I danni della circolare Gabrielli sull’Italia migliore

Una direttiva poliziesca contro l'idea stessa di comunità, un tentativo di controllare il nostro modo di riunirci: dopo i fatti di Piazza San Carlo abbiamo deciso di accettare l'idea di essere un popolo incapace di organizzare un evento

Foto di Kimberley Ross


Se nell’ultimo anno avete provato ad organizzare un evento pubblico, vi siete sicuramente scontrati con la magica Circolare Gabrielli, un’overdose di burocrazia e costi giunti sulle spalle dei singoli organizzatori in nome di questo bisogno pandemico di sicurezza. La Gabrielli nasce, frettolosamente, dopo i tragici fatti di Piazza San Carlo a Torino. Un evento al quale il nostro governo ha deciso di rispondere buttandoci ciecamente in una iper-burocratizzazione (uno dei tre grandi problemi del Realismo Capitalista teorizzato da Mark Fisher) che, in un minestrone di direttive, riunisce negli eventi a rischio sagre della salsiccia, concerti (dal rock alla classica), processioni religiose. In pratica, per evitare ulteriori negligenze, abbiamo deciso di accettare l’idea di essere un popolo incapace di organizzare la sagra dello spiedino senza mettere a repentaglio la vita dei nostri concittadini. Non sappiamo migliorare dai nostri errori; solamente la mano ferma del padre governo ci salverà. Sticazzi.

La Circolare è formata da una serie di direttive per la sicurezza che, idealmente, avrebbe anche una logica: tutelare e proteggere. Il punto però è: proteggerci da chi? Da possibili attentati terroristici (provate ad applicarla, teoricamente, ad attentati già avvenuti: non avrebbe mai inciso), dal senso di comunità, da noi come popolazione incapace di buon senso? Questo è il punto mancante nell’elaborazione di una circolare poliziesca che si slancia, con vigore, contro l’idea stessa di comunità. Siamo davvero convinti che l’unica soluzione sia accettare di essere dei deficienti?

Ci ripetiamo spesso che siamo un popolo che trova il modo di unirsi nelle difficoltà. Per ogni evento critico (come i terremoti di questi ultimi anni) c’é sempre una comunità pronta a rimboccarsi le maniche e a ricostruire. Per ogni furbetto che edifica abusivamente, per ogni cazzo di furbetto che non rispetta le normative, per ogni fottuto furbetto che cerca di lucrare sulle tragedie, c’é una comunità pronta a sacrificare i propri egoismi per il bene comune. Non è questa la reazione necessaria alle disgrazie come Torino? Non siamo in grado di capire i nostri stessi errori e superarli, senza finire in una rete di controllo estrema?

La Circolare Gabrielli non pare nascere con l’idea di salvaguardarci, ma dà l’impressione di essere uno scarico di responsabilità delle forze politiche a discapito di associazioni, proloco, privati. Un modo per evitare un nuovo “caso Appendino” (a processo per i fatti di Piazza San Carlo). Una burocratizzazione che allontana comuni e regioni dalle responsabilità dirette, preservandoli da qualsivoglia rischio e costringendo il cittadino a sacrifici personali eccessivi. La Circolare mina gli eventi culturali e gastronomici (in particolare quelli gratuiti), diminuisce le presenze alle manifestazioni storiche (casi come Palio di Siena e Carnevale di Ivrea), grava sui costi necessari al normale svolgimento.

In poche parole, la Circolare Gabrielli è una paraculata che va a colpire direttamente l’identità popolare italiana in nome di una uber-sicurezza inutile. Fa parte di questa recente clima di paura, di origine politica, che forza verso un bisogno esasperato di controllo. La sagra del taser e della salamella. È l’incapacità di leggere il presente reale per vivere nel presente fittizio costruito sui tweet di Salvini e M5S e sulle fake news. È davvero necessario iper-regolamentare eventi che hanno la forza di riunirci pacificamente in un momento storico in cui il dibattito politico ci vuole divisi e impauriti?

La Circolare Gabrielli è figlia di questo periodo storico. Un tentativo goffo di controllare ulteriormente il nostro tempo libero, il nostro modo di riunirci in modo festoso, la nostra umanità. La paura è l’arma migliore per giocare con un popolo e le sue reazioni, la storia dei totalitarismi ce lo insegna. Noi non siamo in pericolo. Noi non siamo più in pericolo di quanto lo fossimo venti o trent’anni fa (la Guerra Fredda, il terrore del pulsante rosso, Chernobyl). Noi non siamo la paura. Noi siamo comunità e umanità. E dobbiamo iniziare a ricordarcelo, in fretta.