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I George Floyd italiani: razzismo e violenza della polizia sono un problema anche nostro

Un po' di casi italiani in cui l’incontro di una persona non bianca con le nostre forze dell’ordine è finito in tragedia, perché il caso di George Floyd può farci riflettere su razzismo e violenza della polizia anche qui da noi

Manifestazione per George Floyd a Roma. Simona Granati - Corbis/Getty Images

Negli Stati Uniti il razzismo è una questione endemica inscritta nella storia del Paese e il caso George Floyd, che ha scosso l’opinione pubblica di tutto il mondo, non è una novità: secondo il database in continuo aggiornamento Mapping Police Violence, infatti, negli ultimi sette anni la polizia americana ha ucciso 7.663 persone, in media 1.100 l’anno. 

Viene da pensare che da noi le cose siano radicalmente diverse – e in parte lo sono, perché i numeri sono ben più bassi e la questione razziale, in Italia, è fisiologicamente meno calda. Ma sarebbe un errore sottovalutare l’importanza che ha il colore della pelle nella percezione di pericolosità di un individuo da parte delle forze dell’ordine. Pensiamo al caso Aldrovandi, fermato in primo luogo perché scambiato per uno straniero (“ma figurati se ti chiami Federico!”). Viene da pensare che se davvero non si fosse chiamato Federico, se davvero fosse stato straniero, la sua storia avrebbe avuto una risonanza minore – perché in questi casi, alla difficoltà di opporsi a un corpo protetto dalle istituzioni e caratterizzato da forte spirito corporativo, si aggiunge la difficoltà delle famiglie che non hanno le risorse per affrontare un lungo iter giudiziario.

Insomma, gli abusi di polizia sono un problema anche in Italia. E il loro legame con il razzismo – oltre che con il proibizionismo e gli stili di vita marginali – è evidente sia nei numeri che nella mentalità sottesa, quella che vede gli stranieri come soggetti sempre potenzialmente pericolosi perché non integrati nella società. Abbiamo raccolto alcuni casi emblematici di “George Floyd italiani” degli ultimi anni – ovvero casi in cui l’incontro di una persona non bianca con le nostre forze dell’ordine è finito in tragedia.

Arafet Arfaoui

19 gennaio 2019, Empoli. Il 31enne Arafet Arfaoui ha da poco perso il suo lavoro di operaio nell’indotto del porto di Livorno. Ha appena ricevuto una parte dell’indennità di disoccupazione e decide di spedire cento euro ai suoi parenti in Tunisia. Va così al negozio Taj Mahal, un money transfer nel centro di Empoli, ma il gestore sospetta che una delle banconote da 20 euro sia falsa. Arafet reagisce male all’accusa e discute con il proprietario che finisce per chiedere l’intervento della polizia. All’arrivo della pattuglia Arfaoui si agita ancora di più e si barrica in bagno, ma gli agenti riescono ad entrare e a bloccarlo. L’uomo viene immobilizzato, ammanettato e tenuto fermo da 3 poliziotti in posizione prona per 15 minuti. Poi qualcuno si accorge che non respira più. 

La causa della morte è un arresto cardiocircolatorio ma la famiglia della vittima, a cui è impedito di avvicinarsi al corpo, fatica a credere che un uomo giovane e forte come lui sia morto per arresto cardiaco senza il concorso di una manovra di contenimento inappropriata. Il sospetto è che la reazione eccessiva di Arfaoni sia stata indotta dall’assunzione di sostanze come alcol e cocaina. E qui emerge un elemento chiave dei casi di abusi di polizia: quasi sempre concentrano l’attenzione sull’assunzione – vera o presunta – di sostanze, o su disturbi mentali che provocano aggressività. Come se avere problemi con l’alcol o difficoltà nel gestire la rabbia possano giustificare una condanna a morte. L’inchiesta sul caso Arfaoui è ancora aperta.  

Jefferson Tomalà

9 giugno 2018, Sestri Ponente. La madre di Jefferson, 21 anni, originario dell’Ecuador, è preoccupata: è dalla sera prima che il ragazzo non sta bene, è in stato agitato e confusionale e ha preso un coltello da cucina con cui minaccia di ferirsi. La donna chiama il 118, aspettandosi l’intervento di personale sanitario che possa aiutare il ragazzo e impedirgli di farsi male, invece interviene la polizia. 

Tomalà intanto si è rifugiato in camera sua, è seduto sul letto e sembra un po’ più tranquillo ma non vuole separarsi dal coltello. Ben otto agenti entrano nella sua camera e per disarmarlo spruzzano nella piccola stanza dello spray urticante che non fa che aumentare l’agitazione del ragazzo. Il sovrintendente gli si avvicina per prendere il coltello ma Jefferson lo ferisce e un agente più giovane, per difendere il collega, spara al ragazzo ben sei colpi di pistola dritti nel torace. Santiago, il fratello di Jefferson racconta: “Lui diceva agli agenti di andarsene, di non toccarlo e che voleva vedere solo la sua compagna e la sua bambina. Poi mi hanno fatto uscire e non so cosa sia successo. Abbiamo sentito urlare più volte ‘No, no’ e poi abbiamo sentito i colpi di pistola. Sono rientrato: non si poteva respirare perché avevano spruzzato lo spray al peperoncino. Ho visto mio fratello sdraiato nel letto insanguinato e un poliziotto ferito che perdeva sangue”. 

L’agente che ha ucciso Tomalà è stato prosciolto da ogni accusa: nessun eccesso di legittima difesa.

Sekine Traorè

8 giugno 2016, tendopoli di San Ferdinando, pianura di Gioia Tauro. Sekine Traorè ha 27 anni, è un rifugiato del Mali ed è un lavoratore stagionale, cioè uno delle centinaia di migranti sfruttati nella raccolta di agrumi e ortaggi, che da anni vivono nelle nostre campagne in condizioni di sostanziale apartheid.

