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Il caso del Pio Albergo Trivulzio sarà il grande scandalo del coronavirus in Italia

Morti sospette, medici allontanati perché volevano usare le mascherine, personale contagiato: ciò che è successo nella casa di riposo milanese ha tutte le carte in regola per diventare l'emblema del fallimento di un intero sistema

Claudio Villa/Getty Images

Qualcuno si ricorderà del Pio Albergo Trivulzio, pluricentenaria casa di riposo milanese, come il luogo da cui era partita Tangentopoli con l’arresto del socialista Mario Chiesa, presidente dell’Istituto. Negli ultimi giorni, quasi 30 anni dopo, il Trivulzio è tornato a far parlare di sé e ha attirato una nuova indagine della Procura di Milano: l’accusa è di aver insabbiato per tutto il mese di marzo la diffusione del coronavirus nei suoi reparti, e occultato il conseguente prezzo in vite umane. In più, la vicenda viene alla ribalta in un periodo di dispute politiche tra centrodestra e centrosinistra – con una lettera di sette sindaci PD della Lombardia che accusano la Regione di aver gestito l’emergenza in modo inefficace – personificate dallo scontro tra Attilio Fontana, il leghista presidente della Regione, e il sindaco di Milano Beppe Sala.

Dunque: cosa sta succedendo, questa volta, al Trivulzio? Per come sono trapelate le informazioni, i fatti sono piuttosto ingarbugliati, per cui vale la pena fare un po’ d’ordine. Prima di tutto, il Pio Albergo Trivulzio è un ente pubblico senza scopo di lucro che si occupa di assistenza sanitaria per anziani e di educazione di minori in difficoltà: accoglie 1012 tra ospiti e pazienti; ci lavorano 1600 persone tra medici, infermieri e assistenti sociali divisi su tre residenze per anziani e due centri d’assistenza nello stesso complesso. 

Già a metà marzo, con l’emergenza coronavirus che si aggravava,  gli operatori socio-sanitari del Trivulzio hanno organizzato uno sciopero spontaneo e inviato le prime lettere sindacali ai dirigenti dell’Istituto, esprimendo le loro preoccupazioni per la gestione durante l’emergenza. Ma queste preoccupazioni e queste proteste sono rimaste sottobraccio fino al 23 marzo, quando stando a documenti ricevuti dall’ATS di Milano risultavano ospitati al Trivulzio circa un centinaio di pazienti con sintomi compatibili con quelli da COVID-19 e almeno due operatori positivi al tampone. Occupandosi del caso, il Corriere della Sera riportava una lettera allarmata indirizzata dalla CISL alla dirigenza dell’Istituto secondo cui le mascherine erano scarse e il personale era minacciato di sanzioni qualora ne avesse fatto uso in reparti senza infezione conclamata, con la raccomandazione di “fare economia”. 

È stato solo un paio di settimane più tardi, lo scorso 4 aprile, che il caso del Trivulzio è esploso grazie alla denuncia di Gad Lerner sulle pagine di Repubblica – in seguito alla quale è arrivata l’inchiesta della Procura di Milano. Lerner aveva raccolto la testimonianza del medico Luigi Bergamaschini, che lavora da cinque anni al Trivulzio secondo un protocollo di collaborazione con l’Università Statale, il quale aveva raccontato che già a fine febbraio si era saputo dalla dirigenza dell’Istituto che le mascherine scarseggiavano. Chi poteva se le era procurate autonomamente e Bergamaschini ne aveva autorizzato l’impiego nel suo reparto – contravvenendo alle raccomandazioni della dirigenza.

Il 3 marzo, quando l’emergenza era ormai scattata in tutta Italia, Bergamaschini era stato convocato dal direttore del Trivulzio, Giuseppe Calicchio, che l’aveva esonerato dal servizio. Intanto, nel mese successivo, la situazione al Trivulzio peggiorava rapidamente. Al momento dell’inchiesta di Repubblica, risultavano contagiati un fisioterapista – intubato in rianimazione – e un medico. Ufficialmente i pazienti morti di COVID-19 erano solo 9 su un totale di 70 decessi a marzo,  18 in più rispetto allo stesso periodo l’anno precedente. 

