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Il caso Patrick Zaky è solo la punta dell’iceberg

Lo studente dell'università di Bologna resterà in carcere fino al 22 febbraio. È solo uno dei tanti attivisti per i diritti umani arrestati ogni giorno in Egitto, dove per Amnesty International "la situazione è drammatica"

Foto di Antonio Masiello/Getty Images

Patrick Zaki resta in carcere. In una cella condivisa con altre 35 persone, una sola latrina e una finestra minuscola. Tutta la speranza che era stata affidata all’udienza di sabato 15 febbraio, disposta per valutare la scarcerazione chiesta dai legali del ricercatore egiziano, è svanita in dieci minuti. Se ne riparla il 22 febbraio.

L’attivista egiziano di 27 anni, studente all’università di Bologna del prestigioso master GEMMA in studi di genere, è stato fermato dalle autorità egiziane al Cairo il 7 febbraio scorso. Era rientrato per trascorrere alcuni giorni insieme alla sua famiglia, dopo aver sostenuto un esame. L’accusa è “diffusione di notizie false, incitazione a proteste, tentativo di rovesciare il regime, uso dei social media per danneggiare la sicurezza nazionale, propaganda per i gruppi terroristici e uso della violenza”. Un’imputazione per cui si rischia l’ergastolo. 

Dopo il fermo in aeroporto, Zaki è stato trasferito in un carcere a Mansoura, sua città natale a 120 chilometri dalla capitale, dov’è –come riferito dai legali che lo assistono – sarebbe stato “torturato, picchiato, sottoposto a elettroshock, minacciato e interrogato su diverse questioni legate al suo lavoro e al suo attivismo”. La presa in considerazione del ricorso presentato dai suoi legali aveva aperto uno spiraglio in una vicenda che sembra seguire un copione.

“C’erano tante speranze che potesse esserci un esito diverso”, spiega a Rolling Stone Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International. “Aspettiamo l’udienza del 22 febbraio. Se si prende la direzione del rinnovo della detenzione preventiva ogni quindici giorni, il rischio è che ci dimentichiamo di questa storia, com’è successo per tanti altri casi”.

Come ha spiegato uno dei legali di Patrick, Wael Ghaly, l’ordinamento giudiziario del Cairo prevede che la custodia cautelare possa durare fino a due anni, rinnovata ogni quindici giorni, ma può capitare che venga protratta anche oltre. “È successo che persone scarcerate siano state arrestate poco dopo semplicemente aggiungendo una nuova imputazione. Così si ricomincia sempre da zero”, continua Noury.

Poche ore dopo lo scoppio del caso, vicino all’ambasciata d’Egitto a Roma è comparso un murale, firmato dalla street artist Laika, che ha fatto il giro del mondo – ma ora è stato rimosso – dove Zaki compariva stretto a Giulio Regeni con accanto la scritta: “Stavolta andrà tutto bene”. 

E per far sì che sia davvero così, per Patrick Zaki si sono subito mobilitate la stampa internazionale e la società civile, a partire dalla piazza di Bologna. Diversi anche gli interventi istituzionali, come quello del presidente del Parlamento Europeo David Sassoli, che ha chiesto senza mezzi termini che Patrick venga liberato. “Voglio ricordare alle autorità egiziane che l’UE condiziona i suoi rapporti con i paesi terzi al rispetto dei diritti umani e civili, come ribadiamo in tutte le nostre risoluzioni, e chiedo che Zaki venga immediatamente rilasciato e restituito ai suoi cari”. Il mandato di arresto, di cui il ricercatore non era a conoscenza, era stato emesso dalla polizia egiziana nel 2019.

“Io vorrei tanto che ci fosse un’eccezione alla norma,” spiega Noury. “Perché in casi del genere si va avanti per mesi, poi si arriva al punto in cui le indagini non producono nulla e quindi si dispone il rilascio. Oppure si arriva al processo perché l’impianto accusatorio, sebbene non regga, è sostenuto da una volontà politica di arrivare a una condanna”. Per Patrick hanno lanciato un appello, chiedendo “azioni concrete” alle istituzioni italiane, anche i genitori di Giulio Regeni, torturato e ucciso in Egitto nel 2016.

“Vorrei che ci fosse tutta la pressione necessaria sull’Egitto”, aggiunge Noury, “perché capisca che non ha arrestato un pericoloso latitante che si era rifugiato all’estero. Ha arrestato una persona che in Egitto ha avuto un’attività, in passato, a favore dei diritti umani del tutto legittima e che in Italia non stava facendo nient’altro che lo studente di un master prestigioso. Dovrebbero essere contente le autorità egiziane, di essere rappresentate in questo modo all’estero”.

Per riportare a casa Patrick, la strada è tutta in salita. “Abbiamo apprezzato la presenza di funzionari dell’ambasciata italiana nell’aula del tribunale ma non basta. Ci sono delle commesse di forniture di armi in vista: si dovrebbero subordinare alcune questioni economiche e commerciali dell’Italia al rispetto dei diritti umani e alla vicenda di Patrick”.

Il giovane egiziano è solo uno dei tantissimi attivisti, difensori dei diritti umani, giornalisti e blogger che ogni giorno vengono arrestati in Egitto con mandati di cattura che sono uno la fotocopia dell’altro. “La situazione nel paese è drammatica ed è peggiorata nel corso della presidenza di al-Sisi. Un’emergenza permanente con leggi che limitano la libertà di manifestare e di stampa. Di fatto la società civile egiziana in quanto tale è sotto assedio”, spiega Noury.

Proprio Amnesty ha denunciato la messa in atto della più ampia campagna repressiva dalla salita al potere del presidente Abdel Fattah al-Sisi, che portato all’arresto di almeno 2300 persone – tra cui 111 minorenni – soltanto da settembre a oggi. Ma secondo Noury, “è fondamentale concentrarsi sulla figura di Patrick come persona sensibile ai diritti umani, uno studente, un appassionato di ricerca sugli studi di genere, ed evitare tutto quello che può essere una sovrapposizione con altre storie, che c’entrano poco. Il caso di Patrick è grave di per sé. Non dev’essere caricato di altro”. 

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