Congresso in cui i CEO di Google, Facebook, Amazon e Apple hanno testimoniato di fronte al Judiciary Antitrust Subcommittee. Durante l’audizione, Google è stato interrogato con particolare attenzione riguardo alla percentuale enorme del mercato della pubblicità posseduta dalla compagnia, le sue pratiche di raccolta dei dati, e il modo in cui userebbe la sua posizione dominante per rubare il contenuto di altre aziende del settore prima che possona diventare suoi competitor. Il presidente del comitato che ha condotto l’audizione, il deputato democratico David Cicilline, non aveva usato giri di parole per la sua prima domanda al CEO di Google Sundar Pichai. “Perché Google ruba i contenuti di altre aziende oneste?” aveva chiesto. 

Pichai aveva detto di non essere d’accordo con tale carratterizzazione e che, se uno ci pensa bene, Google in realtà è utile alle piccole aziende. Pichai ha poi iniziato a raccontare la storia di Kettle Kings, un produttore di campanelle per il bestiame del Texas, ma è stato interrotto subito da Cicilline, che ha detto che nel corso dell’indagine il comitato aveva sentito numerose storie su come Google rubi i contenti alle piccole imprese. “La sua testimonianza secondo cui non succederebbe non corrisponde a ciò che abbiamo appreso nel corso delle indagini”.

Nella sua dichiarazione finale, Cicilline ha usato altre parole dure contro Google. “Quando Google è diventato la porta d’accesso a internet, ha cominciato ad abusare del suo potere”, ha detto. “Ha usato la sua capacità di sorvegliare il traffico sul web per identificare potenziali minacce competitive e schiacciarle subito. Ha impedito l’innovazione e la crescita di nuove aziende e ha aumentato drammaticamente il prezzo dell’accesso a internet, facendo sì che qualsiasi azienda che voglia farsi trovare su internet debba pagare una tassa a Google”.

Cicilline ha detto di essere soddisfatto del caso intentato dal Dipartimento della Giustizia, che potrebbe rappresentare un precedente per future azioni simili e fungere da base di partenza per azioni di regolamentazione contro altre grandi aziende tecnologiche accusate di pratiche monopolistiche. “Tre settimane fa, ho pubblicato un reporto indicando quali azioni ha intrapreso Google per mantenere ed espandere il suo potere di monopolio tramite pratiche di concorrenza sleale”, ha scritto Cicilline su Twitter. “Oggi, il Dipartimento della Giustizia ha finalmente intentato una causa antitrust contro Google. È un passo che aspettavamo da tempo. È il momento di riportare la concorrenza su internet”.

Il CEO di Google Pichai dovrà comparire di nuovo di fronte al Congresso il prossimo 28 ottobre, insieme al CEO di Facebook Mark Zuckerberg e a quello di Twitter Jack Dorsey. Tutti e tre i CEO sono stati convocati dal Comitato del Senato per il Commercio per discutere della Section 230, una normativa che solleva le compagnie che operano su internet dalla responsabilità riguardo ai contenuti pubblicati dagli utenti, e di cui Trump si lamenta ogni volta che pensa che i social network gli abbiano fatto un torto. Ma si parlerà anche di questioni antitrust.

Questo articolo è apparso originariamente su Rolling Stone US