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Il coronavirus è l’ultima arma del nuovo imperialismo cinese?

La “Via della Seta sanitaria”, la propaganda, il partito unico che non ammette dissenso e aspira al ruolo di potenza egemonica mondiale. Abbiamo fatto a Giada Messetti, sinologa e autrice, qualche domanda per capire quello che in Italia rimane un oggetto misterioso: la Cina

Foto: Zhang Chang/China News Service via Getty Images

A causa del Coronavirus, la Cina è tornata prepotentemente nelle cronache italiane e di tutto il mondo. Inizialmente, si è discusso molto dei ritardi e delle incertezze della prima reazione da parte delle autorità cinesi di fronte all’epidemia. In molti hanno parlato della volontà di insabbiare le informazioni tanto da rievocare i ricordi del 2003 in cui, durante l’epidemia di SARS, il governo cinese fu duramente criticato per aver sottovalutato il problema e per aver cercato di nasconderlo, complicando la risposta internazionale.

Ma la Cina di allora era una Cina molto diversa da quella attuale. La rapida e inarrestabile ascesa economica fino al ruolo di seconda potenza mondiale – attualmente in lotta con gli USA per il primato – fanno sembrare ormai remoti i tempi in cui era, a tutti gli effetti, un paese del terzo mondo e fabbrica da cui attingere per una manodopera a basso costo. All’epoca della SARS, il sistema sanitario cinese era frammentato e poco coordinato. Oggi invece, nonostante le difficoltà e i gravi ritardi iniziali – dovuti anche a problemi burocratici e macchinosi passaggi di comunicazione tra governo centrale e provinciale –, e nonostante i dati ufficiali siano da prendere con le pinze, Pechino è riuscita a contenere il contagio e bloccare il focolaio nella regione dello Hubei.

Finita la pandemia, l’equilibrio di forze potrebbe cambiare e la Cina di Xi Jinping potrebbe soffiare agli Stati Uniti il primato di maggiore economia mondiale. Comprendere la complessità e le contraddizioni del Dragone non è mai stato così importante. Ecco perché abbiamo chiesto a Giada Messetti, sinologa, corrispondente dalla Cina, ideatrice insieme a Simone Pieranni del podcast Risciò prodotto da Piano P, disponibile gratuitamente sulle principali piattaforme, e autrice di Nella testa del dragone (Mondadori, febbraio 2020), di fare chiarezza su tutto ciò che non sappiamo e pensiamo di sapere riguardo alla Cina.

Cosa pensano davvero i cinesi del governo e del Partito Comunista Cinese?
La cosa veramente diversa tra noi e i cinesi è che il cinese medio della politica non si interessa, o si interessa relativamente. Si interessa della questione governativa delle cose nei momenti in cui questa tocca dei temi che gli stanno particolarmente a cuore. Ci sono cose che il cinese medio si aspetta che il governo sappia gestire: un’emergenza sanitaria è una di queste. Il PCC fa ovviamente una narrazione trionfalistica su come ha gestito la questione coronavirus, e il cittadino si aspetta che il governo sappia gestire problemi di questo tipo. L’inquinamento è un altro tema su cui i cinesi hanno sensibilità. Per il resto, non hanno l’attenzione che abbiamo noi verso la politica. Non fa parte del loro dna.

