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Il caso Bakayoko ci ricorda che non dobbiamo smettere di parlare di profilazione razziale

Dopo il (surreale) fermo subito dal calciatore del Milan, non c'è stata alcuna risposta da parte delle istituzioni: la sensazione è che il discorso sia ancora lontano dall'essere affrontato in modo serio

Con la caduta del governo è tramontata del tutto la già flebile speranza di vedere approvato il cosiddetto ius scholae, proposta di legge che prevede il riconoscimento della cittadinanza italiana per i minori nati in Italia da genitori stranieri o arrivati entro i 12 anni di età che risiedano legalmente e abbiano frequentato, per almeno 5 anni, uno o più cicli scolastici.

Due giorni prima che Mario Draghi rassegnasse le dimissioni nelle mani del Presidente della Repubblica ho incontrato Kwanza Musi Dos Santos, cofondatrice e presidente dell’associazione “Questa è Roma”, che dal 2013 si batte anche per l’approvazione di una riforma della legge 91 del 1992, la normativa vigente in materia di cittadinanza basata sullo ius sanguinis.

In quella occasione le ho chiesto come stesse vivendo il rinvio a settembre del dibattito parlamentare sullo ius scholae. «Male. Purtroppo non siamo sorpresi ed è questo forse la cosa più triste», mi ha spiegato Musi Dos Santos, ricordando come «successe esattamente la stessa cosa col governo Gentiloni nel luglio del 2017. In quel caso la riforma era già passata alla Camera e mancava solo il sì del Senato, ma alla fine si decise di rimandare tutto a settembre perché le priorità erano altre, mancavano i voti e i tempi… La verità è che non c’era la volontà e la politica non ha avuto il coraggio di dirlo».

La fine anticipata della legislatura ha sancito il passaggio dello ius scholae da remota possibilità a cavallo di battaglia della destra che, da qui al 25 settembre, non mancherà di agitare lo spauracchio della «cittadinanza facile agli immigrati».

Ma le persone di origine straniera nate o cresciute in Italia non devono fare i conti solo con le strumentalizzazioni della politica. Nel recente caso di profilazione razziale che ha visto protagonista il calciatore del Milan Tiémoué Bakayoko «non c’è stata alcuna risposta da parte delle istituzioni, quella della polizia è stata deprimente e in generale mi è sembrato che il discorso purtroppo sia ancora lontano dall’essere affrontato in modo serio», segnala Musi Dos Santos.

Citando la scrittrice Igiaba Scego, possiamo affermare che «il mito degli italiani brava gente aleggia ancora come uno spettro su una nazione che si auto-assolve sempre dai crimini che commette». Non è infatti un caso se le parole di Scego, oltre a cogliere un aspetto ricorrente del dibattito pubblico sul razzismo nel nostro Paese, sono state riprese dalle persone scese in piazza due anni fa per protestare dopo l’omicidio di George Floyd.

«Sono passati esattamente due anni e non mi pare che la situazione sia cambiata», dice Musi Dos Santos. «All’inizio ho visto molta più sensibilità anche da parte di persone bianche che si dichiaravano antirazziste, salvo poi usare l’amico nero a gettone quando dovevano auto-assolversi».

L’attivismo performativo di alcune persone spiega però solo in parte cosa non è andato per il verso giusto. Secondo Musi Dos Santos «è mancata innanzitutto una ricontestualizzazione di cosa vuol dire “le vite nere contano” nella situazione italiana, sia da parte degli attivisti, sia da parte dei media e delle istituzioni. Infine è venuta meno una fase di autocritica e di pianificazione di tutta una serie di iniziative che vanno messe in piedi per poter iniziare un reale percorso antirazzista e decoloniale a livello strutturale. Senza questo tipo di lavoro è rimasto un po’ tutto sullo slogan, lasciando spazio a chi ripeteva che “sono cose che succedono in America perché qui in Italia è diverso“. Ma quel “qui in Italia è diverso“ non è stato rielaborato in senso costruttivo e utile per scardinare quello che qui in Italia c’è, perché il razzismo in Italia c’è».

Selam Tesfai, attivista del Cantiere (laboratorio politico metropolitano di Milano), ritiene che «dopo la morte di George Floyd sia successo qualcosa a livello globale. Black Lives Matter non era più un movimento solo afroamericano, ma aveva l’aspirazione di parlare del razzismo sistemico e questo coinvolgeva anche noi in Italia e in diversi paesi europei. Le mobilitazioni sono state gigantesche e hanno alimentato i movimenti antirazzisti locali. Ho visto nascere piccole e medie esperienze che oggi continuano ad affrontare il discorso, cercando di ragionare sul razzismo sistemico nei vari contesti locali».

In Italia, almeno rispetto alle precedenti mobilitazioni antirazziste, è aumentata in maniera significativa la partecipazione delle persone razzializzate. Per Tesfai «Black Lives Matter ha permesso a tanta gente che vive il razzismo sulla propria pelle di incontrarsi, anche se non è semplice parlare di qualcosa che ti fa stare male e crea tanti traumi stratificati. Quello che abbiamo notato è stata una capacità di organizzazione che partiva direttamente dalle persone colpite dal razzismo istituzionale italiano, cosa che non è sempre facile vedere nelle consuete organizzazioni che si definiscono antirazziste, visto che spesso e volentieri quelle più grandi non hanno presa sui figli di migranti».

La pandemia non ha agevolato l’incontro fisico, ma quello virtuale ha permesso di raggiungere chi non vive nelle grandi città. «Questi spazi esistono ancora e vanno difesi con le unghie e con i denti», afferma Tesfai.

Dall’incontro tra varie realtà e dopo alcune campagne (una per tutte #CambieRai, iniziativa contro il linguaggio razzista nei media), come spiega Ariam Tekle, coautrice del podcast Black Coffee e fondatrice del Blackn[è]ss Fest, è emersa la necessità di costruire uno spazio di confronto «dove queste discussioni fossero pubbliche, ma non strumentalizzate dalle istituzioni. Uno spazio dove si potessero condividere anche l’arte e le soluzioni creative di persone afrodiscendenti e comunque non bianche».

Tekle sottolinea che il festival, giunto alla seconda edizione che si terrà a Milano dal 23 al 25 settembre, «pur partendo dal concetto di nerezza ha l’obiettivo di coinvolgere tutte le minoranze discriminate da una società bianca. Mettere al centro la nerezza serve per capire come razzismo e classe sociale siano interconnessi».

In questo evento culturale dedicato alla rappresentazione dell’universo afrodiscendente in Italia si parla di arte e musica, ma non mancano momenti di riflessione su salute mentale, profilazione razziale e altri argomenti che raramente ricevano copertura mediatica, a meno che la persona oggetto di determinate pratiche non sia un personaggio pubblico, come nel caso di Bakayoko.

Sempre a Milano un altro importante appuntamento è il Festival Antirazzista Abba Cup! organizzato dall’associazione “Per non dimenticare Abba”, all’anagrafe Abdoul Guiebre, giovane ragazzo di 19 anni ucciso a sprangate da due razzisti – padre e figlio – il 14 settembre 2008.

Alla domanda su quali siano oggi le principali sfide delle realtà antirazziste in Italia Tesfai risponde che «una è trovare convergenze e alleanze, senza cadere nel tranello delle gerarchie e imporre un discorso normativo. Dobbiamo imporre un discorso culturale e le giovani generazioni lo stanno facendo in modo pervasivo e radicale. Bisogna concentrarsi su obiettivi più a lungo termine e tentare meno di rincorrere la scadenza del momento. Questa è una maratona, dobbiamo seminare».

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