Il Cile ha appena eletto il presidente più di sinistra dai tempi di Allende | Rolling Stone Italia
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Il Cile ha appena eletto il presidente più di sinistra dai tempi di Allende

Il nuovo presidente del Cile ha 35 anni, viene dal movimento studentesco che ha infiammato il Paese negli ultimi anni e vuole lavorare per la giustizia sociale e la lotta alle disuguaglianze

Marcelo Hernandez/Getty Images

Due anni fa il Cile era un Paese spaccato, in cui le disuguaglianze fomentavano un conflitto sociale che stava prendendo una brutta piega. Le proteste dell’Estallido Social, cominciate nell’ottobre 2019 con un movimento studentesco di massa contro l’aumento dei prezzi del trasporto pubblico, si erano presto estese da Santiago del Cile, la capitale, a tutto il Paese. E anche le domande dei manifestanti si erano allargate: presto in discussione non era più solo il prezzo dei biglietti ma tutto il sistema socio-economico cileno, ereditato dagli anni della dittatura di Pinochet, che ha fatto del Cile il Paese più diseguale di un continente già diseguale come l’America Latina.

In breve, il Cile era diventato uno degli epicentri di quella grossa ondata di proteste di piazza che aveva travolto il mondo nel 2019 e che era stata spenta solo dall’arrivo della pandemia. A Santiago erano scese in piazza più di un milione di persone, e la repressione del governo di Sebastian Piñera – fratello di un ministro di Pinochet – aveva fatto decine di morti, 2500 feriti, 3000 arresti, mentre le organizzazioni per i diritti umani segnalavano casi di tortura e violenza sessuale da parte della polizia contro i manifestanti. Nemmeno un rimpasto di governo eseguito da Piñera era basato a placare gli animi e le proteste erano andate avanti fino a ottenere un referendum per una nuova Costituzione che chiudesse definitivamente i conti con gli anni della dittatura – l’obiettivo che la sinistra cilena persegue da un decennio, con lo slogan di fare del Paese “la culla e la tomba” del neoliberismo.

Le grandi proteste del 2019 e l’elezione dell’Assemblea costituente – insediatasi lo scorso luglio – avevano fatto reso le elezioni presidenziali di queste settimane le più importanti nella storia del Cile, in grado di determinare la direzione in cui andrà il Paese da qui a diversi anni. Dopo il primo turno, al ballottaggio erano andati due politici che erano anche le personificazioni di due diverse visioni per il Cile: Gabriel Boric, di estrema sinistra, e José Antonio Kast, di estrema destra. Il primo era l’ex leader del movimento studentesco e rappresentava la volontà di cambiamento del Paese, mentre il secondo, esplicitamente pinochetista, sembrava anche lui proporre un cambiamento, ma all’indietro. Per questo, e per la polarizzazione sociale, si temeva che non tutto in queste elezioni filasse liscio. 

E invece i pericoli sono stati scongiurati. Non c’è stata violenza, non ci sono stati brogli. Gabriel Boric ha vinto in modo netto, fin da subito, conquistando il 55,8% dei voti – complice anche il fatto che, prima del ballottaggio, tutta una serie di partiti centristi e moderati avesse finito per schierarsi con lui e supportarlo in modo esplicito per impedire a Kast, considerato un pericoloso estremista di destra, di arrivare alla presidenza. Da parte sua Kast ha presto ammesso la sconfitta, congratulandosi  con il suo avversario. Nel suo primo discorso da presidente eletto, Boric ha mandato un messaggio di unità ai cittadini che non hanno votato per lui, e ha ammesso che la sua presidenza si aprirà “in tempi non facili,” dovendo affrontare “le conseguenze sociali, economiche e sanitarie” della pandemia.

Nonostante abbia dovuto moderare la propria proposta politica per avvicinarsi al centro e ottenere il sostegno dei moderati al ballottaggio, Boric non ha nascosto di voler lavorare per la giustizia sociale e la lotta alle disuguaglianze, che sono al centro del suo programma politico: aumentare le pensioni, espandere il welfare e il diritto alla casa sono tra le sue priorità. Ma ha già detto che “non si potrà fare tutto contemporaneamente”. Anche se nel programma di Boric non c’è tutto quello che chiedevano i giovani che nel 2019 hanno riempito le piazze cilene sfidando la repressione violenta della polizia, è un buon inizio.