Veniamo ora agli ultimi fatti, successivi all’apertura dell’inchiesta – che è stata aperta per epidemia e omicidio colposi e per violazioni delle norme sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, per il momento contro ignoti e sulla base delle denunce di lavoratori e familiari delle vittime. Il 28 marzo il Trivulzio ha comunicato l’arrivo di 3mila mascherine chirurgiche e 2mila FFP2: secondo le testimonianze del personale ora tutti ne hanno una, anche se a questo punto molti lavoratori risultano sintomatici e alcuni sono a casa in malattia.

Il 6 aprile, inoltre, la dirigenza del Trivulzio ha presentato una diffida contro Repubblica affermando che i dati dei decessi complessivi nel primo trimestre del 2020 (170) sarebbero compatibili con quelli del 2019 nello stesso periodo (165). Tuttavia ad oggi risulterebbero 27 pazienti morti di COVID-19 nella sola prima settimana di aprile, e il Messaggero parla di referti scomparsi e di false rassicurazioni ai parenti dei pazienti.

Intanto, in tutta questa tempesta a pagare per ora sono in primis i lavoratori. Una cinquantina tra “medici, specializzandi, infermieri, fisioterapisti e altri sanitari” ha denunciato all’agenzia di stampa Adnkronos il proprio fastidio per le accuse rivolte da parte della stampa nei loro confronti, ribadendo che sono anche loro vittime della malagestione delle struttura. “Ci stiamo prodigando oltre misura per fornire il massimo ausilio, senza più considerare gli orari di servizio, sacrificando le nostre famiglie e mettendo per primi a repentaglio la nostra salute. Anche oggi vorremmo poter dedicare tutte le nostre energie ai nostri pazienti e invece ci troviamo subissati da telefonate dei loro parenti, allarmati per quanto hanno letto”.

Dal punto di vista politico, lo scontro frontale che aveva coinvolto Sala e Fontana nelle scorse settimane sembra essersi calmato, anche se rimane latente: il presidente della Regione si spartisce le responsabilità della nomina della dirigenza del Trivulzio con il sindaco di Milano, secondo il quale è “chiaro che la responsabilità è della Regione”. Regione che, in ogni caso, ha aperto una sua commissione di inchiesta in parallelo a quella della Procura, alla quale ha aderito anche il Comune di Milano e di cui fa parte Gherardo Colombo – l’ex pm di Mani Pulite che torna a indagare sul Trivulzio dopo 30 anni. 

È chiaro che siamo ancora all’inizio di una vicenda che avrà probabilmente molto da dire, specialmente in fase giudiziaria. Ma già a questo punto risulta chiaro un aspetto: quello che è successo al Trivulzio è emblematico dei fallimenti di un intero sistema – quello delle RSA, le residenze sanitarie per anziani – di fronte al coronavirus. Come ha evidenziato una recente inchiesta di WIRED, infatti, non c’è solo il Trivulzio: tutte le case di cura per anziani della Lombardia, complici decisioni politiche scellerate, sono diventate dei focolai del virus – tanto che, come ha affermato l’Istituto Superiore di Sanità, non si sa nemmeno il numero esatto delle vittime di COVID-19 in queste strutture. 

Il Trivulzio sta dunque diventato lo scandalo per eccellenza dell’epidemia in corso, quello su cui si stanno addensando tutte le attenzioni perché vi vengono al pettine tutta una serie di nodi delle RSA: enti pubblici subissati dai tagli degli scorsi anni e che accolgono la categoria più debole e più a rischio in questa epidemia, quella gli over 65; dirigenze di nomina politica che per questioni di risparmio avrebbero costretto i lavoratori a svolgere la loro attività senza le necessarie tutele igieniche, compromettendo così anche la vita dei pazienti. E mentre la questione diventa motivo di scontro politico, è evidente come praticamente tutte le parti in campo si trovino a essere coinvolte e ad avere delle responsabilità.  Che 30 anni dopo Tangentopoli sia di nuovo il Pio Albergo Trivulzio a dare una scossa al sistema politico italiano? 

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