Ho letto il ‘programma’ di Giorgia Meloni e, all’improvviso, mi sono ritrovato dentro un romanzo di George Orwell | Rolling Stone Italia
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Ho letto il ‘programma’ di Giorgia Meloni e, all’improvviso, mi sono ritrovato dentro un romanzo di George Orwell

Tolleranza zero nelle periferie, borse di studio riservate soltanto ai "capaci e meritevoli", lotta all'aborto e ai diritti LGBT, controllo dei corpi delle donne, algoritmi incaricati di scegliere un lavoro che non si può rifiutare: più che l'Italia del 2022, sembra il materiale utile per una fantasia a metà tra l'apocalittico e il cyberpunk

Foto di Riccardo Fabi/NurPhoto via Getty Images

Negli ultimi giorni, l’attenzione mediatica è stata catalizzata da alcune proposte contenute nel controverso programma elettorale di Fratelli d’Italia: una tendenza inaugurata da Elodie che, lunedì, riprendendo un tweet che riassume i principali obiettivi che il partito di Giorgia Meloni si ripromette di perseguire, ha espresso i propri timori («A me sinceramente fa paura», ha scritto).

Il problema è che, di fatto, il programma di Fratelli d’Italia per le elezioni di settembre non esiste ancora: quello che Elodie e centinaia di utenti hanno condiviso sui propri canali social, infatti, è un documento che risale al 2018. Il manifesto, intitolato Il voto che unisce l’Italia, riassume in 15 punti la piattaforma programmatica con cui il partito si presentava alla urne cinque anni fa: un opuscolo abbastanza scarno e povero di informazioni, che si sostanzia perlopiù in una serie di slogan (come “Prima l’Italia e prima gli italiani” e “Priorità a sicurezza e legalità”) con cui Fratelli d’Italia preparava il terreno per insediarsi in Parlamento nella veste di forza di rottura.

Ma quali sono le idee che Meloni e soci incarnano oggi? Come anticipato, non possiamo ottenere una risposta definitiva: la caduta del governo Draghi e la scelta di Mattarella di sciogliere le Camere e indire elezioni anticipate hanno preso in contropiede tutti i partiti, che stanno provando ad allinearsi alle esigenze di una campagna elettorale da organizzare e portare a compimento in tempi strettissimi, poco più di 60 giorni, peraltro in un periodo delicato come il pieno della stagione estiva, quando le attenzioni degli elettori sono rivolte alle vacanze più che alla situazione politica del Paese. Eppure, anche in mancanza di una scrittura ufficiale, un’idea più precisa sui propositi che Fratelli d’Italia ha in mente di realizzare nell’immediato futuro si può evincere dalla lettura di un altro documento (denominato Appunti per un programma conservatore), più puntuale e approfondito, che il partito ha presentato a fine aprile, in occasione della conferenza milanese Italia: energia da liberare: non un programma in senso stretto, quindi, ma l’anticamera di una proposta politica più articolata che, verosimilmente, coinciderà in buona parte con il piano che Meloni presenterà al corpo elettorale nelle prossime settimane.

Ora: leggere i programmi che i partiti politici presentano prima delle elezioni è una pratica noiosa e parecchio faticosa (anche perché, nella maggior parte dei casi, sono scritti malissimo o, nel migliore dei casi, vengono infarciti di tecnicismi per addetti ai lavori inaccessibili ai più); eppure, si tratta di uno sforzo ermeneutico che vale la pena compiere, perché è l’unica maniera che gli elettori hanno a disposizione per comprendere il modello di Paese hanno i governanti del domani hanno in mente di realizzare. Il tutto, ovviamente, tenendo ferme alcune premesse, come la certezza che la stragrande maggioranza dei propositi messi nero su bianco nei programmi non sarà realizzata – nelle democrazie parlamentari funziona così: i compromessi che portano alla nascita della maggioranza di governo, per forza di cose, devono soddisfare tutte le anime che la compongono.

