Il giorno in cui Calenda inventò la «stalking politics» | Rolling Stone Italia
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Il giorno in cui Calenda inventò la «stalking politics»

Potremmo riassumere il contenuto del 'contro–dibattito' organizzato dal numero uno di Azione così: 'Leader politico vince contraddittorio inventato'

Fate uno sforzo: fermatevi un secondo e provate a pensare al leader di partito che, negli ultimi sessanta giorni, ha occupato maggiormente i vostri feed; nello spazio di pochi secondi vi si materializzerà davanti l’immagine di un uomo energico, elegante, cazzutissimo (a prescindere da tutte le simpatie politiche del caso bisogna riconoscergli questa virtù, che diamine) che, con un fare da stand–up comedian navigato e un carisma tatcheriano, ha saputo rivoltare questa campagna elettorale come un calzino.

Quell’uomo è Carlo Calenda, classe 1973, candidato sindaco a Roma nelle scorse comunali, ex ministro dello Sviluppo Economico dei governi Renzi e Gentiloni e, sin da precocissima età, parecchio affine a una felice commistione tra politica e teatro, due mondi distanti soltanto in apparenza che individuano nel leader di Azione un ideale punto di intersezione – non a caso, a soli 11 anni, ha interpretato Enrico Bottini in Cuore, celebre miniserie Rai dedicata all’indimenticabile romanzo per ragazzi di Edmondo De Amicis, diretta dal nonno materno Luigi Comencini: coincidenze?

Eppure, anche assumendo che il perenne intreccio tra vita pubblica e attitudine al palcoscenico fosse presente nel codice genetico di Calenda sin dall’infanzia, questa sua attitudine all’istrionismo affettato e alla spettacolarizzazione di qualsiasi cosa è diventata più evidente che mai soltanto nelle ultime settimane, in cui Re Carlo si è prodigato in una sequenza di coup de théâtre talmente straordinaria da fare impallidire il Bryan Singer del 1995 – quello de I Soliti sospetti, per intenderci; con la differenza che, osservando il fare magnetico di Calenda, capiremmo immediatamente che, be’, il nostro Keyser Söze non può che essere lui.

Riavvolgiamo il nastro: il performer più eclettico e imprevedibile della scena politica italiana ha dato sfoggio delle sue doti da game changer (come dicono quelli bravi) sin dai primordi di questa schizofrenica corsa al voto, quando nel giro di appena 48 ore è stato capace di formare una coalizione con il Partito Democratico, disfarla nel tempo di vita di un’efemera pur di non contaminarsi con la sinistra radicale di Fratoianni e completare il ribaltone, costituendo l’ormai celebre Terzo Polo, la grande forza riformista e popolare che dovrebbe finire per consacrarsi come una specie di ago della bilancia – anche qui, ovviamente parliamo di un piano puramente ideale: i sondaggi più recenti, nella più rosea delle ipotesi, attestano il nuovo soggetto liberale made in Calenda&Renzi al 6,5%.

Da quel momento in poi, l’ex ministro ha dato libero sfogo alla sua imprevedibilità, ad esempio cambiando idea sulla liberalizzazione della cannabis (anche se, recentemente, lui stesso ha ammesso che, in un determinato periodo della sua vita, si è fatto “molte canne“, ora sarebbe sensibile a qualche tentazione proibizionistica o quantomeno alla previsione di un’adeguata sanzione amministrativa perché, insomma, «è peggio farsi una canna che lasciare la macchina in seconda fila, no?») e ammorbidendo la sua posizione sul salario minimo, allineandosi alla soglia di dignità di 9 euro proposta da Conte.

Il punto più alto, però, Calenda lo ha raggiunto ieri: addolorato per non aver preso parte al confronto tra Enrico Letta e Giorgia Meloni andato in onda su Corriere.it – con la moderazione di un abilissimo Lucio Fontana – il fautore del Terzo Polo ha scelto di fabbricarsi uno spazio di confronto in cui far sentire anche la proprie idee. Come? Inserendosi nella disputa con una diretta sui suoi canali social, un “contro–dibattito” in piena regola.

«Enrico Letta e Giorgia Meloni confermano mancanza di coraggio e un sodalizio incentrato su quel “vota rosso o vota nero” che esclude la maggioranza del Paese e lo divide in fazioni», aveva spiegato Calenda la scorsa settimana, motivando la scelta di dar vita al suo sofisticato mash–up per difendere la democrazia e perché, in un mondo un po’ più giusto, il dibattito Letta/Meloni avrebbe dovuto includere anche il Terzo Polo e i Cinque Stelle, magari su una rete Rai. Il risultato è pura avanguardia e vale il prezzo del biglietto: con calma olimpica e un linguaggio pirotecnico fatto di invettive, numeri (senza quelli, dove vai?) e riferimenti alla cultura pop nostrana, Calenda – da attore navigato qual è – si è inserito alla perfezione nel duello, confutando scientificamente ogni spunto dei propri avversari, ribattezzati per l’occasione “Sandra e Raimondo”, di fatto “demolendoli” (solo che, ecco, Letta e Meloni non potevano saperlo). Sulla guerra in Ucraina e sul posizionamento dell’Italia in Europa «sono su molte cose d’accordo con Letta» ha detto, «ma lui parla a nome del Pd, nella sua coalizione ci sono posizioni molto lontane dalla sua, Fratoianni e Bonelli voteranno sempre contro il sostegno militare all’Ucraina», mentre Meloni è alleata con «Berlusconi e Salvini, sempre pronti a disingaggiarsi» sulla linea dura nei confronti della Russia. Calenda ha chiuso il suo monologo–non monologo con un appello degno delle più grandi convention democratiche, quelle con maxi concertone di Springsteen finale: «Noi vi chiediamo il voto perché abbiamo un programma unico. Letta e Meloni rappresentano coalizioni che non si reggono in piedi, ognuno vuole una cosa diversa. Noi invece abbiamo le idee chiare. Vogliamo il salario minimo, ma rivediamo il reddito di cittadinanza. Mettiamo il tetto al prezzo del gas, ma facciamo il rigassificatore a Piombino. Andiamo avanti con l’agenda Draghi, con il metodo Draghi e possibilmente con Draghi». Sipario, applausi. Per cui, prendendo in prestito una formula coniata dalla giornalista Gemma Gaetani, mettetevi comodi e osservate il momento in cui Calenda ha inventato la «stalking politics».