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I rifiuti sono la nostra ricchezza, ma non lo abbiamo ancora capito

Tra guerra e crisi climatica i biodigestori, gli impianti che sfruttano la digestione anaerobica per produrre biogas, rappresentano per le Regioni la possibile via verso la realizzazione dell’autarchia energetica, ma la loro realizzazione incontra spesso resistenze politiche

Foto di Matteo Nardone/Pacific Press/LightRocket via Getty Images

I rifiuti sono l’energia che nessuno vuole usare, anche se ne siamo sommersi. Stando ai dati raccolti dall’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra), nel 2020, in Italia c’erano circa 30 milioni di rifiuti urbani.

Di questi, almeno il 35% era costituito da rifiuto organico, classificato come frazione organica residua solida urbana (Forsu); che, da almeno qualche decennio, è sinonimo di biogas e biometano, vale a dire di energia rinnovabile e pulita. Come spiega a Rolling Stone Antonella Marone, responsabile del Laboratorio Processi Biotecnologici per l’Energia e l’Industria di ENEA, «il biogas è stoccabile e il biometano, ottenuto dalla purificazione del biogas, può essere trasportato». «Entrambi non dipendono dalla capacità di accumulo giornaliera e questo è un grande vantaggio rispetto ad altre fonti rinnovabili di energia». Eppure, nel nostro Paese, la produzione di biogas e biometano ha incontrato resistenze più politiche che tecniche.

Tra guerra e crisi climatica, i biodigestori, gli impianti che sfruttano la digestione anaerobica per produrre biogas a partire da biomasse di vario tipo, rappresentano per le Regioni la possibile via verso la realizzazione dell’autarchia energetica.

Solo qualche mese fa, il presidente della Lombardia Attilio Fontana ha annunciato l’intenzione di puntare su biogas e biometano. «L’obiettivo deve restare l’autonomia energetica. Dobbiamo sfruttare tutte le energie alternative presenti sul nostro territorio per evitare di dover dipendere da altri Paesi», ha detto.

Gli impianti attuali, che sono concentrati perlopiù in Pianura Padana, sfruttano soprattutto il letame proveniente dagli allevamenti o le colture agricole. Ma per garantire un futuro energetico stabile al Paese è necessario guardare oltre. Al momento, in Italia, ci sono circa 1600 biodigestori. Di questi, solo un centinaio lavorano a partire da rifiuti organici. Per i tecnici, il potenziale della Forsu è alto, perché la percentuale di rifiuti gestiti con la raccolta differenziata sta crescendo. Se a questo si aggiungono le stime dell’European biogas association, per cui il biometano potrà coprire fino al 10% del consumo di gas metano in Europa entro il 2030, è chiaro come il ruolo dei rifiuti organici sarà sempre più centrale. E come la produzione del biogas non potrà appoggiarsi solo sulla produzione agricola.

Ma per avere rifiuti organici da usare per la produzione di biogas, ci vuole chi fa e organizza la raccolta differenziata. «Questa funziona bene in alcune aree del Paese, meno in altre. È una situazione a macchia di leopardo», spiega a Rolling Stone David Bolzonella, professore di Impianti Chimici all’università di Verona. «Senza raccolta differenziata, i risultati sono scadenti: partire da un rifiuto indifferenziato e poi dividere i flussi preclude utilizzi e mercati, oltre a dare problemi all’impianto stesso».

La raccolta differenziata resta però un tema spinoso, perché coinvolgere i cittadini nello smaltimento dei rifiuti può tradursi in una sconfitta elettorale per alcuni amministratori. E poi c’è il tema della disinformazione, che ha punito per anni chiunque puntasse sulla costruzione di biodigestori. Ma come spiega Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente: «la digestione anaerobica è una tecnologia ampiamente consolidata, che usata già negli Ottanta e Novanta per trattare i fanghi di depurazione». Si tratta, quindi, di un vecchio sistema. «C’è una paura incomprensibile, perché si tratta di una tecnologia consolidata. Anche gli impianti eolici e fotovoltaici spesso fanno paura. Esiste una campagna di fake news sui biodigestori. Ma Legambiente, a differenza di altre organizzazioni ambientaliste, sostiene da quattordici anni che la digestione anaerobica si debba fare».

Con la produzione di rifiuti organici in aumento e concentrata soprattutto nelle grandi città, la costruzione di biodigestori diventa una questione di necessità. Eppure secondo Ciafani: «la classe politica resiste ai biodigestori perché, se si punta su altri tipi di tecnologie, i proprietari di discariche o di termovalorizzatori vedranno smaltire nei loro impianti sempre meno rifiuti». «L’industria delle discariche e della termovalorizzazione è un’industria che cerca di difendersi dall’era dell’economia circolare». La transizione passa anche dalla digestione anaerobica, dunque. «C’è una parte politica che cede alle pressioni della vecchia classe. Ma adesso siamo a metà del guado, tra la vecchia era e la nuova».