Il primo dato che balza all’occhio leggendo gli Appunti per un programma conservatore è il nuovo ruolo che Giorgia Meloni intende incarnare. Se, infatti, il programma del 2018 era quello tipico di una forza politica convinta di restare all’opposizione, privo di una visione strategica a lungo termine e congegnato, in primis, allo scopo di solleticare l’indignazione di quella porzione di italiani più conservatrice, xenofoba ed euroscettica (per intenderci, un testo in cui parole chiave come «contrasto all’immigrazione irregolare», «no allo ius soli», «tutela della nostra identità» e «difesa del Made in Italy» la facevano da padrone), il documento presentato ad aprile è caratterizzato da un tono di voce diversissimo, più solenne e “autorevole”, tipico di una leader che non ha più intenzione di rappresentare la minoranza dell’emiciclo: Meloni non è più una barricadiera, ma un’aspirante premier a tutti gli effetti.

Addentrandosi nella lettura del testo, gli elementi utili a validare questo assioma sono diversi, soprattutto la convinta adesione del partito al campo atlantista e alla NATO: se, fino all’inizio della scorsa legislatura, Meloni aveva in più occasioni elogiato Putin e la sua politica estera, la guerra in Ucraina ha mutato completamente il quadro, spingendola a fare damnatio memoriae e a prodigarsi in una condanna intransigente dell’operato del Cremlino. Nel documento si legge infatti che «La nostra attiva partecipazione nella NATO è più necessaria che mai. La crisi ucraina ha riportato in primo piano l’importanza della difesa collettiva, ma ha anche sbilanciato gli interessi dell’Alleanza verso Est».

Questa convinta opzione in favore del campo atlantista, probabilmente, è da leggere come un segnale di stabilità che Meloni intende indirizzare agli alleati, Stati Uniti in primis: la difesa del Patto Atlantico, si sa, è una conditio sine qua non da soddisfare per poter anche soltanto sperare di guidare il governo italiano, e la leader di Fratelli d’Italia ha colto l’occasione della guerra per presentarsi come un partner affidabile agli occhi dell’Occidente; seguendo questa strada, inoltre, Meloni ha anche la possibilità di allargare il proprio potenziale elettorale, ad esempio intercettando i voti degli elettori della Lega infastiditi dall’atteggiamento di Salvini e dal filo-puntinismo parecchio marcato di cui il numero uno del Carroccio ha fatto sfoggio negli ultimi mesi. Insomma, capitalizzando sulle ambiguità di Lega e Forza Italia (Berlusconi non ha mai condannato esplicitamente Putin, suo sodale di antica data) Meloni ha occupato intelligentemente uno spazio decisivo: quello della “destra atlantista”, allineata agli interessi americani e immune da qualsiasi infiltrazione russa. L’assunzione di questa nuova veste le conferisce un vantaggio su tutta la coalizione: se governo di centrodestra sarà, l’unico profilo in grado di guidarlo e sposare integralmente la linea della NATO sulle sorti dell’Ucraina sarà il suo.

Oltre alla scelta convinta del campo atlantico, un altro fattore che conferma il divario che separa gli Appunti per un programma conservatore dallo scarno programma del 2018 è il contributo di 12 “esperti” (alcuni lo sono per davvero, altri sono giornalisti e opinionisti tradizionalmente vicini al partito) chiamati ad esporre nel dettaglio altrettante proposte che, se realizzate, dovrebbero aprire la strada a un’Italia “liberal–conservatrice”. Ebbene, piccolo spoiler: parafrasando Elodie, questa Italia liberal-consevatrice fa effettivamente un po’ paura.

Personalmente, una delle voci più preoccupanti che ho letto è quella relativa alla scuola, presentata dal sociologo Luca Ricolfi e intitolata Libertà di emergere. Secondo Ricolfi, la scuola italiana nel suo assetto attuale è progressista e inclusiva nella forma, ma classista ed escludente nella sostanza; di conseguenza, a detta del sociologo, le sue fondamenta andrebbero ritoccate. Come? Eliminando l’assetto attuale che, sempre a detta dell’accademico, abbassando il livello degli studi, avrebbe agevolato le classi medio-alte a discapito di quelle medio-basse. Per Ricolfi, infatti, «I figli dei ceti superiori hanno mille armi per farsi strada, nella scuola come nel mercato del lavoro: le ripetizioni, la possibilità di studiare fino a 30 o 35 anni, le risorse economiche famigliari, il sistema delle conoscenze dei genitori. I figli dei ceti subordinati, invece, hanno un’unica arma per competere con i figli dei ceti alti: la qualità degli studi. Abbassare il livello degli studi ha significato togliere ai ceti popolari l’unica arma di cui avrebbero potuto disporre». E qual è la risposta che Ricolfi ha in mente per colmare questo gap? Eliminare le borse di studio attualmente esistenti – quelle totalmente gratuite e subordinate all’acquisizione di crediti, e quindi al merito, che con tutte le loro storture garantiscono a chiunque di poter avere accesso al diritto allo studio – per introdurne di nuove, da dedicare agli studenti più «capaci e meritevoli».

