I politici vivono in una realtà parallela che non è la nostra, facciamocene una ragione | Rolling Stone Italia
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I politici vivono in una realtà parallela che non è la nostra, facciamocene una ragione

Prima l’accento sulle scuole materne, quando il problema sono gli asili nido. Poi il reddito per le casalinghe venduto in uno spot che le dipinge come macchiette. La politica italiana respira un’aria aliena, e nessuno pensa di mettercela in una bottiglietta

Sono lì che sto preparando il caffè per la colazione, guidando verso il campus estivo che ancora c’è, accendendo il computer che va troppo a rilento, leggendo un libro che parla di tutt’altro, cucinando una cena che vorrebbe essere salutare, rassettando una casa che sembra un campo di guerra. Sono lì in un giorno qualunque in cui vivo la mia vita reale, in pratica, quando mi rendo conto che c’è qualcosa che mi continua a ronzare in testa.

Beati tempi in cui, a martellarmi il cervello, era una canzone di Alvaro Soler passata troppo spesso in radio: ora il rumore di sottofondo è un (ben peggiore) eco che arriva da quell’altra mia vita. Quella che trova linfa dai social e che, tra il red carpet di Venezia e (chissà perché) la ridicola sponsorizzazione di un tizio che insegna a fare la spaccata, monitora anche la campagna elettorale in corso. Perché la partita politica non si gioca più nelle piazze, ma tra il Facebook e il Twitter degli elettori da tanto e l’Instagram e il TikTok degli elettori da poco. In altre parole: era meglio il tizio che insegna a fare la spaccata.

Ma che è, Inception? Mia figlia in macchina mi chiede quando inizia la «scuola materna», poi si confonde e parla di «asilo», e al semaforo verde non parto perché guardo nello specchietto per assicurarmi che sul seggiolino non ci sia Graziano Delrio. Ma no, che sciocca: è che ancora mi passa per la testa quel suo confusionario tweet, dove la proposta di obbligatorietà e gratuità delle scuole materne che, per intenderci, frequentano circa il 94,6% (al 2020) dei bambini tutti uguali (cit.), si fondono con i proibitissimi asili nido dove, in tutta Italia, accedono solo un quarto (circa) dei cosiddetti pannolinati.

Non è che nella Reggio Emilia di Delrio e nell’intero PD di Letta si respira un’aria aliena? Nel caso, mettetecela in una bottiglietta, come si fa a Pechino: noialtre qui vorremmo liberarci dei micro-umani, e prendere la metro per andare al lavoro. O anche solo comprarci una bella borsetta come premio alla nostra resistenza, campionesse come siamo tra tuffi con triplo carpiato dal tavolo del (nostro) lavoro, al divano del (loro) cranio frantumato; staffette nonni-babysitter-amici che manco Jacobs corre così; gare di apnea a rischio di embolia per far quadrare le entrate e le uscite sul conto corrente a fine mese – che è pure cointestato. Per poi arrivare col fiato corto ai tre anni, quando il pannolinato non è più pannolinato, e mentre spegne le candeline noi siamo già lì con lo zainetto, i pastelli e tutto quanto. Ah, perché, non era già obbligatorio? Dopo che abbiamo imparato che cercare di iscrivere un lattante a un part-time in un asilo nido a maggio è impresa più ardua di un viaggio verso Mordor, questa cosa di non mandarlo all’accessibilissima scuola materna quando è giunto l’atteso momento, sul serio, neanche l’avevamo considerato.

Ma che è, The Fog? Apro la porta di casa al ritorno dalle vacanze, e neanche nei giorni di maggiore nullafacenza domestica si era mai vista tanta polvere alzarsi nell’aria. Ci penso io, mi dice il papà, che è uno di quei normodotati figli di un tempo dove anche l’uomo cucina, stira e usa lo Swiffer come non fa neanche la Litizzetto. Ma lascia stare, ormai son qua, rispondo dallo sgabuzzino, mentre quel peluche di un cagnetto della Carica dei 101 troneggia sulla lavatrice in attesa di essere lavato. Gli indizi in questa vita reale ci sono tutti, il ricordo di quanto visto nella mia vita social è fresco: ma certo, lo spot del senatore di Forza Italia, Massimo Mallegni, è tutto in questo mio déjà-vu.

Com’è possibile che non ci sia lui e il suo staff (attrici comprese), sul red carpet di Venezia? Da tempo non si vedeva un affresco così tristemente godibile dell’immaginario legato alle casalinghe. Quelle donne che per Mallegni e staff sono le più o meno giovani che passano il proprio tempo solo tra le mura di casa, impegnate in faccendine e faccendette, con indosso abiti di dubbio gusto e il viso che non ne vuole sapere di un fondotinta di qualità (e che volete: le casalinghe, si sa, non si vogliono bene). Se non cambiano pannolini, smacchiano le mutande al marito; se non cucinano manicaretti, cuciono pezze sui pantaloni; se non stirano da gravide (dimenticandosi il ferro caldo sulla camicia); se non sudano passando l’aspirapolvere sul pavimento. Per i rappresentanti incamiciati del popolino che siamo, fanno e sono molte cose, le casalinghe di oggi, tranne persone che non fanno e non sono delle macchiette; donne che meritano più di uno spot a mo’ di televendita di QVC solo perché chi c’è dietro, stereotipate come le vuole, pensa che quel format possa attirarle di più. Parliamoci chiaro: se in Toscana la realtà delle donne casalinghe è ferma nel passato, almeno quanto in Emilia quella degli asili nidi è già settata nel futuro, prego i nostri politici di farmelo sapere.

Per ogni parola che dico in una giornata, c’è un reddito, un bonus, un regalo che ho letto in un qualche programma: il reddito per le casalinghe (Mallegni docet), quello di cittadinanza, i mille euro per i diciottenni, la pensione anticipata, il super bonus edilizio, e se vuoi alla fine ti paghiamo il panino al McDonald’s e il tizio che te lo consegna, nel paradiso tutto italiano che abbiamo creato per te e per la tua famiglia che vogliamo sia come una di quelle in Francia, anche se non la supportiamo affatto come succede in Francia. E tieni le tue tasse da pagare.

Ma non è che quel Paese reale che loro, i sopracitati nostri politici, dovrebbero considerare, e che è la mia vita – ma anche la vita di quell’imprenditrice e quella casalinga, quell’operaio e quel manager, quella mamma e quel papà – non è più fatta dei problemi che noi tutti, ogni giorno, tocchiamo con mano? Non è che c’è qualcos’altro, oltre a questa vita reale che risente degli echi di quella vita social, che solo chi è in campagna elettorale, sul serio, riesce a vedere? Magari siamo noi, con le nostre vite di fatiche tutte tangibilissime e comuni, a essere paradossalmente fuori dal mondo. O magari c’è davvero un posto lontano, dove i problemi e le persone sono quelle che ci vendono a destra, a sinistra, ovunque in quel giro lì, come specchi di noialtri. Magari è lo stesso posto dove il social dei giovani ha un nome più completo di quello che conosciamo e, come insegna Berlusconi, si finisce per ritrovarsi tutti, strapagati e felici, su quel Tik Tok…Tak.