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Il ‘bonus psicologo’ è una ridicola mancetta scollegata dalla realtà

Concepito così, il bonus psicologo è un disastro, un contentino svilente riservato a pochissimi eletti che presenta tutti i crismi dell’intervento di facciata. L'ennesima conferma che la salute mentale è (ancora) un vezzo per ricchi

Foto di Simona Granati - Corbis/Corbis via Getty Images

Non possiamo ritenerci soddisfatti: il bonus psicologo nella versione firmata da Speranza è un disastro in piena regola, una mancetta svilente riservata a pochissimi eletti che, a ben guardare, presenta tutti i crismi dell’intervento di facciata.

Non è un provvedimento misurato, fondato sui numeri e su un’attenta lettura del cattivo stato di salute dei servizi di cura in Italia, ma un contentino furbesco della peggior specie, un welfare minimo che agisce unicamente sul piano della percezione, senza fornire una risposta congrua a una problematica delicata ed endemica come quella della salute mentale degli italiani, che paga da anni lo scotto del definanziamento.

L’ennesimo gioco di prestigio, quindi, che scontenta chiunque ma crea i presupposti per dire che “non è abbastanza, ma è comunque qualcosa”. Il problema, però, è la comprensione di che cosa sia realmente, questo “qualcosa”. Le risorse stanziate sono talmente irrisorie e scollegate da qualsiasi dato di realtà che, se la situazione non fosse così grave, susciterebbero una risata. Tanto per fornire una misura della loro esiguità, basti pensare che il tesoretto messo a disposizione per il bonus è pari a 20 milioni di euro, a fronte di una carenza per la tutela della salute mentale in Italia stimata in circa 2 miliardi e 300 milioni.

Cifre che si possono facilmente desumere anche dalla lettura della recente sentenza della Corte Costituzionale n. 22 del 2022 relativa alle problematiche delle liste di attesa per l’accesso alle cosiddette Rems (Residenze per le misure di sicurezza). La Corte, infatti, ha messo in luce una spesa percentuale per la salute mentale regredita al 2,9% del fondo sanitario nazionale, a fronte dell’impegno storico del 5% assunto dagli stessi presidenti delle Regioni nel lontano 2001, un obiettivo mai raggiunto.

Tiriamoci su, però: dopo la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, grazie ai magnifici effetti redistributivi che la “mancetta Speranza” porterà in dote, i più “fortunati” (dal punto di vista delle soglie d’accesso al bonus fissate dal decreto d’attuazione, s’intende), ossia quelli con un ISEE inferiore a 15mila euro, potranno avere a disposizione 600 euro annui, quelli con un reddito compreso tra i 30 e i 50mila appena 200: il nulla.

Va da sé che consentire a una platea ristrettissima – appena 16mila persone, la popolazione di un discreto comune brianzolo, a fronte di un sommerso di 4 milioni e mezzo di italiani che, pur avendo potenzialmente bisogno dei servizi di cura, non ha possibilità di accedervi, come ha rilevato la Società Italiana di Psichiatria – di far fronte alle spese utili a coprire, nel migliore dei casi, una decina di sedute di psicoterapia, beh, non può essere considerato un successo.

Eppure, i motivi per destinare una quota significativa al potenziamento dei servizi di cura psicologica ci sarebbero tutti: secondo un’indagine condotta dall’Istituto Piepoli, in questi due anni di pandemia, la domanda di servizi psicologici e psichiatrici è aumentata del 40%; tuttavia, la stessa ricerca ha documentato che un 48,5% di persone, pur avendo cercato aiuto, non ha potuto iniziare un trattamento o ha dovuto interrompere quasi subito le sedute per motivi economici.

Così, dopo essere stata relegata per vent’anni agli ultimi posti delle politiche pubbliche, la salute mentale è diventata uno spot elettorale da sfoggiare in tempi di magra: il “bonus psicologo” è stato rivendicato come un successo da parte di tutte le forze politiche, ma la sua stessa natura eminentemente “privatistica” – nella forma attuale, più che una misura d’intervento, ricorda uno di quei bonus varati ad hoc per solleticare la classe media, utili per acquistare un televisore a rate o uno scooter elettrico, non certo per emanciparsi dalla malattia – dimostra che, no, per la nostra classe politica la salute mentale non è un problema da affrontare collettivamente e che ci riguarda tutti: curare la mente è ancora un vezzo per ricchi.