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Il caso Silvia Romano ha riacceso il problema dell’odio sui social

Secondo Francesca Ulivi del network #IoSonoQui, durante la quarantena il problema si era un po' ridotto, ma l'inizio della "fase 2" e il ritorno di Silvia Romano hanno "scatenato il peggio del peggio"

Marco Piraccini/Archivio Marco Piraccini/Mondadori Portfolio via Getty Images

“Sbagliare è umano, perseverare è diabolico”. Il celebre aforisma è diventato l’undicesimo comandamento di Jack Dorsey, CEO di Twitter, che per il 2020 si è dato un unico obiettivo: diventare una persona migliore. Dopo aver donato 1 miliardo di dollari (pari al 28% del suo patrimonio netto) alle persone impegnate in queste settimane contro il coronavirus, Dorsey ha deciso di adoperarsi per arginare l’altra grande pandemia, in circolo da anni, che non si può debellare con un vaccino: l’odio online.

L’idea di Dorsey per sconfiggere l’hate speech su Twitter è somministrare alla community del social massicce dosi di buona educazione: agli utenti che utilizzeranno parole offensive sarà concessa la possibilità di correggere il proprio tweet prima della pubblicazione. Attraverso un tool Twitter suggerirà alle persone di usare un linguaggio più rispettoso degli altri. 

L’annuncio della sperimentazione è arrivato in concomitanza con la nuova edizione di Parole Ostili, il Festival che da ormai quattro anni analizza l’evoluzione della violenza verbale su internet. Rispetto alla prima edizione la situazione pare essere ancora da dimenticare se proprio in queste ore il Corriere della Sera è stato costretto a chiudere la sezione commenti su sui social dopo lo tsunami di insulti che si è scatenato contro Silvia Romano nei giorni della sua liberazione e del suo ritorno in Italia. 

Secondo l’ultimo report di Parole Ostili,  gay, migranti ed ebrei sono le categorie più colpite dal linguaggio violento, dato in crescita del +15% (gay), +9% (migranti), +12% (ebrei). Numeri confermati anche dall’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (Oscad) secondo cui gli atti discriminatori verso le minoranze tra il 2014 e il 2018 sono crescuti del +186%. E a questi dati va aggiunta un’altra categoria: quella delle donne che, come sottolinea Francesca Ulivi, “come prime portatrici di diversità subiscono, quotidianamente, l’hate speech”. Vedi il caso di Silvia Romano. 

Ulivi è una giornalista e l’amministratrice di #IoSonoQui, un gruppo Facebook che fa parte di un network internazionale nato nel 2016 su iniziativa della giornalista svedese Mina Dennert per lottare contro l’hate speech con la sua versione opposta: il counter speech. “Il counter-speech si basa sui fatti. Spesso l’odio è figlio delle fake news. Noi non rispondiamo agli hater. Non entriamo in dibattito. Non dobbiamo convincere nessuno. Esercitiamo l’empatia mostrando la notizia da un altro punto di vista”, spiega Ulivi.

Le attività di #IoSonoQui sono mirate. “Presidiamo gli spazi di FB dove c’è un grosso traffico e inevitabilmente dell’odio. All’interno del gruppo viene fatta una segnalazione che genera poi un’azione organizzata. Tutti insieme si va a commentare il contenuto che in quel momento sta generando dell’odio in modo che l’hate speech venga progressivamente archiviato”.

Secondo Ulivi, la quarantena ha fatto bene all’odio online. “Durante la quarantena si era sedato questo sentimento, le persone erano meno su Facebook.” Ma l’avvio della “fase 2” e il rientro al lavoro di molte persone hanno riacceso il problema, “e la liberazione di Silvia Romano, rappresentativa di più diversità, ha scatenato il peggio del peggio”. Detto questo, l’odio non si accende o si spegne da solo. “L’onda dipende molto dalla situazione politica. Quando Salvini era al governo l’odio era molto inferiore sui social. In questi mesi, con la destra all’opposizione, è aumentato”. 

L’odio viaggia veloce in rete perché fa leva sulla polarizzazione che funziona molto in rete. “Se a questo aggiungi un altro elemento acchiappaclick come il gossip capisci perché sono aumentati gli articoli sugli hater delle celebrities”. E in effetti per citare solo gli ultimi giorni si possono trovare diverse polemiche di questo tipo, dall’hater che deride Emma Marrone per dei segni sul suo viso a Flavio Briatore che litiga con uno sconosciuto per il nome del figlio. Non esiste quindi un solo tipo di odio online, ma almeno due: quello che fa solo male a chi lo riceve ma che non fa notizia, e quello che invece esiste in funzione del suo fare notizia.

“Conosco bene la crisi che attraversa il settore editoriale ma mi chiedo perché non si preveda la moderazione dei contenuti che possono generare un danno psicologico e morale a chi li legge”, conclude Olivi. “Come potrebbe reagire Silvia Romano, dopo un sequestro durato 18 mesi, davanti a quanto è stato scritto su di lei nelle ultime ore?”

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