In quella che definisce come una “provocazione”, Ricolfi propone infatti di passare dal sistema delle bocciature a quello dei livelli: «non ti boccio mai, ma – anziché certificare il falso, come oggi troppo sovente avviene – alla fine della scuola secondaria superiore certifico in modo accurato e fedele il livello di conoscenze che hai effettivamente raggiunto». Per questa via, «Al termine dell’ultimo anno, non ti rilascio un diploma, ma una scheda che dettaglia, materia per materia, il livello che sei stato in grado di raggiungere (…) e accompagno questa rivoluzione con una applicazione letterale dell’articolo 34 della Costituzione: borse di studio generose per tutti i “capaci e meritevoli”, fino ai “più alti gradi degli studi”, ossia laurea magistrale e dottorato di ricerca». Una rivoluzione che, a sua detta, dovrebbe risolversi tutta in favore delle classi medio-basse che, eccellendo negli studi, potrebbero finalmente ottenere il tanto agognato riscatto sociale.

A essere problematico, però, è il presupposto stesso da cui Ricolfi sceglie di partire: che cosa accadrebbe, ad esempio, se alla fine della fiera i più “capaci e meritevoli” fossero proprio i figli dei professionisti, ossia la “classe dominante” che Ricolfi chiama in causa? Del resto, se è vero (e siamo d’accordo!) che i ceti alti possono contare di condizioni di partenza privilegiate, è anche vero che proprio queste condizioni di partenza conferiscono loro una possibilità di accesso alla cultura decisamente più agevole; maggiore potere d’acquisto significa anche più ampia capacità di spesa per l’acquisizione di libri di ogni tipo o per intraprendere lezioni private, senza contare i capitali di partenza di cui un figlio dell’alta borghesia può disporre – viviamo in un mondo cattivo che accetta le disuguaglianze e in cui, purtroppo, le biblioteche messe su dalle famiglie ricche sono decisamente più nutrite rispetto a quelle di cui possono disporre le famiglie operaie. Su un piano teorico, quindi, i figli dei ceti medio-alti, proprio in virtù delle condizioni privilegiate di cui parla Ricolfi, hanno più ampie possibilità di eccellere a scuola: come risolviamo questo dilemma, se i capaci e i meritevoli dovessero essere i figli dei ricchi? Estromettiamo tutti gli altri dalla possibilità di usufruire di una solida formazione, facendogli scontare a lungo termine le inadempienze del liceo? No, grazie, ci teniamo la scuola progressista e accessibile a chiunque.

