I killer solitari e l'accesso alle armi: una storia americana | Rolling Stone Italia
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I killer solitari e l’accesso alle armi: una storia americana

Non solo la strage di Atlanta, in Georgia, e quella di Boulder, in Colorado: le sparatorie dei killer solitari sono tipicamente americane e solo a marzo ce ne sono state 13 – una ogni due giorni, sempre con qualche morto e ferito innocente

Chet Strange/Getty Images

Siamo nel 1949, a Camden, in New Jersey, tranquilla cittadina portuale in pieno sviluppo manifatturiero ed industriale. Un uomo molto tranquillo, Howard Unruh, di 28 anni, è tornato da qualche tempo a vivere con sua madre. Dopo aver combattuto in Germania durante la seconda guerra mondiale, ha lavorato per qualche mese in un laminatoio e poi ha studiato per un anno alla Temple University di Philadelphia. I suoi superiori nell’esercito raccontano di un ragazzo tranquillo, che però si trasforma lentamente e sottotraccia.

Ha un solo hobby, che esercita nel seminterrato di casa: sparare. E il 6 settembre esce. Si vuole vendicare di tutti i litigi che ha avuto coi vicini. Del farmacista Maurice Cohen, che gli ha calpestato il giardino. E di altri vicini come il barbiere Clark Hoover, che lo prendevano in giro, forse per le sue tendenze omosessuali nascoste. Uccide tutti i suoi nemici, veri o presunti. Con calma gelida. E non esita nemmeno di fronte a un bambino di sei anni che si stava facendo tagliare i capelli. Quando si arrende, sono morte 13 persone.

Per la prima volta l’America si confronta con una violenza oscura. Non parliamo della violenza per motivi politici, razziali o criminali, che è sempre esistita ed ha costellato tutta la storia degli Stati Uniti sin dal periodo coloniale. Stavolta è diverso. Un killer gelido che uccide donne e bambini per futili motivi, qualcosa di imprevedibile e che coinvolge lo stress traumatico postbellico. È stato con Howard Uruh che l’America ha scoperto i “lupi solitari”.

E a partire dagli anni ’60, ne sono apparsi tanti altri – diventando un fenomeno che continua ancora oggi. Solo nel mese di marzo ci sono state 13 sparatorie, sempre con qualche morto e ferito innocente, e due di queste hanno attirato particolare attenzione: quella di Atlanta, in Georgia, e quella di Boulder, in Colorado Sulle motivazioni di ciascuno dei killer si sono già fatte molte ipotesi, che spesso coinvolgono il razzismo. Ogni volta torna il tema del possesso di armi. 

Non ovunque però una diffusione ampia di armi da fuoco porta a maggiori morti. Non avviene in Vermont, stato di residenza di Bernie Sanders, dove l’ambiente rurale porta ad andare a caccia di più. E nemmeno in altri stati conservatori come il Montana, l’Idaho e il North Dakota: dal 2018 a oggi in questi tre stati ci sono stati soltanto tre eventi del genere. La violenza è più frequente invece nelle aree urbane o nei dintorni, e infatti i critici delle leggi restrittive puntano il dito contro la circolazione illegale delle armi, contro la quale non si fa abbastanza – un’inerzia che si può spiegare pigramente con il potere della lobby delle armi, la NRA, ma è una spiegazione che non basta. 

Il criminologo Adam Lankford dell’Università dell’Alabama ha focalizzato i suoi studi sulla salute mentale, che sarebbe da mettere in relazione con l’aumento della mortalità per mano dei “lupi solitari”. Ma anche l’emulazione gioca un ruolo pesante. Quindi, che cosa si fare? Non c’è una soluzione semplice. Certo, ciò non toglie che limitare l’accesso alle armi aiuterebbe – e infatti molti stati hanno implementato forti limiti legati ai trascorsi penali, ma senza ottenere un effetto significativo.

In passato l’emozione ha giocato un ruolo importante nel limitare l’accesso delle armi semiautomatiche ai killer: nel 1934, il National Firearms Act passò anche sull’onda emotiva della strage di San Valentino (nel 1929) e del tentativo di assassinio del presidente Franklin Delano Roosevelt (nel 1933). Nel 1968 gli assassinii del presidente John Fitzgerald Kennedy – ucciso con un fucile ordinato per posta – oltre che di suo fratello Bobby Kennedy e di Martin Luther King portarono all’approvazione a larga maggioranza di una nuova legge, che rinnovava quella del 1934. Negli anni successivi, però, due categorie hanno rivendicato il diritto al possesso di armi: prima gli afroamericani, per proteggersi dai soprusi della polizia e dei gruppi di suprematisti bianchi; poi, a partire da metà anni ’70, i conservatori spaventati da uno stato “tirannico” che avrebbe voluto prendere i loro soldi per fare cose brutte tipo finanziare programmi sociali per le minoranze. 

A nessuno degli ultimi casi che hanno coinvolti killer solitari con problemi mentali, compreso il terrificante massacro nell’asilo di Sandy Hook del 2012, sono seguite misure decisive. L’unico cambiamento è avvenuto nel 2018, quando il Dipartimento di Giustizia ha reso illegali tutti i bump stock – quegli strumenti che posso trasformare ogni arma in una piccola mitraglietta. Anche qui il provvedimento arrivava sull’onda emotiva di una strage, quella di Las Vegas del 2017, quando un killer solitario aveva sparato più di 1000 proiettili e ucciso 60 persone.

Adesso, l’ultimo proclama di Joe Biden lanciato lo scorso mercoledì delinea una sfida più ambiziosa: mettere al bando le armi d’assalto. Ma è estremamente difficile che ci riesca, vista l’esile maggioranza dei Democratici al Senato.