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Il 1 maggio ai tempi delle mance di cittadinanza

Tra la guerra vip-rider e il reddito per tutti, il lavoro è evaporato. Intanto la politica la butta in caciara e il sindacato prosegue il tour d’addio. Buon concertone!

Foto: Getty Images

Le mance, e l’introduzione alla critica marxista del professor Fedez da Rozzano. Il punto di non ritorno del dibattito italiano sul lavoro è stato raggiunto pochi giorni fa, scatenato da una assurda e fastidiosa lista di clienti vip “pulciari” messa in Rete da un collettivo di rider, gli uomini e le donne – pochissime – che ogni giorno ci consegnano il pranzo e la cena. La battaglia di alcuni di loro contro le grandi multinazionali che gli impongono paghe da fame, assenza totale di diritti e ricatti assortiti negli scorsi mesi era stata una delle poche alzate di testa di un gruppo di lavoratori nell’attuale clima di rassegnazione.

Portando le loro rivendicazioni in piazza – dove torneranno per uno sciopero durante la Festa dei Lavoratori, spiacenti per gli amanti di poke salmone e alghe wakame -, i rider avevano svelato l’ipocrisia di quella Gig Economy che in realtà somiglia davvero parecchio a una forma di moderno sfruttamento. Partendo dall’ultimissima fila – date un occhio alla composizione della categoria e pensate invece a chi vota  – sono riusciti a condurre la loro vertenza in parlamento. Dove, ovviamente, è stata svilita dalle promesse subito disattese del ministro Di Maio.

Nell’assenza totale della politica – a sinistra quasi peggio che a destra, se possibile -, ecco saltar fuori le mance, e i rapper e le influencer dal “braccino corto” diventano dei nemici. Il lavoro è evaporato una volta di più, accompagnato da una selva di post sui social. Non pare esserci alternativa, nel Paese in cui è diventato un rito stanco dire che il 1 maggio è diventato un rito stanco.

Tra polemiche sulle quote rosa non rispettate  e una line up che fatica a rinnovarsi come una telecronaca Rai della Coppa Italia, a Roma va in scena il concertone, un modo come un altro di testimoniare se stessi e la necessità di esistere ancora. Sacrosanto. Eppure davvero ci piacerebbe – anche senza le sbracate di Piero Pelù o, riavvolgendo il nastro, le genialità di Elio e le Storie Tese – che qualcuno si prendesse la briga di dire “noi siamo qui”.

Siamo quelli che parlano di Fedez invece che fare ragionamenti su un modello economico e di diritti che è già il presente e, ahinoi, diventerà egemone nel futuro. Quelli del reddito di cittadinanza, ma, soprattuto, del dibattito attorno al reddito di cittadinanza. Un nuovo esempio della facilità con cui la tematica per cui si manifesta, si salta e si balla oggi… puff… possa svanire in una bolla. L’introduzione di una misura – più o meno condivisibile, decisamente mal congegnata – di redistribuzione delle ricchezze da noi è diventata l’occasione per una guerra tra bande, per reiterare all’infinito gli stereotipi di una parte del Paese con le maniche rimboccate fino sopra le orecchie e un’altra sprofondata sul divano.

L’occasione per prendere per il culo Candy Candy Forza Napoli e per esaltare prima e affossare poi una cittadina che di professione fa il social media manager dell’Inps. Questi oggi sono i lavori, e rischiano pure di donarti improvvisa (e feroce) celebrità. L’ennesima occasione per una destra che non ammette di essere tale per sparigliare di nuovo le carte, occupare ogni prateria politica parlando di lavoro senza mai farlo vedere. Buttarla in caciara come sempre, insomma. E per una presunta sinistra per recidere ulteriormente le sue radici e riuscire a risultare ancora un po’ più stronza di quanto stronza non sia già percepita.

Non c’è il lavoro, ma sui cantieri si muore sempre di più: che simpatico paradosso. E uno zero virgola in più di occupazione dopo 10 dati negativi fa gridare all’anno bellissimo che sta per arrivare. Intanto lo scontro generazionale si fa sempre più insidioso, perché nessuno ha il coraggio di dichiararlo, e nel silenzio cova rancore. I sindacati proseguono nel loro lungo tour d’addio al Paese e le battaglie per i diritti di chi ancora ne ha paiono a chi guarda dal solito divano le patetiche resistenze dei giapponesi nella selva.

Proprio nelle scorse ore sono stati diffusi i dati sui contratti di lavoro scaduti in Italia, un’enormità di cui nessuno pare curarsi. Inevitabile, vista la mole di quanti danno per scontato di non vederne mai uno nella propria vita: perché costoro dovrebbero preoccuparsi dell’adeguamento Istat di chi sa addirittura cosa vuole dire la parola “mensilità”? Non ci resta che sperare che almeno dal palco del 1 maggio si ricordino di ringraziare gli immigrati e di celebrare lo straordinario ruolo sociale che ricoprono: come i compagni con i piedi piatti al liceo, ci permettono di non arrivare sempre ultimi nella corsa.

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