L’altro punto che ha suscitato qualche sorriso amaro è quello relativo alle periferie, anche perché a occuparsene è Paolo Del Debbio (non David Harvey o Tito Boeri: Paolo Del Debbio, il patron della televisione strillata della peggior specie); nell’esporre la propria ricetta per risolvere i mali delle disuguaglianze abitative, Del Debbio richiama in maniera esplicita la “Teoria delle finestre rotte”, il presupposto teorico che portò alla dottrina della “Tolleranza zero” attuata da Rudy Giuliani nella New York della prima metà degli anni Novanta. Per chi fosse poco avvezzo alla questione, ecco un piccolo ripasso: la data di nascita delle idee che ispirano la maggior parte delle politiche securitarie contemporanee è il 1 marzo 1982, quando sulla rivista americana The Atlantic esce un articolo  destinato a fare scuola: Broken Windows: the police and neighborhood safety. La tesi degli autori, George L. Kelling e James Q. Wilson, è che ci sia un nesso di causalità tra disordine, percezione dell’insicurezza e aumento della criminalità; i «segnali di incuria», come una finestra rotta, avrebbero l’effetto di rompere le «barriere collettive» che proteggono la nostra civiltà. L’articolo di Kelling e Wilson prendeva le mosse da un piano adottato dallo stato del New Jersey nel 1981, denominato Safe and Clean Neighborhoods Program, con cui venivano aumentati i pattugliamenti a piedi delle forze di polizia in 28 città dello Stato. Anche se in seguito si sarebbe scoperto che all’aumento dei pattugliamenti non corrispondeva alcun calo delle attività criminali, per Kelling e Wilson la misura rendeva gli abitanti delle zone pattugliate più sicuri e convinti che una diminuzione dei reati ci fosse effettivamente stata. Anche se i dati empirici la smentivano, la percezione li aveva convinti. E questa percezione, per Del Debbio, è la soluzione all’emarginazione sociale che imperversa nelle periferie: il nostro, infatti, scrive che si tratta di «Un tema da affrontare con decisione seguendo la “teoria delle Finestre Rotte”, il degrado chiama il degrado , per questo le scritte sui muri o un sacchetto di spazzatura buttato per terra, in sé poca cosa, vanno combattuti perché sono il viatico per l’emulazione, nonché per l’alzamento del livello di comportamenti e attività vandaliche o, più propriamente, criminali. È necessaria, quindi, maggiore sicurezza e quindi attenzione alla microcriminalità e una lotta dura contro la droga». Nel 2022, quindi, l’unica risposta da fornire all’emarginazione sociale è la repressione e gli incentivi alle politiche securitarie da vicinato, non intraprendere politiche di inclusione che possano reintrodurre nel tessuto sociale chi ne è sistematicamente escluso. Anche qui: no, grazie, preferiamo che Gotham City rimanga un luogo di fantasia.

Ma passiamo al lavoro e al correttivo che Crosetto ha in mente per affrontare l’annosa questione del reddito di cittadinanza: abolire la scelta e convincere il giovane, a prescindere, ad accettare qualsiasi lavoro nell’interesse della Patria. Nel testo, Crosetto propone di costruire «un sistema organizzato oggi inesistente che deve rientrare in un programma di politiche attive basato su un sistema di intelligenza artificiale che a regime rintracci l’elenco dei giovani che terminano ogni anno le scuole superiori e l’università e li agganci a imprese del settore, agenzie per il lavoro e centri per l’impiego, attivando un sistema concorrenziale tra gli operatori che avranno una dote finanziaria ingente per la loro collocazione», evidenziando come «Il giovane non potrà più scegliere se lavorare o meno, ma è vincolato ad accettare l’offerta di lavoro per sé, per la sua famiglia e per il Paese, pena la perdita di ogni beneficio con l’applicazione anche di un sistema sanzionatorio». Ora, per completezza d’analisi, va precisato che Crosetto è tornato sui suoi passi in diverse occasioni: ad esempio, in un’intervista concessa ad Avvenire, ha spiegato che la proposta rientrava nelle “provocazioni culturali” inserite nel documento; e, tuttavia, anche solo immaginare un sistema del genere – un’Intelligenza Artificiale chiamata a decidere il nostro destino lavorativo senza possibilità d’appello – rende le distopie orwelliane qualcosa di non troppo lontano dalla realtà.

Un altro punto che lascia perplessi è quello relativo alla riforma costituzionale messa in cantiere da Fratelli d’Italia ed esposta da Marcello Pera: in breve, Meloni e soci hanno intenzione di rendere l’Italia più governabile, stimolando un assetto maggioritario e superando il bicameralismo perfetto (ossia gli uguali poteri che la Costituzione attribuisce alle Camera dei Deputati e al Senato, i due rami del parlamento). Come? Preparando il terreno per l’elezione diretta del Presidente del Consiglio e, di conseguenza, ridimensionando il ruolo del Parlamento. Pera parla anche di tutti i “contrappesi” che andrebbero attuati per realizzare una riforma del genere, senza però specificarli: come verrebbe bilanciato, il potere di questo nuovo premier eletto dal popolo? Per ora non ci è dato saperlo, ma i rischi connessi alle derive autoritarie che potrebbero scaturire da una scelta del genere sono palesi e meriterebbero una discussione puntuale.