In Occidente si descrive la Cina come una dittatura, e i cinesi come una popolazione in balìa dei loro oppressori. É vero?
Non condivido l’uso del termine “dittatura”. La Cina è un regime autoritario dove ci possono essere degli aspetti da dittatura, come il silenziamento dei dissidenti, ma sono cose di cui il cinese medio non si accorge e non si interessa. Una dialettica però è presente: sia all’interno del partito, con fazioni che si fanno spesso la guerra tra di loro, e noi invece tendiamo a pensare che sia monolitico. E c’è anche un dibattito tra cittadini e governi. Si è visto molto bene con la gestione coronavirus. I cinesi si sono molto arrabbiati con la politica locale della regione dello Hubei per come ha gestito l’inizio dell’epidemia. E quelle proteste sono state lasciate, gli hashtag lanciati non sono stati rimossi, perché erano strumentali alla narrazione secondo cui il governo centrale stava gestendo bene il controllo del contagio, e quello regionale no. É molto più complicato di come pensiamo noi. C’è questo patto non scritto tra partito e cittadini: benessere economico e stabilità in cambio della rinuncia di libertà personali. E questa cosa sta in piedi. Il grosso problema sarà capire come andrà l’economia in questo dopo-coronavirus.

Ma se c’è dialogo, come dici, fino a dove può spingersi il partito nel gestire le questioni più delicate, prima che la popolazione reagisca? Penso a Hong Kong, Taiwan, l’etnia musulmana degli uiguri, Piazza Tienanmen.
No, ci sono dei temi – tutti quelli che hai nominato – che vengono totalmente censurati. E su questi non si può discutere. Ma la cosa fondamentale da capire è che in Cina non esiste un dibattito “regime autoritario o democrazia”. Il vero dibattito che c’è è su quanto debba essere autoritario un regime. Un regime più dialogante coi cittadini o meno dialogante? Perché la democrazia – culturalmente, filosoficamente, storicamente – non è un concetto cinese. Non esiste. Noi parliamo di democrazia dall’antica Grecia, fa parte del nostro dna storico-cultural-filosofico. Ma in Cina non esiste.

La fiducia nei confronti del Partito è testimoniata anche dai numeri sugli iscritti. Nei prossimi anni si prevede che 8 studenti su 10 si iscrivano al PCC. Lo fanno perché ci credono o perché iscriversi assicura una carriera?
Entrambe le cose. Xi Jinping ha rilanciato il marchio del PCC. Quando è arrivato, il partito era ammaccato. C’erano tantissimi episodi di corruzione e lui ha lanciato, come una delle sue prime campagne, la campagna anticorruzione: sono state incarcerate e colpite centinaia di migliaia di funzionari del partito che fino ad allora erano intoccabili. Tanti dicono che fosse anche un modo per eliminare i suoi nemici, ma ha colpito molto l’opinione pubblica. Anche i miei amici che avevano da sempre un’opinione negativa del partito, con Xi hanno iniziato a vederlo in modo molto positivo. La corruzione dei funzionari è diventato un tema di cui si poteva parlare, prima era tabù.

Quindi, tendenzialmente, i cinesi sono felici del governo?
Molto. Per ora il contratto sociale sta in piedi e il sistema è stabile.

E se venisse meno?
La storia generale cinese è sempre stata un susseguirsi di dinastie. Si proseguiva fin quando andava tutto bene. Poi arrivava una crisi che tirava giù la dinastia e ne saliva un’altra. Ma da quando c’è il PCC non abbiamo mai visto un momento di crisi del partito. Quindi cosa succederà è difficile da prevedere. Questa del coronavirus è una sfida grossa, ma avviene in un momento particolare. Xi Jinping ha per la prima volta lanciato la Cina verso l’esterno. Ora con la Nuova Via della Seta c’è questa dimensione di espansione al di fuori che non c’era mai stata. É un tentativo di creare un’alternativa alla globalizzazione americana in salsa cinese.

