Il caso di Voghera dimostra che in Italia possedere un’arma è fin troppo facile | Rolling Stone Italia
Home Politica

Il caso di Voghera dimostra che in Italia possedere un’arma è fin troppo facile

Non esiste un censimento attendibile di quante armi siano detenute legalmente nel nostro Paese, e secondo gli esperti l'Italia si sta avvicinando sempre più al "modello americano"

Foto via Unsplash

Nelle ultime settimane, anche a causa dell’eco mediatica seguita all’omicidio di Voghera e alle bizzarre dichiarazioni del candidato sindaco del centrodestra a Milano, il medico Luca Bernardo – che, in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera, ha fatto sapere di essere entrato all’interno del reparto di Pediatria dell’ospedale Fatebenefratelli munito di una pistola – il tema relativo alla facilità d’accesso alle armi da parte dei civili è tornato al centro del dibattito pubblico.

In Italia parlare di armi non è mai semplice: il dibattito è abbastanza polarizzato, caratterizzato da posizioni quasi in antitesi tra loro; c’è chi ritiene la legislazione italiana sulle armi troppo restrittiva – una retorica alimentata soprattutto da partiti di destra, come Lega e Fratelli d’Italia – e chi, al contrario, la considera lassista. A complicare il quadro contribuisce, inoltre, la penuria di dati a nostra disposizione, che rende difficile farsi un’idea realistica della portata del fenomeno in Italia: al momento, infatti, è impossibile sapere quante armi siano detenute nel nostro Paese, non soltanto illegalmente ma anche legalmente, dato che non esiste un censimento attendibile da parte del Viminale in tal senso.

In assenza di un monitoraggio istituzionale attendibile, le uniche statistiche su cui potere fare affidamento sono quelle realizzate da alcune associazioni di promozione sociale particolarmente interessate al tema, come ad esempio le ricerche pubblicate dall’Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere e le Politiche di Sicurezza e Difesa (OPAL), che hanno spesso evidenziato come, al contrario di come una certa narrazione vorrebbe far credere, ottenere un’arma in Italia non sia poi così difficile.

In Italia, l’acquisto e la detenzione di armi da fuoco sono regolamentare dal Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza (TULPS), che disciplina i requisiti utili per ottenere il cosiddetto “nulla osta all’acquisto”, ossia un’autorizzazione rilasciata dalla questura che permette di acquistare un’arma e depositarla nella propria abitazione per tenerla ferma al suo interno, a condizione di avvisare per tempo i propri conviventi. Tuttavia, dato che il nulla osta dura solo un mese, è molto più comune richiedere un porto d’armi, che si ottiene con lo stesso modulo del nulla osta e legittima il possessore a portare l’arma con sé per periodi di tempo più prolungati.

Esistono diversi tipi di porto d’armi, come la licenza ad uso sportivo (necessaria per praticare, ad esempio, il tiro a volo e il tiro a segno), che ha una durata di sei anni e deve essere sempre rinnovata prima della sua effettiva scadenza, o quella ad uso venatorio, che autorizza i cittadini a possedere e portare i soli fucili durante la stagione della caccia, ed unicamente nelle aree prestabilite. Infine, per portare in giro con sé l’arma eventualmente pronta all’uso è necessario avere un porto di arma per difesa personale (quello di cui dispone l’assessore di Voghera Massimo Adriatici).

Intervistato da Avvenire, il direttore dell’Opal Giorgio Beretta ha sottolineato come questa regolamentazione farraginosa abbia legittimato, nel corso degli anni, un avvicinamento dell’Italia al cosiddetto “modello americano”, dato che “tra il 2017 e il 2019 in Italia un omicidio su 10 è stato commesso con armi regolarmente detenute”. In questo contesto, almeno 131 omicidi sono stati “perpetrati da detentori legali, a fronte di 91 di tipo mafioso e di 37 per furto o rapina”. Di conseguenza, anche se è difficile da credere, oggi in Italia “è più facile essere uccisi da un legale detentore di armi che dalla mafia o dai rapinatori”.

Beretta ha poi evidenziato altre criticità della normativa italiana sulle armi: ad esempio, non sono richiesti esami psichiatrici né tossicologici e per il rinnovo è sufficiente una semplice visita medica, come per la patente; inoltre, a risultare carente è anche il controllo ex post – ad esempio, una volta ottenuta la licenza per tiro sportivo, non c’è bisogno di dimostrare che si vada davvero al poligono o di essere iscritti a una federazione, una lacuna che si trasforma, spesso, in un lasciapassare privilegiato per consentire a chiunque l’acquisto di un’arma, che rende possibile per chiunque accumulare un vero e proprio arsenale: la licenza per la pratica sportiva consente, infatti, di detenere tre pistole semiautomatiche con caricatori fino a 20 colpi (prima delle modifiche introdotte dal governo Conte 1 erano 15), 12 fucili semiautomatici (prima massimo 6) e un numero illimitato di fucili da caccia.

 Anche i numeri relativi agli omicidi familiari appaiono abbastanza preoccupanti: Secondo il Rapporto su caratteristiche, dinamiche e profili di rischio dell’omicidio in famiglia, realizzato da Eures, nel 2018 in almeno 42 casi (pari al 64,6% del totale) di omicidi familiari l’assassino risultava in possesso di un regolare porto d’armi (in diversi casi per motivi di lavoro), confermando quindi la necessità di controlli più accurati, soprattutto in presenza di situazioni stressanti o comunque “a rischio” (ad esempio una separazione o la grave malattia di un familiare stretto). Inoltre, sempre secondo i dati dell’Eures, l’arma da fuoco rappresenta lo strumento più utilizzato negli omicidi in famiglia (65 vittime, pari al 39,9% del totale), prevalendo in misura significativa sull’arma da taglio (40 casi, pari al 24,6%).