Sul fronte ambiente i propositi del partito sono per molti versi meritori, dato che propone di spingere l’acceleratore sul fronte delle energie rinnovabili, soprattutto eolico e fotovoltaico. Gli unici dubbi riguardano l’impiego del gas: Fratelli d’Italia, infatti, ha in mente di utilizzarlo come supporto per portare a compimento la transizione. Questa possibilità è però avversata da diversi movimenti ambientalisti, che la considerano una soluzione ben poco lungimirante. Delle critiche che, in effetti, poggiano su basi solide: infatti, anche se il gas è la fonte fossile meno dannosa per il clima, diversi studi hanno sottolineato come considerarlo un “combustibile di transizione” potrebbe essere un errore. Ad esempio, la road map pubblicata dall’Agenzia internazionale dell’energia (Aie) a maggio – Net zero by 2050: a roadmap for the global energy sector – ha evidenziato la necessità di abbandonare la convinzione che la transizione abbia bisogno di nuove infrastrutture del gas per compiersi senza incidenti o senza costi esorbitanti, dato che per per arrivare alle emissioni nette entro il 2050 è indispensabile interrompere il flusso degli investimenti fossili già all’inizio della filiera.

Sulla visione della famiglia che Meloni ha in mente, invece, nessuna sorpresa: il modello di Fratelli d’Italia è quello patriarcale, e non deve essere intaccato in alcun modo. Secondo Alfredo Mantovano, redattore della proposta Crescere nella famiglia, infatti, quella composta da madre, padre e figlio è l’unica, sola famiglia concepibile dal punto di vista della natura e del diritto e «non è la stessa cosa per un bambino crescere con un padre e con una madre, oppure con due persone dello stesso sesso: perché quella natura che la Costituzione richiama quando riconosce i diritti della famiglia reca scritta la complementarietà delle due figure di genitori, non la duplicazione della stessa figura».

Anche il diritto all’aborto, con ogni probabilità, finirà nel mirino di un eventuale governo Meloni: nel documento, infatti, si legge che «mettere al mondo un figlio è un atto di coraggio e di speranza: e il coraggio e la speranza non si comprano, né prendono in “affitto” il corpo di donne estranee, e spesso sottomesse». Com’era facile intuire, la demonizzazione del concetto di “gender-fluid” (con qualche stoccata al DDL Zan affossato a ottobre in Senato) ha il giusto spazio nel manifesto: «è veramente complicato costruire qualcosa se le fondamentasono ‘fluide’, per es. quando qualcuno vuol convincere, con minaccia di sanzione penale, che essere maschi o femmine non è qualcosa di definito, ma dipende dall’auto-percezione che ciascuno ha di sé stesso». La certezza, insomma, è soltanto una: la comunità LGBT troverà un avversario determinato, qualora Meloni dovesse accomodarsi a Palazzo Chigi.

Abolizione delle borse di studio troppo inclusive predisposte dalla “scuola progressista” (di qualunque cosa si tratti) e successiva introduzione di una formazione circoscritta e di alto livello, riservata ai “capaci e meritevoli”; impossibilità di rifiutare posti di lavoro attribuiti da un algoritmo, pena la «perdita di ogni beneficio con l’applicazione anche di un sistema sanzionatorio»; fornire una risposta al disagio delle periferie incentivando la tolleranza zero, come nella New York di Rudy Giuliani di metà anni ‘90; modifiche costituzionali mirate a superare la democrazia parlamentare per introdurre una non meglio precisata elezione diretta del presidente del Consiglio: più che l’Italia del 2022, sembra il materiale utile per una fantasia a metà tra il distopico e il cyberpunk.

Peccato che non si tratti di fantascienza, ma del programma che Giorgia Meloni proverebbe a realizzare qualora le urne la ponessero in condizione di guidare un governo; una possibilità che, allo stato attuale, è più che mai concreta: secondo gli ultimi sondaggi, attualmente il partito sarebbe in grado di raccogliere il 25% delle preferenze e, quindi, di incassare il voto di un italiano su quattro.

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