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I politici specchio dei cittadini? No, oggi sono peggio

Nel primo parlamento della storia italiana i laureati erano il 91% e arrivare al vertice significava dimostrare le proprie competenze. Oggi sembra il contrario: esiste una soluzione?

Elisabetta Villa/Getty Images

Il vertice dello Stato non è una metafora. Dovrebbe essere anche una vetta da raggiungere in senso proprio. Le posizioni di potere, nell’impostazione sabauda prevalente nei primi anni del giovane stato italiano, dovevano essere meritate dopo una lunga gavetta nelle istituzioni. Magari, prima della politica ci poteva essere una carriera da magistrato o da medico. Se non si otteneva la laurea, si doveva dimostrare di valere qualcosa gestendo in modo proficuo le proprietà di famiglia. Questo fu il caso dei primi due presidenti del consiglio, Cavour e Ricasoli.

Adesso questa non è più una caratteristica richiesta. Anzi, la classe politica è drammaticamente peggiorata. E c’entra ben poco il concetto frusto che i politici rispecchino i cittadini. Non è così. E il fatto che le scarse risorse dei partiti vengano investite tutte in comunicazione di certo non aiuta. Su queste riflessioni Irene Tinagli, economista ed ex deputata del Partito Democratico, ha scritto un breve saggio, La grande ignoranza, edito da Rizzoli, attraverso il quale si cerca di smontare alcuni luoghi comuni. Il primo: gli eletti e la loro qualità.

Non c’entrano i titoli, c’entrano le competenze. Spiega Tinagli: «Nel 1948 gli italiani laureati erano l’1 per cento della popolazione, mentre in parlamento, il primo della Repubblica, erano il 91 per cento. Ma gli italiani, anche quelli meno istruiti, si sentivano comunque rappresentati da persone colte che magari avevano una forte professionalità, avevano combattuto nella Resistenza, liberato il Paese dal nazifascismo. Ora tutto questo si è perso». Le cause sono molteplici.

C’entra anche la fine dei finanziamenti pubblici ai partiti? «Sicuramente non aiuta il fatto che i partiti non abbiano un euro in tasca. Ma già nel corso della Prima Repubblica si era erosa la formazione all’interno dei partiti, con la chiusura della scuola delle Frattocchie del Pci e la fine di analoghe iniziative di matrice democristiana. Si è cominciato a svuotare i centri studi e i think tank per riempire gli uffici stampa e puntare tutto sulla comunicazione, tranne che in rari eventi spot, gli unici luoghi dove rimane confinata la preparazione dei futuri dirigenti». L’eccesso di comunicazione è anche figlio della stagione berlusconiana, a sua volta derivata da un nuovo modo di intendere la politica, incentrata sul leader anziché sulle appartenenze e le ideologie: una modalità che era stata perfezionata come tecnica vincente da una piccola agenzia di comunicazione californiana, la Whitaker & Baxter di San Francisco negli anni ’40.

Per tornare all’attualità, il leaderismo ha prodotto un altro effetto deteriore: il premio dato ai fedelissimi del Capo, che secondo Tinagli va a colpire la competenza: «Un tempo i temi della fedeltà o della lealtà erano più legati alla storia del partito, piuttosto che al singolo leader, negli ultimi anni certi processi si sono accelerati, si sono esasperati meccanismi di fedeltà al capo, penalizzando i percorsi di selezione e la competenza è diventata meno rilevante nei percorsi di carriera politica».

La soluzione a questo problema, per alcune pagine Facebook così come per alcuni studiosi come Ilya Somin, autore del saggio Democracy and Political Ignorance, è quella di limitare l’accesso degli ignoranti al voto, tramite una sorta di patentino che dovrebbe verificare le loro conoscenze in materia di governo dello Stato. Una soluzione però drammaticamente simile ai literacy test che venivano imposti agli afroamericani e ai bianchi poveri residenti nel profondo Sud degli Stati Uniti nell’epoca della segregazione: «Ci vorrebbe la patente per essere eletti, non per eleggere. La politica non può scaricare le proprie responsabilità sui cittadini. La mia è una provocazione, certo, ma se un politico è incompetente la colpa è dei partiti che li candidano e non degli elettori», spiega Tinagli.

Un’altra soluzione potrebbe essere quella dei collegi uninominali, oppure in quel caso prevarrebbe il clientelismo? «Se il politico incompetente ha un rapporto stretto, quotidiano con i cittadini si sente più sotto scrutinio, così i suoi elettori sono più in grado di valutare se ha fatto bene o male, certo poi ci devono essere meccanismi forti di anticorpi, di regole che impediscano formarsi dei soliti meccanismi», conclude Tinagli. Perché, contrariamente a quanto dicono i semplificatori in tweet di 280 caratteri (o anche meno), tornare a un livello di competenza buono, o quantomeno accettabile, in politica è un percorso lungo e accidentato. Troppo populismo, però, può anche causare un rigetto nel lungo periodo. Chissà.

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