La mattina in questione scoppia una lite tra Traorè e altri due lavoratori, per motivi banali. Traorè però è particolarmente agitato, ha in mano un coltello da cucina e alcuni abitanti del campo, spaventanti, chiamano i carabinieri. Lo stato di agitazione dell’uomo peggiora, lancia dei sassi agli agenti e ne ferisce uno al volto. Fa poi per avvicinarsi e l’agente ferito gli spara all’addome. 

Nelle ore successive, i migranti di San Ferdinando manifestano davanti al municipio del paese. Il presidio va avanti per alcuni giorni all’ingresso della tendopoli e gli abitanti decidono anche di rimandare indietro i camion di aiuti umanitari a loro destinati in segno di protesta. 

Kayes Bohli

5 giugno 2013, Riva Ligure. Al 112 arriva una telefonata anonima che denuncia attività di spaccio nel piazzale del supermercato Lidl. Sul posto intervengono tre carabinieri che ci trovano Bohli, un pregiudicato tunisino di 36 anni. Bohli resiste all’arresto e a quanto riferiscono gli agenti segue una colluttazione che termina con l’immobilizzazione del sospetto, che viene caricato in auto per essere condotto in caserma.

Non è ben chiaro cosa accade durante il breve tragitto, ciò che è certo è che circa un’ora dopo Bohli è al pronto soccorso, morto per arresto cardiocircolatorio, probabile asfissia. Da una fonte anonima viene diffusa una foto di Bohli in caserma, ferito e privo di sensi, in attesa dell’ambulanza, acompagnata dalla didascalia “ecco come ha massacrato il tunisino”.I carabinieri coinvolti saranno tutti assolti.

Abderrahman Sahli

23 maggio 2011, Montagnana, provincia di Padova. Sul greto del fiume Frassine affiora un corpo con la faccia ancora immersa nell’acqua. Il cadavere è di Abderrahman Salhi, 24 anni, marocchino senza fissa dimora. Stando agli amici che abitano con lui in una baraccopoli era scomparso da ormai 9 giorni, da quando, cioè, c’era stata la “Festa del prosciutto” e Salhi si era ubriacato fino a diventare molesto. Al principio si pensa a un incidente: un ubriaco cammina sulla sponda del fiume e disgraziatamente compie un passo falso.

Col tempo però emerge un’altra storia: in quel periodo, infatti, c’era un’abitudine che andava di moda tra le forze dell’ordine padovane, quella di dare “una rinfrescata d’idee” ai migranti che incontravano in riva al fiume, immergendoli nelle acque gelide del Frassine. I casi documentati sono almeno sette. Allo stesso Sahli “il trattamento” era già toccato due volte. “Qua funziona così: ti caricano in macchina, e ti buttano giù dal fiume. Mai vista una caserma, non ci denunciano nemmeno”, ha raccontato una delle vittime all’Associazione Stefano Cucchi.

Aziz Amiri

6 febbraio 2010, Mornico al Serio, provincia di Bergamo. Aziz, marocchino di 18 anni in Italia da poco più di un mese, è in auto con un suo connazionale quando una macchina dei carabinieri gli blocca la strada. I due carabinieri scendono e si avvicinano all’auto dei ragazzi, che a quanto sembra cercano di sfuggire facendo retromarcia. Uno dei due militari perde l’equilibrio e cade a terra e l’altro spara, uccidendo Aziz. Secondo l’agente si è trattato di un colpo partito per sbaglio ma un testimone sostiene di aver sentito distintamente sparare tre colpi. Gli elementi più misteriosi – e mai approfonditi – di tutta la vicenda riguardano la pistola che ha sparato il colpo, una Beretta calibro 9 che non è l’arma in dotazione alle forze dell’ordine ma una pistola personale, e il passeggero che era in auto con Aziz, evidente testimone dei fatti che scompare però subito dopo la morte dell’amico. Dopo tre anni e cinque mesi la Procura di Bergamo archivia il procedimento.

Giuseppe Laforé

31 luglio 2006, Piasco, provincia di Cuneo. Giuseppe Laforé, detto Valter, è un sinti di 51 anni, 18 dei quali trascorsi in carcere. Sono le 9 di mattina e con due amici sta guidando la sua Seat Ibiza lungo la strada sterrata che costeggia i campi di mais e kiwi dietro il cimitero. Una pattuglia dei carabinieri, sospettando che l’auto fosse rubata, gli intima il fermo e dopo un paio di curve Laforé accosta. I tre scendono, vengono fatti sdraiare a terra e un carabiniere, arma in pugno, si avvicina per controllare i documenti e perquisirli. Parte un colpo, Valter è colpito alla testa e muore prima dell’arrivo dell’ambulanza.

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Questi, è bene ricordarlo, sono solo alcuni casi tra quelli più documentati. Lo stesso anno della morte di Federico Aldrovandi, per esempio, il 2005, sono stati uccisi anche due immigrati nel giro di due mesi: uno a Milano, un 26enne tunisino vittima di un colpo accidentalmente sparato da un finanziere, e uno a Torino: un senegalese morto in circostanze misteriose durante un controllo di routine.

Se volete approfondire, qui trovate altri casi. Alcuni di questi sono emblematici – come il caso di Riccardo Magherini, italiano e calciatore, il cui caso, ripreso dagli smartphone dei presenti, che ricorda molto quello di George Floyd. Anche lui bloccato in posizione prona, anche lui chiedeva aiuto e anche lui gridava di non riuscire a respirare. Mentre ci mostriamo (giustamente) vicini alle proteste statunitensi, sarebbe utile anche cogliere l’occasione per affrontare la questione in casa nostra.