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Il concorso per insegnanti è totalmente scollegato dalla realtà

In quasi tutte le regioni l’80% dei partecipanti è stato bocciato allo scritto, tappa necessaria per essere ammessi all’orale, in cui si richiede di programmare un’unità didattica in 24 ore: abbiamo intervistato alcune aspiranti insegnanti per farci raccontare le criticità delle prove

Foto: Getty Images

È stato bandito il 23 aprile 2020, dando speranza a molti neolaureati o precari; dopo due anni di incertezze, a metà febbraio di quest’anno sono usciti i calendari delle prove scritte per le secondarie ed è stata comunicata la data d’inizio: 13 marzo, appena tre settimane dopo.

Quando, però, i quasi 500mila aspiranti docenti di ruolo si sono trovati davanti la prova scritta del concorso non potevano credere ai loro occhi. Domande a crocette, precisissime, su un programma molto ampio, molto nozionistiche e in molti casi senza alcuna attinenza con ciò che viene svolto in classe tutti i giorni. In quasi tutte le regioni l’80% dei candidati è stato bocciato allo scritto, tappa necessaria per essere ammessi all’orale, in cui generalmente si richiede di programmare un’unità didattica scelta dalla commissione in 24 ore.

«Non si può pretendere di valutare la bravura di un insegnante mettendogli davanti l’estratto di un testo a caso per vedere se si ricorda in quale raccolta è contenuto – dice a Rolling Stone Annael Intellisano, che ha provato il concorso per la classe di lettere di medie e superiori mentre a Catania sta frequentando un dottorato in Scienze dell’interpretazione. «L’unica cosa a essere valutata in questo test sono le nozioni: insegnare ai ragazzi ad avere delle solide coordinate temporali è importantissimo, il che è molto diverso però dal fissare quattro date a memoria», aggiunge. «Ho amiche che dopo anni di insegnamento e dopo aver portato per due anni le loro classi alla maturità non hanno passato questo test. Certo, su questi argomenti così specifici ci si potrebbe preparare prima, se solo i programmi fossero stati definiti in modo chiaro».

Per Intellisano, i dubbi riguardano soprattutto le modalità di valutazione: «Resta il fatto che forse, proprio per come è strutturato, è un test poco utile a valutare l’abilità di un professore. Poi, parliamoci chiaro: ha poco senso insistere sulle nozioni così particolari quando da sempre l’insegnante bravo è anche quello che la lezione se la prepara a casa».

«Anche per chi ha fatto cinque anni di università e insegna da tempo non è stato facile indovinare le domande di letteratura», ci racconta Valentina Valota, che già da due anni insegna in una scuola media a Martinengo, provincia di Bergamo e ha passato il test per la classe di concorso di lettere alle superiori. «Di fatto, io mi ricordo solo un quesito che aveva come scopo contestualizzare un’opera: ho dovuto scegliere l’alternativa migliore che spiegasse un’ottava dell’Orlando Furioso. Tutte le altre domande chiedevano invece di riconoscere un’opera da due o tre righe: puro nozionismo».

In effetti l’insegnante bravo non dovrebbe essere per forza quello che riconosce un autore al primo sguardo, ma soprattutto chi quell’autore lo fa amare e lo rende attuale per dei ragazzi del 2022. Ulteriori difficoltà sono state create dall’estensione dei programmi forniti dal Ministero: «Per storia le indicazioni dicevano di prepararsi su praticamente tutto ciò che è successo dalla preistoria agli anni ’80, senza nessuna differenza tra eventi più o meno rilevanti».

Non solo per le materie letterarie si sono riscontrati questi problemi. Una collega di Valentina, Giorgia Balconi, ha passato il test per insegnare educazione fisica alle superiori e, nonostante riconosca che l’università l’abbia preparata a sufficienza, anche per lei il programma era vago e indefinito, come ha detto a Rolling Stone: «ho avuto difficoltà nel capire su cosa concentrarmi in quanto la richiesta era talmente ampia da dover sapere tutto e quindi nulla. Un limite di questo tipo di test è che un candidato potrebbe superarlo sparando a caso le risposte quindi prepararsi in maniera limitata e selettiva tamponando con la fortuna quelle domande di cui non si sa la risposta. Credo che alla fine abbiamo fatto tutti così».

Chiaramente l’intento di queste prove è quello di scremare un certo numero candidati, anche se l’impressione di molti è che si sia scelta questa modalità non perché più efficace, ma unicamente perché più semplice e veloce da correggere. «Per passare alcune domande praticamente serviva imparare a memoria dei testi – sostiene Claudia Mariotti, che insegna da due anni a Bologna inglese e ha provato il test per superiori e medie – ad esempio, per azzeccare i quesiti che riguardavano i livelli linguistici serviva conoscere le parole esatte del quadro comune europeo che misura questo tipo di conoscenze, l’European Framework. E certamente, se gli argomenti anticipati dal ministero fossero stati meno generici, l’avrei studiato a memoria quel documento, ammesso che ciò abbia un senso».

Senza contare che anche l’organizzazione e le tempistiche non hanno aiutato: «sono passati due anni dal momento del bando alla prova scritta poi la data è uscita tre settimane prima. Nel frattempo, molti di coloro che si erano iscritti hanno iniziato a lavorare trovando sempre meno tempo per prepararsi».

La prova non chiedeva soltanto la materia di indirizzo, ma includeva per tutti anche qualche domanda di inglese e informatica. Per i candidati alle secondarie è sembrato strano che dei 24 crediti universitari in materie come psicologia, pedagogia e antropologia resi obbligatori per l’insegnamento non ci fosse traccia nei test. In molti casi questi esami sono stati pagati con corsi a parte dagli aspiranti insegnanti, che ora si chiedono a cosa è servito lo sforzo di studiare spesso materie totalmente diverse da quella di indirizzo se poi lo stesso ministero non le riconosce come importanti per superare le selezioni.

Giorgia Cistone, che vive a Legnano, ha invece provato il concorso per la scuola di infanzia e la primaria trovando argomenti generalmente più adatti a valutare i futuri docenti, anche se la prova a crocette ha reso un po’ obsoleti i manuali utilizzati per preparare questi concorsi: «l’argomento principale della prova erano gli ambiti di apprendimento, fondamentali per programmare le attività – dice a Rolling Stone – quindi direi che gli argomenti me li aspettavo e l’università mi ha preparato molto bene per affrontare questo test. A disorientare sono state le innanzitutto tempistiche, visto che dopo due anni di silenzio dalla pubblicazione del bando nell’estate del 2020 abbiamo saputo a metà novembre 2021 che le prove scritte si sarebbero tenute il mese successivo. Poi la modalità a crocette è stata una sorpresa rispetto al concorso precedente quindi mi i libri su cui ho studiato per prepararmi non erano aggiornati».

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