Qui si descrive la via della seta come un nuovo imperialismo. Xi Jinping invece ne parla come una sinfonia armonica suonata da tutti i paesi coinvolti come in un’orchestra, in una logica win-to-win. Il racconto occidentale è una proiezione o è vero?
No, è un modus operandi esattamente com’è stato quello degli USA dopo la seconda guerra mondiale: avere un controllo geopolitico di alcune parti del mondo da parte della Cina. Anche gli USA non hanno dato i soldi all’Europa per benevolenza. E così la Cina: ha un surplus pazzesco e cerca nuovi mercati in cui vendere le merci. É un momento storico particolare: da una parte l’America si ritira sempre di più (America First), dall’altra la Cina si apre. Ora ci si chiede come il coronavirus rallenterà l’economia, e potrebbe essere un grosso problema perché già l’anno scorso la Cina ha avuto la minore crescita degli ultimi trent’anni. Da una parte la Cina ha gestito, è riuscita a entrare dall’emergenza e piano piano sta ripartendo; dall’altro gli USA hanno negato la cosa fino a tre settimane fa e ora non si sa come la gestiscano e come ne usciranno. Questa situazione potrebbe giovare alla Cina se viene traghettata bene, può essere motivo d’orgoglio: “il paese che è riuscito a sconfiggere il virus e ha superato l’occidente”, perché l’occidente non ci ha fatto una bella figura. La Cina ha avuto tre settimane di ritardo all’inizio, ok, ma la pandemia globale è dovuta al fatto che l’occidente ha agito in ritardo. Se si fosse preparato, il contagio non sarebbe stato così esplosivo. La Cina, una volta chiuso il focolaio di Wuhan, nel resto del territorio non è stato travolta come siamo stati travolti noi.

Alcuni osservatori negli USA hanno detto che “In quanto americani, vedere la Cina aiutare gli Stati Uniti e l’Europa fa male”.
Si, è il soft power cinese che si sostituisce a quello americano. Una volta erano gli americani che aiutavano. Adesso sono i Cinesi che si stanno raccontando all’esterno come coloro in grado di fornire aiuti e assistenza. Tanto che in Cina si parla già di “Via della Seta sanitaria”.

Più capitalista o più socialista. Come sarà la Cina del futuro?
Non so rispondere, ma penso che la Cina diventerà sempre di più un modello a cui noi guarderemo. Il capitalismo cinese è un mix tra socialismo e capitalismo perché sono riusciti a rendere cinese il capitalismo occidentale. Da fabbrica del mondo che inseguiva l’occidente, ormai è un laboratorio tecnologico a cui noi guardiamo. Riguardo all’influenza che avrà su di noi, bisogna che si apra un dibattito su questo. Gli italiani hanno un’idea della Cina molto vecchia, che mangia topi vivi e produce oggetti fake. Sappiamo veramente pochissimo di Cina.

Ma in che cosa i cinesi sono davvero diversi da noi?
Il confucianesimo ha questa idea di base: c’è una gerarchia molto forte. I cinesi fanno parte di una collettività e hanno un senso del bene comune molto più sviluppato del nostro. L’importanza non è data dal singolo individuo, ma dal fatto che il singolo individuo faccia parte di un ingranaggio molto più grande di lui, e lui non deve incepparlo. Da qui si comprende bene la differenza tra l’American Dream e il Sogno Cinese. L’American Dream è un sogno individuale dove un singolo, impegnandosi e lavorando sodo, riesce a realizzarsi e a ottenere il proprio successo. Il sogno cinese è un sogno collettivo, in cui il singolo si impegna e lavora per raggiungere anche il successo di tutti gli altri, ovvero del Paese.

Quindi il loro rapporto con la censura non è come ce lo immaginiamo.
Noi abbiamo quest’idea molto monolitica e pensiamo che il cinese medio sappia che esista la censura. Ma al cinese medio non interessa andare su Facebook e YouTube, hanno la loro versione e nemmeno se ne accorgono. A quelli a cui interessa, la censura permette una serie di escamotage molto creativi per scampare. Ad esempio, il 4 giugno, l’anniversario di Piazza Tienanmen, in rete è diventato il 35 maggio. Oppure, prendiamo héxié, che significa “armonia”, e si riferisce alla decisione del governo di censurare i termini volgari. Ecco, basta cambiare un accento e diventa “granchio di fiume”. Il granchio, di solito, si trova raffigurato mentre attacca un alpaca, per simboleggiare la lotta tra la libertà di espressione e la censura. Su internet, alpaca si chiama 草泥马 cǎonímǎ, e ha un suono simile a 肏你妈 cao nǐmā, che però significa “fanculo a tua madre”. Il messaggio finale, quindi, diventa “fanculo all’armonizzazione”.

