I luoghi in Europa dove l’aborto continua a essere impossibile | Rolling Stone Italia
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I luoghi in Europa dove l’aborto continua a essere impossibile

Lo scorso fine settimana un referendum a San Marino ha finalmente legalizzato l'aborto. Ma un nuovo report fa notare che lo stato dei diritti riproduttivi in Europa lascia ancora molto a desiderare

BRIGITTE HAGEMANN/AFP via Getty Images

A inizio anno erano in cinque: Andorra, Malta, Vaticano, Gibilterra e San Marino, i quattro buchi neri dei diritti riproduttivi d’Europa. Gli unici luoghi dove era impossibile per chiunque ottenere un’interruzione di gravidanza, nessun caso escluso. Gibilterra si era scrollata di dosso la legge che prevedeva il carcere a vita per punire l’aborto a fine giugno, con il 62% dei voti a favore. Lo scorso fine settimana è stata la volta di San Marino.

Il quesito del referendum, nato dal lavoro dell’Unione donne sammarinesi, diceva così: “Volete che sia consentito alla donna di interrompere volontariamente la gravidanza entro la dodicesima settimana di gestazione, e anche successivamente se vi sia pericolo per la vita della donna o se vi siano anomalie e malformazioni del feto che comportino grave rischio per la salute fisica o psicologica della donna?”. Con il 77% delle preferenze (11mila voti contro 3200) la popolazione ha deciso di smettere di vietare completamente l’interruzione di gravidanza, dopo quasi vent’anni di tentativi e un numero non meglio precisato di donne costrette a viaggiare in Italia per abortire.

Nonostante la vittoria per il diritto di decidere del proprio corpo, però, lo scenario che emerge dallo European Abortion Policies Atlas 2021, pubblicato il 28 settembre in occasione della Giornata internazionale dell’Aborto sicuro, rimane desolante – e non solo perché esistono ancora quattordici territori europei dove l’aborto è considerato un crimine, con rare o inesistenti eccezioni.

“Sebbene i media internazionali si siano recentemente giustamente concentrati sul Texas e sugli Stati Uniti più ampi in termini di accesso limitato all’aborto, anche la situazione in Europa merita un’attenzione specifica”, ha affermato Neil Datta, segretario generale dell’Forum parlamentare europeo per i diritti sessuali e riproduttivi (EPF). “Il nostro atlante mostra una situazione mista in tutto il continente. Mentre i sistemi sanitari nazionali in 21 paesi trattano l’aborto come qualsiasi altro servizio medico, in 14 paesi e territori, l’aborto rimane tecnicamente un crimine, anche se la maggior parte degli europei lo considera un diritto umano”.

A giugno, il parlamento europeo ha adottato una risoluzione che riconosce i diritti sessuali e riproduttivi come diritti umani fondamentali, chiedendo di introdurre in tutti i Paesi europei l’accesso sicuro e legale all’aborto, un’educazione sessuale affidabile, trattamenti per la fertilità e contraccettivi moderni. Lontano da Bruxelles, però, la situazione è un po’ diversa.

Nel Liechtestein, l’interruzione di gravidanza è concessa solo in caso di grave pericolo per la vita o la salute della donna che possono essere prevenuti solo con un aborto terapeutico o in caso di stupro o aggressione sessuale. A Monaco è consentita soltanto in caso di stupro, deformità fetale, malattia o pericolo mortale per la madre. La Polonia rappresenta un tasto particolarmente dolente, dato che i diritti riproduttivi sono stati erosi notevolmente soltanto negli ultimi anni, grazie soprattutto agli sforzi e ai fondi di movimenti anti-abortisti attivi su scala internazionale

Nonostante le partecipatissime proteste di piazza a favore dell’aborto legale, ora nel Paese l’interruzione di gravidanza è concesso solo quando la continuazione della gravidanza mette in pericolo la vita o la salute della donna o quando la gravidanza deriva da un atto criminale.

Al di là della sola legalità, però, l’Atlas – stilato dall’EPF insieme all’International Planned Parenthood Federation’s European Network (IPPF EN) – tiene in considerazione anche fattori come il numero di settimane per cui l’aborto è disponibile, se è consentito in tutti i casi o limitato a motivi medici e/o penali, quali procedure vengono eseguite e chi è autorizzato a fornirle, il livello di informazioni che le donne ricevono sulle loro scelte e l’affidabilità delle informazioni del governo.

Dal quadro che ne emerge risultano relativamente vincitori soprattutto i Paesi dell’Europa del Nord e dell’Ovest: secondo lo studio, il primato per il miglior quadro giuridico per accedere all’assistenza all’aborto sul continente va alla Svezia, seguita da Islanda e Regno Unito. Fanalini di coda, oltre ai già citati territori dove l’aborto è illegale, sono Ungheria, Cipro del Nord e Bosnia-Erzegovina: le ultime due hanno una finestra temporale per accedere all’interruzione di gravidanza molto corta (10 settimane). Nella maggior parte dei Paesi l’aborto è disponibile su richiesta fino a 12 settimane. Il tempo si allunga a 24 settimane in Islanda, Paesi Bassi, Svezia e Regno Unito.

Per quanto riguarda l’annosa questione dell’obiezione di coscienza – che rende l’Italia un posto dove è assurdamente difficile interrompere la propria gravidanza, nonostante la legge sia passata oltre quarant’anni fa e sia stata confermata da un referendum – soltanto Finlandia, Lituania e Svezia la vietano apertamente. “Rimuovere gli ostacoli non necessari nell’accesso alle cure per l’aborto”, non a caso, è una delle raccomandazioni che emergono dall’Atlas. E poi? Depenalizzarlo, estendere i limiti di tempo, garantire che l’assistenza all’aborto sia coperto dal sistema sanitario nazionale e fornire informazioni accurate sul tema.