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Il conflitto Israele-Palestina sta cambiando

Questa notte in diverse città israeliane ci sono stati linciaggi, pestaggi, incendi, vandalismo e atti di violenza tra palestinesi e israeliani che non si vedevano da anni. "Non voglio usare le parole 'guerra civile', ma sta succedendo qualcosa di nuovo", ha detto l'ex ministra israeliana Tzipi Livni

Mamoun Wazwaz/Anadolu Agency via Getty Images

Ormai da diversi giorni tra Israele e Palestina è in corso un’escalation di violenza come non si vedeva da diversi anni, e la situazione assomiglia sempre più all’inizio di una nuova intifada. Non solo perché le espulsioni di famiglie palestinesi dalle loro case nel quartiere di  Sheik Jarrah a Gerusalemme est e l’irruzione della polizia israeliana dentro la moschea di al-Aqsa sparando lacrimogeni e granate stordenti contro i fedeli in preghiera hanno provocato scontri di piazza durissimi e un intenso lancio di razzi da Gaza, ma perché – ed è questa la novità rispetto al passato – le tensioni si stanno espandendo anche alle stesse città israeliane.

Ieri sera in diverse città israeliane – Lod, Acri, Gerusalemme, Haifa, Bat Yam e Tiberiade – ci sono state violenze che non si vedevano ad anni: linciaggi, pestaggi, incendi, vandalismo. Decine di persone sono rimaste ferite, oltre 400 sono state arrestate e il premier israeliano Netanyahu ha annunciato l’uso dell’esercito in alcune città per riportare l’ordine. 

Un primo segnale di questo cambio di passo de conflitto si era già avuto nella notte di martedì quando, in corrispondenza con un intenso bombardamento di razzi dalla Striscia di Gaza, la popolazione palestinese di una serie di città israeliane – all’interno dei confini del 1948, quindi non nei territori occupati della Cisgiordania – era insorta attaccando la polizia con lanci di pietre e dando fuoco a edifici e automobili. Gli scontri peggiori si erano visti nella città di Lod, vicino a Tel Aviv, dove c’era stata una vera e propria rivolta e la polizia aveva perso il controllo della città spingendo il sindaco a chiedere l’intervento dell’esercito. Il capo della polizia israeliana Kobi Shabtai aveva detto che scontri così intensi non si vedevano dal 2000, e cioè dall’inizio della Seconda intifada, mentre il governo mandava unità della polizia di frontiera, di solito di stanza in Cisgiordania, a Lod per riportare l’ordine.

Se lunedì notte gli scontri di piazza nelle città israeliane sono stati alimentati dai palestinesi in risposta ai bombardamenti israeliani su Gaza, la scorsa notte è stato il contrario – le violenze sono arrivate in primis da estremisti israeliani che hanno scatenato dei veri e propri pogrom contro gli arabi. A Bat Yam, un quartiere a sud di Tel Aviv, un gruppo di estremisti israeliani ha quasi linciato un palestinese – trasferito in ospedale in condizioni critiche – continuando a picchiarlo mentre era immobile a terra: il tutto mentre le immagini venivano trasmesse in diretta tv. Un altro linciaggio si è sfiorato ad Acri, dove un gruppo di palestinesi ha picchiato con bastoni e pietre un israeliano lasciandolo in condizioni critiche. Nelle città di Or Akiva e Tiberiade due palestinesi sono stati feriti da gruppi di israeliani, mentre a Tamra un israeliano è stato aggredito da palestinesi. Nella stessa città di Lod ci sono state violenze e atti di vandalismo e due persone sono rimaste lievemente ferite da colpi di arma da fuoco. La città è nel frattempo isolata e sottoposta allo stato di emergenza, con l’intervento dell’esercito: è la prima volta che succede dalla guerra dei Sei Giorni nel 1966.

Questa esplosione di violenze che coinvolge le stesse città israeliane è qualcosa di insolito e molto preoccupante, specie considerando che negli ultimi anni il conflitto era sempre stato limitato al lancio di razzi e ai bombardamenti israeliani sulla Striscia di Gaza. Da parte israeliana comincia a esserci la preoccupazione che l’escalation questa volta possa portare a qualcosa di più. “Non voglio usare le parole ‘guerra civile’, ma sta succedendo qualcosa di nuovo, di insopportabile, di orribile, e sono molto preoccupata”, ha detto l’ex ministra israeliana Tzipi Livni, che è stata anche negoziatrice nei colloqui di pace con i palestinesi.

Intanto, il bilancio di quest’ultima recrudescenza della violenza è di 67 morti a Gaza (tra cui 16 bambini) per opera dei bombardamenti israeliani, e di 6 morti (tra cui un bambino) in Israele per i razzi lanciati dalla Striscia di Gaza – la cui grande maggioranza, però, è stata intercettata dal sistema di difesa antimissilistico Iron Dome che protegge le città israeliane. Nel frattempo Israele sta valutando ancora la possibilità di un’operazione militare contro Hamas invadendo Gaza, mentre il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, pur essendosi riunito due volte negli ultimi tre giorni, non è ancora riuscito a concludere nulla per il veto degli Stati Uniti, il cui presidente Joe Biden ieri ha detto durante una conferenza stampa che “Israele ha il diritto di difendersi” dai razzi che provengono dalla Striscia di Gaza.

Come ha scritto il New York Times, entrambe le parti traggono vantaggio dall’escalation in corso. Hamas, presentando i suoi lanci di razzi come una risposta alle violenze israeliane contro Sheik Jarrah e contro la moschea di al-Aqsa, guadagna capitale politico per il suo tentativo di diventare la forza leader della resistenza palestinese – soprattutto perché sta mostrando di voler e poter difendere anche i palestinesi della Cisgiordania e non solo quelli di Gaza, la sua roccaforte storica. Dal lato israeliano il premier Netanyahu può invece usare il conflitto per stringere intorno a sé la popolazione israeliana e guadagnare capitale politico da spendere nella soluzione della crisi politica prolungata che il Paese sta attraversando.

In questo senso si possono interpretare le espulsioni di palestinesi dalle loro case a Sheik Jarrah, l’irruzione della polizia nella moschea di al-Aqsa e gli scontri sulla Spianata delle Moschee come provocazioni del governo israeliano che, per come stanno andando le cose, hanno causato una reazione ben più grave di quella che ci si aspettava e sono sfuggite di mano.