E per quanto riguarda il sistema dei social credits? Quelli per cui vengono valutati e ottengono punti se donano il sangue e partecipano agli eventi del Partito, e ne perdano se attraversano col rosso e pagano le tasse in ritardo. A noi viene in mente quella puntata di Black Mirror.
Qui si ritorna al patto di cui abbiamo parlato prima. È uno scenario che inquieta l’Occidente ma non preoccupa i cinesi, anzi. I cinesi sembrano apprezzare il metodo e le sue finalità: garantire un ambiente economico e sociale sicuro e basato sulla fiducia. Riguardo alla privacy, i cinesi da sempre sono stati controllati: banalmente, nel controllo del coronavirus, sono stati molto utili i bauan, una sorta di controllori. Sono dei signori in pensione che verificano cosa succede nel condominio. E quando c’è stato il coronavirus, si sono messi al servizio. A me fa molta impressione quella puntata di Black Mirror, ma è prettamente culturale. Ed è importante capire che noi culturalmente siamo diversissimi dalla Cina. Quindi, per poter trovare modi di comunicare, senza gaffe e incidenti diplomatici, bisogna imparare a conoscerlo questo paese

Gran parte dei risultati della Cina sono dovuti al PCC al sistema monopartitico. In Italia, i cortocircuiti intrinseci al sistema democratico si fanno sempre più frequenti e raggiungere risultati simili sembra impossibilie i governi che durano in media due anni, le difficoltà di stabilire politiche a lungo termine…
Sicuramente, senza quel sistema lì, la Cina non sarebbe riuscita a fare quello che ha fatto. Banalmente: è un paese da un miliardo e mezzo di persone e non dover aprire un dibattito su ogni cosa aiuta. Poi c’è una caratteristica tipica dei politici cinesi: Deng Xiaoping nel 1978 ha aperto la Cina (Denx Xiaoping fu l’artefice del socialismo con caratteristiche cinesi, teoria che mirava a giustificare il passaggio da un’economia pianificata a un’economia aperta al mercato, ndr). Lui probabilmente non sapeva che sarebbe successo quello che è successo, ma di sicuro aveva quell’obiettivo. Xi oggi ragiona su un orizzonte temporale ponendosi degli obiettivi al 2049.

La Cina viene definita “la vincitrice della globalizzazione” per come ha sconfitto praticamente la povertà, sradicando oltre 800 milioni di persone da una condizione di povertà in appena quarant’anni. Come ha fatto?
Sì, in Cina già oggi non muore nessuno di fame. L’altro grande esempio di paese popoloso è l’India, che è una democrazia, e la povertà è ancora molto radicata. L’Occidente ha sfruttato la Cina per avere profitti più alti perché avevano bisogno di manodopera a basso costo. La Cina l’ha fatto, ma quando ha acquisito le competenze, ha detto “Ok, noi ora vogliamo diventare la potenza tecnologica più avanzata del mondo”. Non è rimasta passiva, ma ha girato le cose a suo vantaggio. E ora è arrivato il suo momento.

Cosa sta cambiando?
L’Occidente ormai si è indebolito molto. Se guardate American Factory, è lampante. Per la prima volta dopo secoli, ci si ritrova a dover aver a che fare con un paese molto potente e che è orgoglioso della sua cultura. La Cina se ne frega della cultura occidentale, fa come dice lei perché crede che il suo metodo sia superiore al nostro. Ed è la prima volta che l’Occidente si ritrova in questa situazione dopo secoli in cui si è sentito superiore rispetto agli altri.

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